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  • “LA NOSTRA GUERRA CONTRO LA RUSSIA”. IL TITOLO (AMMISSIONE) NELL’ANNIVERSARIO DELL’OPERAZIONE BARBAROSSA

    “LA NOSTRA GUERRA CONTRO LA RUSSIA”. IL TITOLO (AMMISSIONE) NELL’ANNIVERSARIO DELL’OPERAZIONE BARBAROSSA

    EUROPA

    • 22 Giugno 2026

    di Fabrizio Poggi per l’AntiDiplomatico

    22 giugno. Oggi, nel lugubre 85° anniversario dell’aggressione nazista all’Unione Sovietica, appare quantomeno curioso osservare come da alcune dispute giornalistiche tedesche scaturisca, involontariamente, la realtà di un’Europa che, ancora una volta, è impegnata militarmente sul “fronte orientale”. Nel suo ultimo numero, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), la rivista “Der Spiegel” si propone di informare i lettori sui crimini commessi dai tedeschi nell’Europa orientale durante la Seconda Guerra Mondiale. Purtroppo, si rammarica il quotidiano conservatore, il titolo della rivista «si rivela una manna dal cielo per la propaganda russa». Il titolo incriminato dice infatti “La nostra guerra contro la Russia” e pare aver buon gioco la FAZ a constatare come, nel 1941, la Germania nazista non avesse intrapreso una guerra contro la “Russia”, bensì contro l’URSS, così che equiparare la Russia all’Unione Sovietica «distorce la realtà storica». Ma, soprattutto, e qui sta il “peccato mortale” commesso da Der Spiegel, ai fini della narrazione europeista, quel titolo rischia di di compromettere «la percezione dell’attuale guerra che il Cremlino sta conducendo contro l’Ucraina da dodici anni». Scrivere di una “nostra guerra contro la Russia” significa quasi ammettere che la “nostra Europa” è oggi in guerra contro la Russia. Perché, sia chiaro: le coordinate esatte dettate dalle cancellerie europee e a cui devono attenersi le sacrestie editoriali sono, da una parte, che c’è un “aggredito” e un “aggressore” e, dall’altra, per spiegare ai lettori la ragione per cui si è passati dal parlare di “attacco improvviso e immotivato” del secondo nel 2022, a un conflitto che va avanti dal 2014, si deve dire non che i golpisti che presero il potere a Kiev nel febbraio di dodici anni fa scatenarono un’aggressione con carri armati e bombardieri contro la propria popolazione del Donbass, ma che invece furono “i russi” a muovere guerra all’Ucraina nel 2014. È per questo che oggi l’intera Europa “democratica e libera” è dalla parte di Kiev e “lavora per la pace”, anche se, per diretta ammissione della ex cancelliera tedesca Angela Merkel e dell’ex presidente francese Francois Hollande, “mediatori” ai due colloqui di Minsk del 2014 e 2015, il loro obiettivo non era altro che quello di guadagnare tempo per consentire all’esercito di Kiev di riarmarsi dopo le batoste di Ilovajsk e Debaltsevo inflittegli dalle milizie di DNR e LNR.

    D’altronde, il ruolo di “mediatore”, l’Europa lo ha volontariamente perso nel momento in cui ha convalidato il colpo di stato violento del 2013-2014 e, del resto, come ha detto proprio in questi giorni il “consigliori” golpista Mikhail Podoljak intervistato dal Corriere della Sera, l’Europa «non può essere un mediatore neutrale: la guerra si combatte contro un Paese europeo, sul continente europeo, e pone una sfida diretta alla sicurezza dell’Europa». Da questo punto di vista, dunque, il titolo di Der Spiegel può davvero considerarsi un’aperta ammissione, per quanto quasi certamente involontaria e casuale, della guerra che l’Europa delle cancellerie liberali, schierate a difesa degli interessi del capitale finanziario e del complesso militare-industriale, sta conducendo contro la Russia e di cui Moskva è da tempo più che consapevole, tanto che ormai apertamente editorialisti e alti esponenti politici ammettono che l’Operazione militare speciale in Ucraina è finita e al suo posto è in corso una guerra voluta e condotta dalla UE e dalla NATO contro la Russia.

    Il politologo e direttore del portale “La Russia nella politica globale”, Fëdor Luk’janov scrive sostanzialmente che Europa e Ucraina, sotto molti aspetti, si sono in gran parte fuse, sia politicamente che nel complesso militare-industriale. L’Ucraina è diventata un banco di prova per le armi occidentali e l’Europa punta sul suo successo, agendo in solidarietà con Kiev. Oggi, dice «si stanno sviluppando progetti congiunti e vengono creati impianti di produzione, trasformando l’Europa in una retrovia dell’Ucraina. Al tempo stesso, si sta sviluppando anche una nuova produzione ucraina». L’Europa, afferma Luk’janov «sostiene pienamente l’Ucraina, punta sul suo successo e ha già iniziato a discutere una posizione negoziale unitaria. L’Europa e gli Stati Uniti hanno seguito strade diverse, ma ora l’Europa è unita all’Ucraina… Proporrei di considerare l’Europa e l’Ucraina come un unico soggetto, o oggetto, a seconda della prospettiva».

    E ora, dice il politologo, l’obiettivo di Bruxelles e di Zelenskij è quello di convincere Donald Trump che l’Ucraina «non stia perdendo»: hanno cercato di farlo anche al vertice del G7, volendo dimostrare a Trump l’erroneità della sua precedente visione, secondo cui «la Russia sta vincendo la guerra e l’Ucraina perderà comunque, quindi è meglio raggiungere un accordo ora piuttosto che aspettare il peggio». Ora, dunque, Kiev e i suoi sostenitori devono dimostrare che l’Ucraina non stia perdendo e che le sue possibilità stiano migliorando e che, quindi, si debba aiutare l’Ucraina a rafforzare le proprie posizioni, in modo che «la situazione penda ancora di più a favore di Kiev. Solo allora potremo parlare di un qualche tipo di accordo di pace».

    D qui, il fervore con cui sia Kiev che i media europeisti si danno a “dimostrare” che l’Ucraina è in grado di assestare colpi sempre micidiali alla Russia, le cui difese non riescono a intercettare l’enorme quantità di droni che l’Europa riesce a sfornare e fornire ai nazigolpisti e che, dunque, la situazione si è decisamente e definitivamente capovolta a favore del “paese aggredito” e occorre ancora solo qualche ulteriore sforzo da parte dei paesi europei a sostegno di Kiev e la guerra si concluderà con la vittoria certa dei nazisti, difensori dei “valori e delle libertà” europeiste. Tutti coloro che si azzardano a mettere in dubbio tale “verità” meritano la gogna mediatica, quali negazionisti del “verbo divino”. Si arriva al punto, come è il caso del signor Roberto Gressi sul Corriere della Sera del 21 giugno, di sforzarsi di essere “più ucraini degli ucraini”, tentando di eguagliare il famigerato sito nazista ucraino “Mirotvorets” e condannando al “pubblico scherno” tutti quei “disfattisti” che, in Italia, osano proclamare che «l’Ucraina ha già perso». Vade retro. Tra una declamazione e l’altra su «Putin, il suprematista bianco che somma su di sé il peggio dell’imperialismo zarista e di quello sovietico, annaspa» ed è ormai sul punto di affogare; un ave maria per «l’idea che popoli liberi possano essere schiacciati sotto il tallone del più forte», dove non ci si dà pena di specificare in cosa e da chi siano “liberi” quei popoli soggiogati dal profitto capitalista, ecco allora che si fanno nomi e cognomi – per eguagliare “Mirotvorets” mancano gli indirizzi di casa – di coloro che, direttamente o indirettamente, gettano “discredito” sulla verità rivelata della “autocrazia che aggredisce” e la “libera democrazia che si difende” e, con ciò stesso, difende l’intera Europa dalle “mire imperialiste” dei barbari iperborei. Da Gianfranco Pagliarulo, a Vito Petrocelli, a Lucio Caracciolo, fino ai disfattisti Marco Tarquinio e Cecilia Strada che «sono critici sulle armi». Non possono ovviamente mancare Marco Travaglio e Tomaso Montanari, che mettono in dubbio la vittoria ucraina, fino ai rei intenzionali di recarsi in Russia, come Pupo, Francesco Totti o Al Bano. Per essere al passo coi tempi e uguagliare in tutto “Mirotvorets” manca solo lo spazio in cui mettere, al momento dovuto, la spunta “Eliminato”.

