

07 Agosto 2026
di Piero Orteca
Assediato da tutte le parti sul fronte interno, senza missili e con i sondaggi in picchiata il Presidente degli Stati Uniti deve trovare, di corsa, una soluzione per chiudere la guerra con l’Iran. Visto che le sue minacce non servono più a niente, ora si affida alla vecchia saggezza araba. Lui intanto si inventa una mappa in cui Hormuz diventa lo ‘Stretto di Trump’
Trump e l’incubo di Hormuz
Le complicate schermaglie diplomatiche, che ruotano attorno alla futura disciplina della navigazione nello Stretto di Hormuz, costituiscono l’attuale “pezzo forte” della crisi nel Golfo Persico. Americani e iraniani, oltre a scambiarsi missili e droni, litigano continuamente persino sui punti di partenza della questione. Che per Teheran sta diventando la più importante “arma di deterrenza di massa” nei confronti dell’Occidente. Nello scontro, si agitano considerazioni strategiche, che sono state fin qui clamorosamente sottovalutate dalla Casa Bianca. La guerra di “logoramento”, in definitiva, e i suoi devastanti effetti collaterali, stanno colpendo tutti, ma con capacità di “incassare i colpi” assolutamente diverse. A uscire politicamente con le ossa rotte, in primis, sono gli Stati Uniti e i loro cosiddetti “alleati”. Anche se meglio sarebbe parlare di Paesi quasi ricattati (come mezza Europa) divenuti ostaggio delle paturnie del Presidente. Trump invece, dal canto suo, sul “fronte interno” è praticamente assediato. Da tutti i lati, Sondaggi elettorali in picchiata, mercati finanziari in fibrillazione, umori sempre più cupi dentro il Partito repubblicano e notizie assai sgradevoli da fonti militari, dipingono un quadro quasi apocalittico. Trump deve dare una sterzata alle sue scelte sconclusionate, fatte in politica estera per andare appresso a Netanyahu. E lo deve fare subito, perché gli stanno finendo anche le munizioni. Gli iraniani lo sanno e, come vedremo, con grande gioia degli “intransigenti”, si irrigidiscono e alzano la posta nel “piatto”. Come fanno i giocatori di poker, quando sono sicuri di avere carte formidabili in mano.
Il piano degli ayatollah
La teocrazia sciita non vuole dare l’impressione di spadroneggiare o speculare sulla questione relativa al passaggio degli Stretti. Soprattutto non vuole isolarsi. Può sembrare una contraddizione, visti gli attacchi di rappresaglia contro i Paesi del Golfo vicini agli americani. Ma a Teheran hanno capito da un pezzo che bisogna cercare di incunearsi nelle crepe esistenti tra Washington e i vari regimi sunniti moderati della regione. In fondo, è il ragionamento che fanno tutti, quando Trump avrà fatto le valigie, chi resterà dovrà fare i conti con quasi 100 milioni di iraniani. Meglio cercare ora i possibili punti di convergenza, piuttosto che dovere pensare a ricominciare a spararsi. In quest’ottica, l’Iran lavora di conserva con l’Oman per spartirsi le nuove rotte dello Stretto di Hormuz. La BBC ha diffuso la notizia di un accordo. “Il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei – dice la Tv britannica – non ha fornito ulteriori dettagli sull’intesa, che a suo dire è ‘nelle fasi finali’. Baqaei ha tuttavia avvertito che un accordo con l’Oman non garantirebbe la navigazione sicura attraverso lo Stretto, sostenendo che la sicurezza rimane compromessa dal blocco statunitense dei porti iraniani. Gli Stati Uniti e l’Oman non hanno ancora commentato la proposta. Le sue dichiarazioni – conclude la BBC – sono giunte dopo che alti funzionari statunitensi avevano affermato che i colloqui erano progrediti e che si prevedeva la ripresa delle spedizioni entro la fine della settimana, sebbene l’Iran abbia ribadito di non essere in trattativa con gli Stati Uniti e di non avere intenzione di farlo”.
Teheran Times chiarisce
Sostanzialmente gli iraniani dicono le stesse cose. Cioè, confermano prima di tutto l’azione congiunta con l’Oman (alleato degli Usa) per una soluzione che metta tutti d’accordo sulla spinosa vicenda delle rotte di ingresso (e di uscita) da Hormuz. È un escamotage per fare ingoiare il pillolone a Donald Ttump? Possibile. Ma, oltre a questo va certamente sottolineato un altro aspetto della mossa iraniana. E cioè il richiamo che fa il regime a un “naturale epilogo” della crisi, determinato dalle crescenti difficoltà in cui si dibatte la Casa Bianca. È l’organo praticamente ufficiale del regime, il Teheran Times, a spiegare a tutto il mondo i motivi dell’intesa con l’Oman. “Di fronte al progressivo esaurimento delle risorse strategiche, dopo mesi di confronto militare con l’Iran – afferma il giornale – gli Stati Uniti ripongono sempre più le proprie speranze nei negoziati tra Teheran e Muscat per garantire il futuro della navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi strategicamente più importanti al mondo. Sebbene Washington avesse inizialmente cercato di affrontare la questione attraverso accordi diplomatici più ampi in seguito al conflitto durato 40 giorni, il fallimento del Memorandum di Islamabad ha lasciato il canale Iran-Oman come principale via per qualsiasi futura soluzione relativa allo Stretto. Questo cambiamento – prosegue Teheran Times – riflette una nuova realtà geopolitica emersa in seguito al conflitto. Oltre ai costi militari della guerra, gli Stati Uniti avrebbero subito un significativo esaurimento sia delle scorte di missili che delle riserve strategiche di petrolio, mentre la prolungata interruzione del traffico marittimo attraverso lo Stretto ha intensificato la pressione da parte dei mercati energetici globali e dei partner regionali americani per il ripristino del commercio marittimo”.
«In questo contesto – conclude il giornale degli ayatollah – Washington si è concentrata sempre più sul sostegno alla diplomazia indiretta, consentendo a due Stati confinanti con sovranità geografica diretta sullo Stretto – Iran e Oman – di negoziare un nuovo quadro per la navigazione».