
22 Giugno 2026
- di Ennio Remondino
Nel mondo del giornalismo d’avventura, tra guerre e trame, capita che il cronista a caccia di segreti da svelare possa inciampare nella controparte che di quei segreti vuole impossessarsi prima lei o che invece debba impedire vengano svelati. Le spie, senza tutto quel ‘political correct’ di ‘intelligence’ che non spesso si meritano. E capita che spia e giornalista possano diventare persino amici. Ovviamene nel dubbio eterno di chi sia il primo ad usare l’altro. E proprio adesso ho re-incontrato l’amico ‘spia maximo’ che, forse per caso o forse no, aveva voglia di raccontarmi di un suo acuto ragionamento politico strategico. Alberto Manenti, l’unica vera spia di mestiere nel percorso professionale, giunta a dirigere lo spionaggio estero italiano, l’Aise (l’ex Sismi).
Alberto Manenti, dopo i convenevoli, spara subito alto
«Beniamino Irdi, The Age of Unlearning: How Democracies Lost Their Grip on Strategic Time, pubblicato su War on the Rocks il 6 aprile». Sempre far finta di sapere e scivolare oltre. E scopri che questo Irdi pone una questione di grande rilievo: «la progressiva perdita, da parte delle democrazie occidentali, della capacità di esercitare una disciplina del tempo e di sviluppare una visione strategica di lungo periodo». Insomma, l’incapacità dei Trump e dei minimi leader europei di capirci qualcosa, come si vede platealmente.
Il tempo che scorre o ‘riconfigurazione storica’?
Mi domando se una parte di ciò che oggi percepiamo come erosione del tempo strategico non sia anche il risultato di una trasformazione più profonda del modo stesso in cui il tempo si manifesta nella competizione internazionale. Forse non stiamo assistendo soltanto a una perdita di controllo.
Per molti decenni siamo stati abituati a ragionare secondo una logica relativamente lineare, nella quale il tempo favoriva chi riusciva ad accumulare capacità economiche, militari e politiche e a consolidare vantaggi progressivi (Stati Uniti o Grandi potenze, NdR).
Oggi ho l’impressione che questa rappresentazione sia diventata meno evidente.
Una successione di shock, pressioni, negoziati
Il sistema internazionale sembra muoversi attraverso una successione di shock, fasi di pressione, momenti negoziali e successivi riallineamenti. Più che una linea continua, sembra quasi un movimento pulsante.
Anche le crisi sembrano seguire questa logica. Più che accumularsi indefinitamente, tendono a spostarsi da un teatro all’altro, determinando una continua redistribuzione dell’attenzione, delle risorse e della volontà politica delle grandi potenze.
Gli sviluppi più recenti sembrano offrire un esempio di questa dinamica. La sofferta apertura di una fase negoziale con l’Iran e, parallelamente, la rinnovata intensità del confronto tra Russia e Ucraina suggeriscono non tanto una diminuzione della competizione internazionale, quanto uno spostamento del suo centro di gravità.
Troppa potenza inutile
Le grandi potenze continuano a disporre di enormi risorse economiche, tecnologiche e militari. Ciò che appare sempre più difficile non è possedere la potenza, ma concentrarla. Mi sembra che la vera risorsa critica del XXI secolo sia sempre meno la quantità assoluta dei mezzi disponibili e sempre più la capacità di focalizzarli efficacemente.
E qui il militale, spia o non spia, rientra in campo
Da questo punto di vista, tre elementi mi sembrano particolarmente importanti. L’attenzione, cioè la capacità di distinguere le priorità e comprendere che non tutto può essere affrontato contemporaneamente.
L’analisi, intesa come capacità di trasformare una massa crescente di informazioni in comprensione e supporto alla decisione.
La volontà politica, vale a dire la capacità di sostenere nel tempo decisioni difficili, l’allocazione di risorse e l’assunzione dei relativi costi.
Meno forza e più ingegno
Forse la superiorità strategica dipenderà sempre meno dalla disponibilità assoluta di mezzi e sempre più dalla capacità di allineare queste tre dimensioni. Per questo motivo mi sembra che la domanda per l’analista e per il decisore stia cambiando. Non si tratta soltanto di chiedersi quale sarà la prossima crisi.La domanda, probabilmente, è un’altra:
verso quale teatro si sta spostando il tempo strategico?
In altre parole, dove tenderanno inevitabilmente a concentrarsi l’attenzione delle grandi potenze, le risorse disponibili e il rischio di escalation?
Teatro e risorse
Non so se questa interpretazione sia corretta. Più che una conclusione, la considero una domanda aperta. Se però questa chiave di lettura cogliesse almeno una parte della realtà, allora erosione e riconfigurazione del tempo strategico non sarebbero necessariamente fenomeni alternativi, ma due aspetti della stessa trasformazione.
Da ex direttore di un servizio di intelligence, tendo a ritenere che questa sia una delle sfide più importanti dell’intelligence contemporanea. Perché, in definitiva, il problema non è sapere tutto. È capire che cosa conta davvero sapere e quando.