    La verità della fede è dunque che Kiev “vince e vincerà” e chi lo mette in dubbio è un traditore dell’Europa. Ora, scrive Elena Karaeva su RIA Novosti, con l’attentato terroristico di Brjansk contro i bambini bielorussi, dopo l’attacco di centinaia di droni su Moskva, è risultato chiaro che i russi dispongano di contromisure contro i droni ucraini. Mentre Kiev non ne ha contro i missili balistici russi. The New York Times, non certo simpatizzante della Russia, ha scritto che in un conflitto reale, la superiorità militare e la vittoria incondizionata sono garantite da un arsenale di missili balistici e da una difesa aerea che funzioni come un orologio. Agli incontri di Evian, Ramstein o Bruxelles, tale constatazione è stata oscurato «da uno spesso strato di trucco mediatico… per trasformare la guerra contro la Russia, che la NATO sta perdendo, in un nuovo Blitzkrieg vittorioso… mentre il presidente del Consiglio europeo, il portoghese dai capelli grigi Costa, veniva afferrato per i risvolti e scosso, nel tentativo di costringerlo a confessare di “aver chiamato Moskva” e di essere un “agente di Moskva”».

    Questo, da un lato. Dall’altro, è facile ricordare come, negli ultimi trent’anni, il Cremlino non abbia fatto altro che cercare di negoziare con Europa, Occidente e NATO, mentre questi interlocutori non hanno fatto altro che mentire e violare gli accordi, a cominciare dalla riunificazione delle due Germanie, quando fu pubblicamente giurato che la NATO non si sarebbe spostata “di un pollice verso est”. Poi, invece, venne l’annuncio, al vertice NATO di Bucarest del 2008, dell’adesione dell’Ucraina all’Alleanza, con Moskva che reagì immediatamente alla possibilità di tale associazione, avvertendo che le “linee rosse” non dovevano essere oltrepassate. Ma a Ovest hanno sempre finto di non sentire, dato che l’obiettivo non era quello di recepire le preoccupazioni russe sulla minaccia esistenziale al paese, bensì quello di sferrare un colpo preventivo e fatale. E per tale attacco, ricorda Karaeva, è stato stanziato un budget stratosferico di oltre mezzo trilione di dollari, mentre si blaterava di “negoziati” al solo scopo di prendere tempo, finanziare la distruzione della Russia, uccidere quanti più russi possibile durante il periodo di “cessate il fuoco”.

    Perché, come ha scritto il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, in un articolo inizialmente destinato a Politico Europa, ma poi pubblicato (Politico lo ha ignorato) sul sito del Ministero degli esteri) l’intera «esperienza dei negoziati con l’Europa, in quanto parte del “Occidente collettivo”, negli ultimi 20 anni indica una sola cosa: i negoziati con la Russia sono una tattica ingannevole, una copertura diplomatica per l’espansione geopolitica dell’Occidente e delle sue istituzioni, principalmente la NATO e l’Unione Europea, verso est, in direzione dei confini della Russia.

    L’unione Sovietica non c’è più da oltre trent’anni. Al posto della Germania nazista e del Blitzkrieg tedesco, sostenuto da eserciti regolari e volontari provenienti da quasi tutti i paesi europei, c’è però oggi una volontà di guerra che avvolge l’intera Europa dei monopoli, in cerca di una via d’uscita militare dalla crisi sempre più profonda. E, al posto di un singolo ministero della propaganda nazista, c’è un intero apparato mediatico impegnato a convincere le masse popolari della necessità, per il “loro stesso bene”, di essere militarizzate, soggiogate ancora di più agli interessi del capitale e, al momento decisivo, essere vestite dell’uniforme per marciare contro “il nemico”, asiatico, barbaro o iperboreo che sia.

    Fabrizio Poggi

    Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di “Falsi storici” (L.A.D Gruppo editoriale)

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  • IL ‘MONDO STRATEGICO’ ATTUALE LETTO DA UNA ‘SUPERSPIA’ DI CASA

    IL ‘MONDO STRATEGICO’ ATTUALE LETTO DA UNA ‘SUPERSPIA’ DI CASA

    Europa-Stati Uniti

    22 Giugno 2026

    • di Ennio Remondino

    Nel mondo del giornalismo d’avventura, tra guerre e trame, capita che il cronista a caccia di segreti da svelare possa inciampare nella controparte che di quei segreti vuole impossessarsi prima lei o che invece debba impedire  vengano svelati. Le spie, senza tutto quel ‘political correct’ di ‘intelligence’ che non spesso si meritano. E capita che spia e giornalista possano diventare persino amici. Ovviamene nel dubbio eterno di chi sia il primo ad usare l’altro. E proprio adesso ho re-incontrato l’amico ‘spia maximo’ che, forse per caso o forse no, aveva voglia di raccontarmi di un suo acuto ragionamento politico strategico. Alberto Manenti, l’unica vera spia di mestiere nel percorso professionale, giunta a dirigere lo spionaggio estero italiano, l’Aise (l’ex Sismi).

    Alberto Manenti, dopo i convenevoli, spara subito alto

    «Beniamino Irdi, The Age of Unlearning: How Democracies Lost Their Grip on Strategic Time, pubblicato su War on the Rocks il 6 aprile». Sempre far finta di sapere e scivolare oltre. E scopri che questo Irdi pone una questione di grande rilievo: «la progressiva perdita, da parte delle democrazie occidentali, della capacità di esercitare una disciplina del tempo e di sviluppare una visione strategica di lungo periodo». Insomma, l’incapacità dei Trump e dei minimi leader europei di capirci qualcosa, come si vede platealmente.

    Il tempo che scorre o ‘riconfigurazione storica’?

    Mi domando se una parte di ciò che oggi percepiamo come erosione del tempo strategico non sia anche il risultato di una trasformazione più profonda del modo stesso in cui il tempo si manifesta nella competizione internazionale. Forse non stiamo assistendo soltanto a una perdita di controllo.
    Per molti decenni siamo stati abituati a ragionare secondo una logica relativamente lineare, nella quale il tempo favoriva chi riusciva ad accumulare capacità economiche, militari e politiche e a consolidare vantaggi progressivi (Stati Uniti o Grandi potenze, NdR).
    Oggi ho l’impressione che questa rappresentazione sia diventata meno evidente.

    Una successione di shock, pressioni, negoziati

    Il sistema internazionale sembra muoversi attraverso una successione di shock, fasi di pressione, momenti negoziali e successivi riallineamenti. Più che una linea continua, sembra quasi un movimento pulsante.
    Anche le crisi sembrano seguire questa logica. Più che accumularsi indefinitamente, tendono a spostarsi da un teatro all’altro, determinando una continua redistribuzione dell’attenzione, delle risorse e della volontà politica delle grandi potenze.
    Gli sviluppi più recenti sembrano offrire un esempio di questa dinamica. La sofferta apertura di una fase negoziale con l’Iran e, parallelamente, la rinnovata intensità del confronto tra Russia e Ucraina suggeriscono non tanto una diminuzione della competizione internazionale, quanto uno spostamento del suo centro di gravità.

    Troppa potenza inutile

    Le grandi potenze continuano a disporre di enormi risorse economiche, tecnologiche e militari. Ciò che appare sempre più difficile non è possedere la potenza, ma concentrarla. Mi sembra che la vera risorsa critica del XXI secolo sia sempre meno la quantità assoluta dei mezzi disponibili e sempre più la capacità di focalizzarli efficacemente.

    E qui il militale, spia o non spia, rientra in campo

    Da questo punto di vista, tre elementi mi sembrano particolarmente importanti. L’attenzione, cioè la capacità di distinguere le priorità e comprendere che non tutto può essere affrontato contemporaneamente.
    L’analisi, intesa come capacità di trasformare una massa crescente di informazioni in comprensione e supporto alla decisione.
    La volontà politica, vale a dire la capacità di sostenere nel tempo decisioni difficili, l’allocazione di risorse e l’assunzione dei relativi costi.

    Meno forza e più ingegno

    Forse la superiorità strategica dipenderà sempre meno dalla disponibilità assoluta di mezzi e sempre più dalla capacità di allineare queste tre dimensioni. Per questo motivo mi sembra che la domanda per l’analista e per il decisore stia cambiando. Non si tratta soltanto di chiedersi quale sarà la prossima crisi.La domanda, probabilmente, è un’altra:
    verso quale teatro si sta spostando il tempo strategico?
    In altre parole, dove tenderanno inevitabilmente a concentrarsi l’attenzione delle grandi potenze, le risorse disponibili e il rischio di escalation?

    Teatro e risorse

    Non so se questa interpretazione sia corretta. Più che una conclusione, la considero una domanda aperta. Se però questa chiave di lettura cogliesse almeno una parte della realtà, allora erosione e riconfigurazione del tempo strategico non sarebbero necessariamente fenomeni alternativi, ma due aspetti della stessa trasformazione.
    Da ex direttore di un servizio di intelligence, tendo a ritenere che questa sia una delle sfide più importanti dell’intelligence contemporanea. Perché, in definitiva, il problema non è sapere tutto. È capire che cosa conta davvero sapere e quando.

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  • TRATTATIVA USA-IRAN SI RICOMINCIA E TRUMP ATTACCA SULLA NATO

    TRATTATIVA USA-IRAN SI RICOMINCIA E TRUMP ATTACCA SULLA NATO

    Presidenza Trump

    22 Giugno 2026

    • di rem

    Stati Uniti e Iran sono tornati a trattare dopo la firma dell’accordo, ancora sulle stesse cose di sempre e con le stesse tensioni. Come se nulla fosse accaduto prima. Eravamo distratti noi, o qualcuno ha preso in giro il mondo celebrando ‘l’accordo del secolo’ all’ormai inutile celebrazione liturgica diplomatica del G7 e del suo ottantesimo compleanno. Intanto Trump minaccia di uscire dalla Nato e re-insulta l’Italia e Meloni. Per arrivare a cosa?

    Rinvii e assaggi, ricomincia la giostra

    «Nella notte tra domenica e lunedì è terminato il primo incontro tra i delegati di Stati Uniti e Iran al resort di Bürgenstock, sul lago di Lucerna, in Svizzera», precisa il Post. «Era il primo previsto dal memorandum d’intesa firmato la settimana scorsa, che prevede che i due governi continuino a negoziare per 60 giorni per trovare un accordo di pace definitivo per la guerra in Medio Oriente». Ma, In questi primi colloqui non è stato deciso granché: secondo Pakistan e Qatar, che finora sono stati i principali paesi mediatori, Iran e Stati Uniti hanno stabilito un calendario per continuare i negoziati nelle prossime settimane.

    Ma la navigazione di Hormuz?

    Tra il dire e il fare. Per ora hanno deciso di creare una linea di comunicazione diretta, per evitare incomprensioni e garantire la libertà di transito nello stretto di Hormuz, e un sistema di coordinamento tra Iran, Stati Uniti e Libano, con l’obiettivo di far cessare i combattimenti tra Israele e Hezbollah in Libano, come aveva chiesto l’Iran e come previsto dal memorandum tra i due paesi. Mentre Netanyahu continua il suo macello. Durante i negoziati ci sono stati alcuni momenti di tensione, specialmente dopo che il presidente statunitense Donald Trump aveva minacciato di compiere nuovi attacchi contro l’Iran.

    Trump la vera minaccia

    In un’intervista a Fox News Trump aveva anche detto di avere minacciato i rappresentanti dell’Iran, alludendo alla possibilità di rapirli, sostenendo che la delegazione «non sarebbe riuscita a ritornare nel proprio paese». Senza misura. La delegazione statunitense era guidata dal vicepresidente JD Vance. Insieme a lui c’erano l’inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner, il genero di Trump. Per l’Iran invece c’erano il presidente del parlamento Mohammad Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Le due delegazioni si sono incontrate di persona per circa un’ora e mezza. In Svizzera sono comunque rimasti altri funzionari dei due governi, che continueranno a discutere i dettagli di un possibile accordo.

    Le complessità nelle mani della Casa Bianca

    Le trattative tra Iran e Stati Uniti sono molto complicate, e ci sono diversi punti su cui le loro posizioni restano distanti. Un ostacolo a un accordo al momento è il fatto che nei giorni scorsi Israele ha continuato a compiere attacchi in Libano, nonostante il memorandum. Sabato inoltre l’Iran aveva detto di aver di nuovo chiuso la navigazione nello stretto di Hormuz, proprio come risposta ai continui attacchi israeliani in Libano. Gli Stati Uniti sostengono che le navi debbono continuare a passare dallo stretto, ma dopo l’annuncio dell’Iran diverse hanno invertito la loro rotta, e al momento la situazione è abbastanza confusa.

    E la Nato è arma contro l’Europa

    Intanto, Trump a Tgcom24, del suo amico Murdoc: «Sono deluso non solo dall’Italia, ma da tutti i leader della Nato. Non so se ritirarmi dall’Alleanza atlantica». Insiste il livoroso presidente, attacchi politici conditi da malignità personali che segnano il suo pessimo carattere. Meloni precipitata nel girone dei cattivi. «Dopo aver speso miliardi di dollari per la Nato, l’Italia e il suo premier non sembrano nemmeno disposti a prendere parte all’azione contro l’Iran e la sua seria minaccia nucleare. Da decenni li difendiamo, ma quando arriva il momento di difendere noi e il resto del mondo, non ci sono. Non va bene».

    «Non sono solo deluso dall’Italia, ma anche da tutti i leader della Nato. Non so se ritirarmi dall’Alleanza atlantica».

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  • NELLE PAGINE DEL LIBRO DI PINO ADRIANO: L’INTRIGO DI BERNA – Diplomatici, generali, agenti segreti: la verità sulla fine della guerra in Italia – LA SPIEGAZIONE DEI VALORI CHE TENGONO UNITI I MASSOCAPITALISTI OCCIDENTALI

    NELLE PAGINE DEL LIBRO DI PINO ADRIANO: L’INTRIGO DI BERNA – Diplomatici, generali, agenti segreti: la verità sulla fine della guerra in Italia – LA SPIEGAZIONE DEI VALORI CHE TENGONO UNITI I MASSOCAPITALISTI OCCIDENTALI

    di Andrea Montella

    Per capire il presente carico di guerre massocapitaliste – dalla Palestina, all’Ucraina/Russia, all’Iran – che hanno lo scopo di rapinare le immense risorse della Russia e dell’Iran, bisogna fare un passo indietro nella storia e andare in profondità sui valori che tengono unite le classi dominanti occidentali sia in versione “democratica” che in quella totalitaria nazifascista.

    A tal proposito ci vengono in soccorso le pagine del libro di Pino Adriano che analizzando gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale quando l’Italia è divisa in due dalla Linea gotica con la minaccia nazista agli alleati che – in caso di un loro attacco – Hitler e le sue armate risponderanno con una ritirata strategica facendo “terra bruciata” del nostro paese: verranno rase al suolo tutte le industrie e le infrastrutture del Nord Italia, comprese le centrali elettriche delle Alpi, mentre le armate della Wehrmacht confluiranno nelle fortezze alpine per combattere fino all’ultimo uomo.

    Contemporaneamente alle minacce i nazisti, servendosi di abilissimi mediatori (agenti svizzeri e fiduciari della Santa Sede) e avvalendosi dei servizi segreti delle SS fanno sapere agli americani che sono disposti a trattare: non ci saranno distruzioni né spargimento di sangue a condizione che agli ottocentomila armati tedeschi sia consentito di rientrare in patria per respingere l’invasore sovietico.

    Anche se gli americani non possono infrangere il patto di alleanza che li vincola ai sovietici, la prospettiva di conquistare l’Italia senza più combattere è molto allettante. Si apre così a Berna la trattativa: nome in codice, Operation Sunrise che fa emergere le differenze valoriali tra le forze in campo.

    I principali protagonisti della Operation Sunrise: Allen Dulles, capo della filiale di Berna dell’Office of Strategie Services americano, e il generale delle SS Karl Wolff, plenipotenziario tedesco in Italia e pupillo di Himmler e Hitler.

    Ora vediamo dalle pagine 158 e 159 del libro e dalle parole del generale nazista Karl Wolff quali sono gli elementi che uniscono gli occidentali:

    … Sarà pure stato un gioco di società, alimentato dall’euforia del momento, ma perché tanto entusiasmo di fronte alla prospettiva di una «resa incondizionata»? Eppure come dice Dollmann, l’incontro con Dulles aveva reso Wolff «arcisicuro». E questo è il nodo: perché il plenipotenziario nutriva tanto ottimismo?

    Cinque giorni prima, a villa Besana, Wolff aveva discusso con Dollmann i risultati del primo contatto con svizzeri e americani. Erano emersi elementi incoraggianti, a cominciare dalla disponibilità degli americani a trattare con le SS. Il professor Husmann aveva tratteggiato un futuro per i tedeschi di buona volontà e le parole di Paul Blum erano suonate come una conferma: «… gli alleati hanno bisogno, per la ricostruzione, di tutti gli uomini di buona volontà. E chiunque dia il suo aiuto per accorciare la guerra…». Poi Wolff, discutendo con Parrilli, aveva detto: «E’ impossibile che gli occidentali vogliano permettere la bolscevizzazione della Germania. Perché non dovrebbero servirsi di noi per mantenere l’ordine nell’Europa centrale?». E il barone lo aveva spinto ad incontrare gli americani per «aprire loro gli occhi» sulle conseguenze per l’intera Europa di un’occupazione sovietica della Germania. Quando era partito per la Svizzera, Wolff aveva in tasca un promemoria per Dulles concordato con l’ambasciatore Rahn. Secondo quell’appunto, dopo la resa in Italia le armate di Kesselring avrebbero occupato la Germania sud-occidentale impedendo «la costituzione di un ultimo ridotto di difesa delle Alpi» e garantendo «la continuità della sovranità tedesca in quelle regioni». In treno verso Zurigo, discutendo con Husmann, Wolff aveva riconosciuto che la guerra era perduta ma aveva continuato a difendere i propri ideali nazisti. Infine aveva incontrato Dulles, che lo aveva invitato a parlare con franchezza. E non c’è motivo di ritenere che Wolff non l’abbia fatto. Il generale delle SS era profondamente convinto, e continuò a sostenerlo anche dopo la guerra, che gli ideali nazisti fossero la più alta espressione della civiltà occidentale. Wolff credeva fermamente nella superiorità della razza ariana e nella necessità di ergere una barriera contro l’invasione cosacca, contro la barbarie dei mongoli slavi. E’ possibile che Wolff non abbia affrontato con Dulles questi argomenti?…

    Quando, però, i russi scoprono questo sporco gioco, la fiducia fra Est e Ovest si incrina pericolosamente. Gli occidentali gettano con quella Operation Sunrise le basi per la Guerra Fredda.

    Il nazista Wolff aveva ragione nelle sue razziste affermazioni sui comuni valori che univano le classi al potere in Occidente. Questi razzistici disvalori, in particolare l’anticomunismo, sono ben presenti nella testa e nelle pratiche dei politici attuali ai vertici dell’Europa e degli Usa e si riscontrano nelle loro razzistiche politiche in Palestina, in Africa, in Asia, in America latina e in tutto il Medioriente e nel finanziamento e propaganda a favore dei movimenti e dei crimini dell’estrema destra in tutto il mondo.

    L’unica alternativa possibile è una visione superiore in termini valoriali che solo la prospettiva del Comunismo può dare e che parta da un’unificazione dell’Europa sui principi sanciti dalla nostra Costituzione antifascista che sono: eguaglianza, pace e lavoro. Valori che devono unire i popoli europei dal Portogallo alla Russia. Ed è solo l’inizio…

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  • DA GRAMSCI AI CABARET NAZISTI: L’INGANNO DELLA RISATA CHE CI STA PORTANDO ALLA DITTATURA (DI CHRIS HEDGES)

    DA GRAMSCI AI CABARET NAZISTI: L’INGANNO DELLA RISATA CHE CI STA PORTANDO ALLA DITTATURA (DI CHRIS HEDGES)

    NORD-AMERICA

    • 20 Giugno 2026

    di Chris Hedges*

    I buffoni che orchestrano il fascismo – con la sua pseudoscienza, la sua idiozia, la sua propensione alla violenza e la sua grottesca ipermascolinità – sono un terreno fertile per la satira. È fin troppo facile, come fanno i comici dei late-night show o come facevano i cabaret berlinesi con i nazisti, mettere alla gogna i teppisti, gli inetti e i mediocri che detengono il potere. Tuttavia, questa forma di satira finisce per accecare gli oppositori, impedendo loro di vederne il nucleo omicida e il potere distruttivo. Ignora i veri centri di potere. Non genera resistenza, ma disprezzo e cinismo, acuendo la faglia sociale e politica tra noi, l’élite “illuminata e colta”, e loro, il “cesto di deplorevoli” da deridere e disprezzare.

    Esistono due forme di satira. Quella delle élite istruite, che domina i media commerciali, si limita a ridicolizzare le debolezze e le pretese di Trump e dei suoi sfortunati seguaci. Questa satira non attacca mai i colossi multinazionali o l’industria bellica. Ignora il degrado e la corruzione strutturale delle nostre istituzioni politiche – incluso il Partito Democratico – che hanno creato il fenomeno Trump, fingendo che viviamo ancora in una democrazia sana. Caratterizzata da una ripugnante superiorità morale e intellettuale e da una spietata umiliazione delle classi inferiori, questa comicità alimenta proprio le divisioni sociali e l’alienazione che nutrono il fascismo.

    Antonio Gramsci avvertiva che la satira elitaria è controproducente. Invocava invece un “sarcasmo appassionato” capace di prendere di mira i reali meccanismi del potere. La satira, scriveva, deve fustigare i miti e le ideologie dominanti che sostengono il capitalismo e il fascismo. Deve smascherare la bancarotta morale dell’autoritarismo, ma anche riconoscere le legittime rimostranze di coloro che ne sono vittime, concentrandosi sulle istituzioni che perpetuano l’ingiustizia e la disuguaglianza sociale.

    “Trump è stato necessario anche per smascherare i progressisti di plastica”, scrive l’analista Nate Bear. “Gli imperialisti liberali anti-Trump, nella loro opposizione all’accordo con l’Iran, appaiono come psicopatici guerrafondai. Dai democratici che denunciano l’accordo sui social ai comici come Jimmy Fallon che attaccano Trump per aver restituito a Teheran i fondi che gli Stati Uniti avevano congelato, non esiste alcuna alternativa al bombardamento incessante dell’Iran. Non c’è rabbia da parte dei liberali per le vittime iraniane, o verso lo stato imperialista, il sionismo e la macchina di morte che rende possibile questa violenza. No, sono solo imbarazzati per le crepe dell’impero, di cui non vogliono riconoscere i limiti.”

    La satira elitaria, che vada in onda al Saturday Night Live o nei programmi notturni, finisce per accanirsi contro i più deboli. Induce i liberali a credere che i delinquenti e gli imbroglioni al potere siano troppo stupidi e inetti per durare. Milioni di esuli politici sanno bene come questa autoillusione – l’incapacità di prendere sul serio i fascisti – sia il principale motore del fascismo stesso. Anche loro, un tempo, liquidavano come ridicoli i teppisti che oggi governano i loro paesi d’origine.

    La scrittrice turca Ece Temelkuran, costretta all’esilio dal regime di Erdoan, nel suo libro Nazione di stranieri descrive un modello preciso:

    Tutto inizia con un movimento che spacca la società in due: il “vero popolo” contro l’”élite corrotta”, guidato da un leader che pretende di essere l’unico rappresentante dei giusti. Il passo successivo è la dissoluzione della verità e la priorità della fedeltà sulla decenza. Poi viene smantellata la vergogna: il leader infrange il consenso politico e morale con una spietatezza senza precedenti. Più a lungo rimane al potere, più i limiti di ciò che è accettabile si allargano. Ciò che un tempo sembrava impensabile o spregevole diventa gradualmente la normalità. Mentre le istituzioni democratiche vengono svuotate dall’interno, i valori universali – la dignità umana e lo stato di diritto – vengono sostituiti da un nazionalismo feroce, da un fiero vittimismo e da una riscrittura della storia. La crudeltà diventa una virtù, infiltrandosi nella vita quotidiana. La cerchia del “noi” si restringe, mentre milioni di concittadini vengono etichettati come sospetti permanenti.

    Come avverte Temelkuran, gli americani placano le loro paure ripetendo la stessa illusoria frase: “Le istituzioni reggeranno”. Non osano guardare in faccia il proprio futuro, e presto non saranno più riconosciuti come cittadini a meno che non si conformino alle nuove regole dell’America di Trump.

    I comici di oggi funzionano un po’ come Fritz Grünbaum, la star del cabaret che durante il nazismo, quando mancò la corrente durante uno spettacolo, disse ironicamente: “Non vedo niente, proprio niente; devo essere finito nella cultura nazionalsocialista”. Grünbaum finì i suoi giorni nel campo di concentramento di Dachau, dove morì di tubercolosi insieme ad altri artisti e satirici.

    I nazisti si mossero rapidamente per chiudere i cabaret e tutte le istituzioni che sfidavano il loro controllo, sostituendoli con spettacoli di varietà insignificanti. Detestavano la derisione tanto quanto Trump, che dopo una puntata dello show di Stephen Colbert ha definito il conduttore un “idiota totale”, condividendo un video generato dall’intelligenza artificiale in cui lo gettava in un cassonetto, scrivendo che quella era “l’inizio della fine” per i talk show notturni.

    Nei regimi totalitari, le battute sui dittatori sono un reato. La satira è ammessa nello Stato fascista solo quando serve a deridere gli oppositori politici e le minoranze demonizzate, mai quando è diretta contro i veri centri di potere. Come sottolineava Gramsci, il consolidamento del potere richiede di vincere la “battaglia culturale”, dominando il discorso pubblico, controllando il linguaggio e ridefinendo le norme sociali.

    La satira elitaria non è altro che una valvola di sfogo. Rifiutandosi di affrontare le radici della degenerazione politica, sociale e culturale – che ha preceduto la presidenza Trump – consolida il progetto autoritario che finge di combattere. Riduce la catastrofe a uno spettacolo circense: i ministri servili, le nomine grottesche o la guerra di Robert F. Kennedy Jr. contro la scienza medica. Non affronta il fallimento sistemico delle istituzioni democratiche: l’accademia, le elezioni, i tribunali, il Congresso o i media. Distoglie l’attenzione dai miliardari e dalle multinazionali che hanno imposto l’austerità e la deindustrializzazione, facilitando il più grande trasferimento di ricchezza verso l’alto nella storia degli Stati Uniti. Ignora la micidiale industria bellica e l’apparato di sorveglianza interna che ci rende la popolazione più monitorata e spiata della storia umana.

    Questa satira elitaria semplifica forze complesse, sminuendo le correnti sotterranee che hanno generato Trump. Il “sarcasmo appassionato” di Gramsci è troppo rivoluzionario e troppo veritiero per essere trasmesso dai colossi mediatici.

    “La risata è la nostra reazione alle incongruenze immediate e a quelle che non ci riguardano direttamente”, osservava il teologo Reinhold Niebuhr in Umorismo e fede. “La fede è l’unica risposta possibile alle incongruenze ultime dell’esistenza, che minacciano il senso stesso della nostra vita. Nel Santo dei Santi non c’è spazio per le risate: lì sono soffocate dalla preghiera e l’umorismo trova compimento nella fede”.

    Quando la satira diventa il punto di arrivo, è deleteria, perché maschera la realtà. Deve essere, come comprese Niebuhr, solo il punto di partenza. Deve spingerci, come aveva capito Gramsci, verso un’analisi rigorosa e l’organizzazione di movimenti di massa, gli unici in grado di salvarci dalla tirannia. Deve smettere di fare il gioco di una nazione polarizzata. Data la gravità della situazione, la risata non basta più.

    (Traduzione de l’AntiDiplomatico)

    *Giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha ricoperto il ruolo di redattore capo per il Medio Oriente e per i Balcani. In precedenza, ha lavorato all’estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello Show The Chris Hedges Report.

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  • MARCO POLO PROMUOVE LA PACE, LA CULTURA E LO SVILUPPO SOSTENIBILE (DI JEFFREY SACHS)

    MARCO POLO PROMUOVE LA PACE, LA CULTURA E LO SVILUPPO SOSTENIBILE (DI JEFFREY SACHS)

    ASIA

    • 20 Giugno 2026

    di Jeffrey Sachs

    June 19, 2026   |   The Insider

    Settecentocinquanta anni fa, un diciassettenne veneziano partì verso est e non fece ritorno per un quarto di secolo. Marco Polo lasciò la laguna di Venezia nel 1271 con suo padre Niccolò e suo zio Maffeo: tre mercanti a cavallo diretti, in seguito, alla corte di Kublai Khan. La loro spedizione si basava su un solo cavallo vapore per viaggiatore.

    Il nostro gruppo di quattro persone – mia moglie Sonia, il nostro amico Patrick Zhong, suo figlio Jimmy e io – si è appena messo in viaggio lungo quella stessa strada verso est, dove l’Occidente incontra l’Oriente lungo l’antica Via della Seta. Non fingerò che stiamo vivendo un’esperienza avventurosa come quella del giovane Marco. Il nostro camper è un BYD Denza completamente elettrico, e i modelli di punta di questa gamma raggiungono la sorprendente potenza di 1.582 cavalli vapore, garantendo una guida silenziosa e fluida.

    Ma togliete la potenza del motore e i sette secoli e mezzo, e il viaggio rimane lo stesso: una curiosità saldamente orientata verso est, la convinzione che la strada più sicura per la pace passi attraverso gli incontri umani e una lunga serie di sconosciuti che diventano nuovi amici davanti alla seconda tazza di tè.

    Lo chiamiamo il “Viaggio di Marco Polo per la Pace, la Cultura e lo Sviluppo Sostenibile”: 12 paesi, 15.000 chilometri, 43 giorni, da Roma a Hong Kong. Siamo partiti, non a caso, dalla Città Eterna, sede del Papato, perché, come i Polo prima di noi, portiamo un messaggio del Papa verso est, nel nostro caso la nuova enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, un appello alla pace e all’uso saggio e umano delle nostre potenti nuove tecnologie. I Polo un tempo facevano da tramite tra Papa Gregorio X e Kublai Khan attraverso un mondo diviso. L’obiettivo, a quanto pare, non è cambiato poi molto in 750 anni.

    Da Roma abbiamo puntato l’auto verso nord e a Bologna ci siamo fermati per ricaricarla: ed è qui che il XXI secolo si è annunciato in grande stile. Grazie alla ricarica rapida di BYD e alle sue straordinarie batterie Blade, abbiamo raggiunto il 97,5% in meno di nove minuti, prima ancora che arrivasse il nostro caffè. Marco Polo misurava i suoi progressi in stagioni e passi di montagna; Noi misuriamo il nostro tempo in minuti di ricarica e nella straordinaria facilità con cui attraversiamo l’Eurasia senza bruciare una goccia di petrolio. Questo, in breve, è il messaggio principale del viaggio: le tecnologie verdi che stanno arrivando possono essere al servizio dell’umanità, unirci di più e ridurre al contempo il nostro impatto ambientale.

    Mentre scrivo, stiamo viaggiando verso Venezia, la città natale dei Polo, la città da cui iniziò il loro viaggio e alla quale, un quarto di secolo dopo, fecero ritorno. Da lì il nostro itinerario prosegue verso Croazia e Serbia, Bulgaria e Turchia, attraverso il Caucaso fino a Georgia e Azerbaigian, oltre il Mar Caspio verso Kazakistan e Uzbekistan – Khiva, Bukhara, Samarcanda, nomi che ancora oggi richiamano viaggi attraverso le steppe – e infine in Cina, verso Xi’an, Shanghai e Shenzhen, per concludersi a Hong Kong a fine luglio.

    Diversi governi ci hanno riservato una calorosa accoglienza e non vediamo l’ora di incontrare leader politici, economici e culturali lungo il percorso, e con altrettanto entusiasmo studenti, automobilisti, commercianti e i giovani che erediteranno questo mondo interconnesso. Il nostro desiderio è non solo parlare, ma anche ascoltare.

    Per chi volesse unirsi a noi, terrò un corso online durante il viaggio: un’aula mobile sulla storia della Via della Seta, sullo sviluppo sostenibile e sull’antica, ostinata e necessaria idea che le nazioni stiano molto meglio cooperando che scontrandosi. È possibile iscriversi tramite la SDG Academy; il viaggio è aperto a chiunque abbia una mente curiosa. La pagina per l’iscrizione è qui: https://sdgacademy.org/course/the-marco-polo-drive/

    Mentre i chilometri scorrono, torno a una convinzione fondamentale. Molti cosiddetti strateghi geopolitici e politici sostengono che le civiltà dell’Oriente e dell’Occidente siano destinate a scontrarsi piuttosto che a cooperare. Marco Polo la pensava diversamente. All’estremità della più lunga strada verso Oriente, non trovò nemici, bensì una civiltà brillante e sofisticata, desiderosa di scambiare idee con la stessa facilità con cui scambiava merci. La Via della Seta non è mai stata un singolo filo, tanto meno un muro. Fin dall’antichità, la Via della Seta è stata una vasta rete di interconnessioni. La globalizzazione è un segno distintivo della civiltà, dall’antichità alla nostra epoca. Lavoriamo per una globalizzazione di pace, per l’armonia tra culture diverse e per lo sviluppo sostenibile di tutti i giovani di oggi, i Marco e Maria Polo del XXI secolo.

    La nostra Denza ronza dove un tempo arrancavano i cavalli dei Polo. L’enciclica che portiamo con noi ha un nuovo titolo, ma il messaggio è lo stesso: se ci incontriamo faccia a faccia, la pace smette di essere un’astrazione o una formula e diventa una realtà quotidiana e una gioia.

    A presto, da qualche luogo più a est.

    FONTE: https://www.jeffsachs.org/newspaper-articles/d9dtcxs8xxyzl8lj5lka94brtclalc

  • LA TEOLOGIA LIBERALE DELLA GUERRA: ARMI ALL’UCRAINA E FINTO PATRIOTTISMO A ROMA

    LA TEOLOGIA LIBERALE DELLA GUERRA: ARMI ALL’UCRAINA E FINTO PATRIOTTISMO A ROMA

    21 Giugno 2026

    di Fabrizio Poggi per l’AntiDiplomatico

    20 giugno. Promozione dell’industria di guerra. Réclame dei prodotti del complesso militare-industriale di mezza Europa e, di concerto, pubblicità del “crescente potenziale” bellico ucraino, di contro alla “catastrofica situazione” di una Russia che non solo non è in grado di garantire la sicurezza nemmeno della capitale, ma sta perdendo sempre più soldati, come “certificato” dal ministro nazista della guerra Mikhail Fëdorov e come “provato” dai torquemadisti de Linkiesta, secondo i quali sarebbero «centinaia di migliaia» i militari russi «provenienti dalle regioni più povere, eliminati ancor prima di arrivare al fronte». Ormai siamo in dirittura d’arrivo: Moskva non ha più speranze, è allo stremo, mentre l’avamposto della democrazia liberale europea è procinto di assestare il colpo finale al Cremlino. Sì perché, dicono gli inquisitori pannelliani, ora «la guerra è arrivata a venti chilometri dal Cremlino, nel pezzo di Russia che il Putin deve tenere al riparo a ogni costo, per non collassare». Come mai? La risposta è ovvia per qualunque filisteo liberale che si rispetti: in Russia c’è un dittatore – la teologia liberale, cui è estranea ogni concezione di classe e di rapporti tra le classi, non concepisce altro che “un dittatore”, uno “zar”, mentre qualsiasi rappresentante della classe borghese nelle libere democrazie liberali è per ciò stesso un apostolo della fede – e il «patto non scritto tra il dittatore e i suoi sudditi è brutale, come in tutti i regimi: voi rinunciate alla libertà, io vi garantisco sicurezza. I russi sono ammutoliti da oltre vent’anni». L’inferno in terra; che diventa paradiso solo quando si assicurano i lettori che in Russia ci siano così tante voci contrarie al regime, che i giornali europei non hanno sufficiente spazio per divulgarle tutte. Ma qui viene il bello: dopo il massiccio attacco ucraino su Moskva, “lo zar” non è più in grado di «assicurare ai suoi cittadini che la guerra resterà fuori dal centro del potere». Che importa? Si è appena assicurato il lettore che i «russi sono ammutoliti da oltre vent’anni»; dunque, il problema è risolto alla radice.

    Resta il fatto che, come ha dichiarato il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, i cittadini russi devono provare sulla propria pelle l’effetto dei bombardamenti sulle città e dovrebbero costringere “il dittatore” a dimettersi o, se del caso, convincere qualcuno della cerchia politica più ristretta o delle oligarchie finanziarie a “eliminarlo dalla scena”. Ma, i «russi sono ammutoliti da oltre vent’anni» e allora con che voce si faranno sentire?

    Forse con quella dei media di regime italici, per dire, che fanno da megafono alle figure più in alto nella scala gerarchica della junta nazigolpista. Ecco allora che il Corriere della Sera offre spazio a una delle ugole del regime di Kiev, il “consigliori” presidenziale Mikhail Podoljak, che ribadisce il concetto caro alla liberaldemocrazia europeista: avanti con la guerra, perché è solo colpa di Moskva se non si può «passare a un processo negoziale realistico». E allora, di fronte alla “volontà bellicista” russa, Kiev «non farà altro che intensificare i suoi attacchi sul territorio russo». Che, del resto, è quanto è stato ordinato a Zelenskij in più di un’occasione, non ultima quella del vertice G7 a Evian. «La situazione è cambiata drasticamente» assicura Podoljak e su tutti i fronti, sia sul campo di battaglia – lo ha appena assicurato l’ufficio notarile de Linkiesta, “certificando” che sono centinaia di migliaia» i militari russi «provenienti dalle regioni più povere, eliminati ancor prima di arrivare al fronte» – sia nelle retrovie delle forze di occupazione, sia all’interno del territorio russo. Kiev, proclama il “consigliori”, riesce a colpire la «logistica russa, i terminal petroliferi, le raffinerie, gli impianti militari… Il messaggio è chiaro: se Mosca non accetterà un processo negoziale realistico e non porrà fine alla fase attiva della guerra, l’Ucraina aumenterà ulteriormente la pressione sulle infrastrutture che permettono alla Russia di continuare il conflitto». Un chiaro messaggio lanciato anche a Bruxelles: per accrescere «ulteriormente la pressione», Kiev ha bisogno di ricevere ancora più armi e soldi; le industrie di guerra europee potranno vantare crescenti profitti con le aumentate esigenze di materiale bellico. Questo da un lato; dall’altro, il copione che le cancellerie europee hanno affidato al nazista Podoljak perché lo mandi a memoria: «L’Europa oggi appare molto più assertiva e molto più consapevole delle conseguenze che un esito negativo della guerra avrebbe per il continente… Per questo deve essere un attore di primo piano in qualsiasi processo negoziale. Ma non può essere un mediatore neutrale: la guerra si combatte contro un Paese europeo, sul continente europeo, e pone una sfida diretta alla sicurezza dell’Europa». Il famoso “vallo europeo” contro i “barbari della palude Meotide” di memoria erodotiana, tanto decantato dai tempi in cui a fare da presidente nell’Ucraina golpista era Petro Porošenko e primo ministro era il banchiere Arsen Jatsenjuk. L’Ucraina quale avamposto della guerra europeista contro la Russia; piazzaforte e poligono della sperimentazione delle nuove armi sfornate dalle industrie di mezza Europa e affidate all’uso da parte dei centri operativi ucraini, braccio operativo degli specialisti militari della NATO che dirigono le operazioni di bombardamento. Europa e Ucraina si sono in gran parte fuse, sia politicamente che nel complesso militare-industriale, afferma il direttore di “Russia nella politica globale” Fëdor Luk’janov, che propone di considerare Europa e Ucraina come «un unico soggetto, o oggetto, a seconda della prospettiva». Anche in ambito G7, dice Luk’janov, Europa e Zelenskij avevano un unico obiettivo: dimostrare a Trump che la sua precedente visione secondo cui presto la Russia vincerà ed è quindi meglio accordarsi ora piuttosto che aspettare il peggio, è errata. Da qui l’attacco dimostrativo su Moskva.

    Dunque, più Europa, dice il “consigliori” nazigolpista Podoljak, plagiando i pannelliani di casa nostra, come se davvero quella sia la “via della pace”. Il fatto è che, Europa o UE che siano, è da tempo che le cancellerie europee e europeiste hanno scelto la strada della guerra, proclamandone sfacciatamente anche le scadenze. Ora, per accennare a un singolo passo, si dice che alla fine del maggio scorso, Vladimir Zelenskij avrebbe consegnato al magnate russo Roman Abramovic un messaggio, indirizzato a Vladimir Putin, contenente, pare, imprecisate “proposte di pace”. L’incontro con Abramovic era stato confermato dallo stesso Zelenskij e ne aveva scritto anche il Financial Times, citando addirittura quattro fonti. L’economista russo Serghej Bogacëv dice che a fare da intermediario per l’incontro sarebbe stato il capo della frazione parlamentare “Servitore del popolo” David Arakhamija, in passato partecipante a incontri bilaterali russo-ucraini, come quello, ad esempio, a Istanbul nel 2022, mandato all’aria da Boris-Macbeth-Johnson. Dunque, secondo Bogacëv, non appena le voci sull’incontro Zelenskij-Abramovic e sul presunto contenuto del messaggio da trasmettere a Moskva sono giunte all’intelligence britannica, Londra ha immediatamente iniziato a opporsi. Ricordando l’attacco terroristico al dormitorio studentesco a Starobel’sk, l’economista russo ha sottolineato che non è stato un caso che qualcuno abbia trasmesso agli ucraini le coordinate per l’attacco: «chiaro che quando vengono assassinati giovani uomini e donne, la Russia non discuterà di nulla con Zelenskij, quale Comandante supremo delle Forze armate ucraine. I negoziati sono stati interrotti» prima ancora di cominciare.

    Più o meno la stessa successione della messinscena a Bucha nel 2022 e anche, a guardar bene, del massiccio attacco di droni su Moskva, immediatamente successivo al via libera accordato a Kiev nel summit di Evian. In quest’ultimo caso, si è trattato di una prestazione dimostrativa, afferma Vasilij Stojakin su Ukraina.ru: «man mano che cresce la militarizzazione dell’industria in Europa – l’Operazione speciale è finita da tempo e c’è invece una guerra con l’Europa – tali prestazioni diventeranno la norma e, oltre ai droni con modeste capacità di combattimento, verranno sempre più utilizzati missili da crociera, indistinguibili nelle loro caratteristiche dalle attuali armi della NATO». Non è ormai più un segreto che l’Ucraina si trovi in una posizione molto meno vulnerabile rispetto alla Russia, dato che si limita ad assemblare le componenti fornite dalle industrie europee e lo fa servendosi di infrastrutture parzialmente smantellate e decentralizzate. I danni all’Ucraina sono causati principalmente da attacchi alle infrastrutture di trasporto ed energetiche.

    Le immagini della raffineria di petrolio di Moskva in fiamme, osserva Stojakin, si sono rivelate un ottimo spunto al vertice del G7 per la presentazione dell’azienda “ucraina” Fire Point, produttrice del missile “Flamingo” (il FP-5 ucraino è praticamente la copia del FP-5 prodotto dall’impresa britannico-emiratina Milanion) e per la dichiarazione di Zelenskij sul suo desiderio di pace. Bisogna ammettere che l’Ucraina sa come investire nelle pubbliche relazioni: sui media, tutto ciò appare più convincente di ogni attacco portato con gli “Orešnik” russi.

    Ecco infatti che sui media di regime i ras della junta nazigolpista di Kiev vengono sempre presentati quali esponenti di una “libera democrazia europeista; rappresentanti di un “paese libero” aggredito da una “autocrazia”; gentiluomini che difendono i “valori europei” dall’aggressione di “barbari iperborei” che nulla hanno a che fare con “l’Europa”. La fedeltà agli “ideali nazisti” da parte di quei ras che affamano il popolo ucraino e lo mandano al macello nell’interesse dell’Europa, viene ovviamente taciuta. Sono nazisti, ma la cosa, finché guerreggiano per noi, al nostro posto, non ci riguarda, si dice nelle cancellerie europee. L’importante è che siano dalla nostra (loro) parte.

    Un po’ come succede, mutatis mutandis, a livello interno, quando l’intero arco liberal-borghese si “stringe a coorte” attorno ai “propri” fascisti, umiliati a livello planetario. È ancora il Corriere della Sera a riportare, tra le altre, le dichiarazioni della segretaria del PD Elly Schlein, secondo cui «Gli attacchi di Trump alla presidente Meloni sono inaccettabili e da respingere con forza, non accettiamo insulti rivolti al governo del nostro Paese». Ipocriti: governo del “nostro paese” è l’esatta rappresentazione della visione liberale, aclassista, dei rapporti sociali, rapportata, nel caso specifico, a un governo che non perde occasione di esaltare le “passate glorie” della patria fascista. Ipocriti. Se il soggetto che ha così “proditoriamente disonorato la patria” viene da terre lontane, allora i “patrioti” si stringono attorno al “vate” umiliato e offeso: «Chi schiaffeggia i nostri rappresentanti schiaffeggia l’Italia» tuona Andrea Orlando con cipiglio deamicisiano.

    C’è una zuffa verbale tra due briganti; ma uno dei due è il “nostro” (loro) brigante e che importa che sia fascista. Anche oggi, come cent’anni fa, “non passa lo straniero” e il nostro cuore è tutto per la “nostra” (loro) presidente del consiglio.

    Misero interclassismo liberale che si sbraccia per i “nostri”, siano essi nazisti di Kiev, rigorosamente “nostri” europeisti, o siano fascisti di casa, che militarizzano ogni aspetto della vita sociale in nome dei profitti del capitale. Liberalismo padronale.

    Fabrizio Poggi

    Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di “Falsi storici” (L.A.D Gruppo editoriale)

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  • SU CUBA L’EUROPA SI INCHINA A TRUMP

    SU CUBA L’EUROPA SI INCHINA A TRUMP

    La colpa dell’emergenza umanitaria di Cuba? È tutta del governo de L’Avana. Il Parlamento Ue ha approvato la mozione 0285 “Sulla repressione politica e la situazione umanitaria a Cuba”, proposta dal PPE, dai liberali di Renew e dai conservatori di ECR e approvata senza i voti dei socialisti (che pure sarebbero in maggioranza).

    Nel testo il bloqueo statunitense contro Cuba non viene neppure citato. La responsabilità della situazione umanitaria viene data integralmente agli errori del Partito Comunista cubano. Il parlamento accusa il governo caraibico di repressione politica e chiede una repentina transizione a un sistema capitalista e multipartitico.

    L’Ue propone anche di sospendere qualsiasi relazione con le autorità cubane e offre il suo sostegno alle organizzazioni di opposizione di Miami. Neppure una parola viene spesa invece sull’extraterritorialità delle sanzioni americane, che colpiscono anche aziende e cittadini europei che hanno relazioni commerciali con Cuba. E ciò nonostante esista un regolamento europeo, il cosiddetto Blocking Statute, che impedirebbe alle aziende europee di conformarsi alle prescrizioni americane. Davanti alla sede del Parlamento di Strasburgo sono scese in piazza alcune associazioni della società civile impegnate nella cooperazione economica e nel trasferimento di aiuti umanitari a Cuba, che hanno organizzato una carovana europea chiedendo all’Ue di opporsi alle sanzioni americane. Il Parlamento ha fatto l’esatto opposto.

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  • ISRAELE FA ANCORA MASSACRI NEL SUD DEL LIBANO: UCCISO UN SOLDATO E STERMINATA UNA FAMIGLIA DI QUATTRO PERSONE

    ISRAELE FA ANCORA MASSACRI NEL SUD DEL LIBANO: UCCISO UN SOLDATO E STERMINATA UNA FAMIGLIA DI QUATTRO PERSONE

    La tensione tra Israele e Libano torna a salire nonostante le intese sul cessate il fuoco annunciate nelle ultime ore.

    di globalist

    20 Giugno 2026


    La tensione tra Israele e Libano torna a salire nonostante le intese sul cessate il fuoco annunciate nelle ultime ore. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa statale libanese NNA, un soldato dell’esercito libanese è stato ucciso in un attacco israeliano contro il villaggio di Kfar Reman, nel sud del Paese.

    Poche ore dopo, un altro raid israeliano ha colpito il villaggio di Barish, sempre nel Libano meridionale. La NNA ha definito l’attacco una «strage», riferendo che sono rimasti uccisi quattro membri della stessa famiglia: il padre, la madre e i loro due figli.

    Gli episodi si verificano nonostante Israele avesse dichiarato appena il giorno precedente di aver accettato un cessate il fuoco, alimentando dubbi sulla tenuta dell’intesa e aumentando il timore di una nuova escalation lungo il confine.

    Hezbollah: «Il cessate il fuoco è privo di significato»

    Dal fronte politico e militare libanese è arrivata una dura reazione da Hezbollah. Ali Fayyad, deputato del movimento sciita al Parlamento di Beirut, ha affermato che qualsiasi cessate il fuoco è «privo di significato» finché le forze israeliane continueranno a mantenere una presenza sul territorio libanese e a condurre attacchi e operazioni mirate.

    Leggi anche:Netanyahu bombarda il Libano per far saltare i negoziati Usa-Iran e Trump la prende male

    «La posizione della resistenza è chiara, inequivocabile e non negoziabile», ha dichiarato Fayyad, secondo quanto riportato dall’agenzia iraniana Tasnim. Il parlamentare ha ribadito che Hezbollah considera il diritto all’autodifesa un principio non soggetto a trattative e ha avvertito che ulteriori aggressioni riceveranno una risposta.

    Fayyad ha inoltre sottolineato il sostegno politico, diplomatico e militare garantito dall’Iran al Libano, sostenendo che questo appoggio contribuisce a creare un «equilibrio efficace» con Israele e potrebbe favorire, secondo la sua lettura, il ritiro delle truppe israeliane dal territorio libanese.

    Le dichiarazioni del dirigente di Hezbollah arrivano mentre sul terreno continuano gli scontri e gli attacchi, confermando quanto resti fragile la prospettiva di una tregua duratura tra le parti.

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  • NUOVA LEGGE SULLA CACCIA: AUTORIZZAZIONE ALLO STERMINIO

    NUOVA LEGGE SULLA CACCIA: AUTORIZZAZIONE ALLO STERMINIO

    di Redazione

    UN GOVERNO CHE ODIA I PROLETARI NON PUO’ AMARE LA NATURA PER QUESTO FA PESSIME LEGGI

    Dei governi Ue-Usa e nazionale di reazionari che si eccitano nel vedere la morte degli animali non ama certo i proletari, considerati allo stesso livello, infatti li bombarda in tutto il mondo.

    Tutto questo schifo finirà quando daremo, come proletari, a loro i massocapitalisti, la caccia.

    Sarà la più grande azione ecologica di tutti i tempi.

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