

19 Agosto 2026
di Piero Orteca
Un Paese uscito stremato e lacerato dalla guerra civile, cerca di risorgere attaccandosi a tutte le opportunità. Ma i potenti vicini non fanno sconti e lo usano come campo neutro per giocare le loro partite mortali. Mentre, per Usa e Russia, Damasco resta solo una pedina su una scacchiera geopolitica sempre più confusa.
Netanyahu bombarda anche in Siria
Torna a mandare sinistri brontolii il vulcano sempre attivo di Damasco. Come già avviene per il Libano, anche la Siria è un Paese incastrato nel cuore della macro-area di crisi mediorientale, e così finisce per assorbirne tutti i contraccolpi. A questo giro (e per l’ennesima volta) è ritornato alla carica Netanyahu, ormai infoiato dal fascino politico della supremazia bellica (e delle sue ricadute elettorali) e ossessionato dal sogno del “Grande Israele”. L’aviazione dello Stato ebraico, ha effettuato un paio di blitz nel nord siriano, provincia di Idlib, prendendo di mira l’aeroporto militare di Abu al-Duhur. Una (ex) grande e temibile infrastruttura strategica, caduta in rovina nel corso della guerra civile e, quindi, abbandonata a se stessa. Dunque, gli israeliani avevano una certa quantità di bombe e missili da sprecare? Il nuovo governo siriano, quello dell’ex tagliagole al-Sharaa, si era messo d’accordo con Erdogan, per trasformare lo scalo (ampliato e rimesso a nuovo) in una base d’appoggio dell’aeronautica militare turca. In rotta di collisione con Netanyahu. Proprio in questa fase storica, i già controversi rapporti tra Israele e Turchia sono diventati pessimi. Se non peggio. Pesa la crescita geopolitica esponenziale che sta avendo Ankara in tutta la regione. Insomma, a Tel Aviv sanno che la Turchia è un “competitor” da prendere con le molle. E in mezzo c’è al-Sharaa, che si porta appresso, inevitabilmente, la sua “cultura del bazar” e che, proprio per questo, è pronto a firmare accordi, intese e business di tutti i tipi con chiunque gli capiti a tiro. Senza preoccuparsi troppo delle possibili future conseguenze.
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Le reazioni al “blitz”
L’attacco israeliano a Idlib fa probabilmente parte di un cambio di strategia (diventata più aggressiva) che ha portato i soldati dell’IDF ad andare all’attacco anche nel sud, nella regione di Daraa. In questo caso si è trattato di vere e proprie incursioni via terra, con l’uso di artiglieria pesante e di blindati. Certo, a nord è evidente lo scopo di interferire nella collaborazione militare turco-siriana. L’Osservatorio sui diritti umani per Damasco, che si trova a Londra, ha fatto sapere che fino a pochi giorni fa, nello scalo bombardato dagli israeliani, lavoravano soldati turchi. Che poi sono stati ritirati. Resta però alta la tensione, per un evento che segna un’escalation assai pericolosa per i possibili “effetti collaterali”. “Gli aerei dell’occupazione israeliana hanno preso di mira questa mattina presto la pista dell’aeroporto militare di Abu-Duhur con otto attacchi” ha dichiarato la televisione di Stato siriana. “L’attacco – ha aggiunto – ha causato danni materiali alle infrastrutture dell’aeroporto, senza provocare vittime”. In un report comparso su Fox News, l’ambasciatore statunitense in Turchia, Tom Barrack, ha affermato che gli Stati Uniti sono ‘profondamente preoccupati’ per il fatto che gli attacchi aerei israeliani contro la base aerea di Abu al-Duhur in Siria ‘costituiscano un’inutile escalation che non favorisce la stabilità regionale’. Il Presidente siriano Ahmed al-Sharaa non ha ‘adottato un atteggiamento predatorio né mantenuto forze per procura e ha ripetutamente indicato una preferenza per la de-escalation con Israele ’, ha infine ricordato Barrack”. Per quanto riguarda invece il governo israeliano, Fox News riporta la dichiarazione di un alto funzionario: “Informazioni di intelligence estremamente sensibili – dice la fonte – sono state condivise con gli Stati Uniti prima dell’attacco alla base aerea. Al-Sharaa comprende di non poter operare come il precedente regime siriano, che manteneva forze per procura. È possibile che non abbia capito cosa stesse succedendo, o che non ne fosse a conoscenza”. Come dire: ora glielo abbiamo fatto capire.
Ma Putin non arretra
Se abbiamo definito “levantino” al-Sharaa, il motivo è legato alla sua trasformazione, da guerrigliero jihadista a quasi-statista in doppio petto. Dunque, capace di mettere da parte credenze religiose e ideologia, pur di garantirsi la sopravvivenza politica. In questo senso, non stupisce la sua disponibilità a cercare un accordo con Vladimir Putin, che gli consenta di applicare quella che sembra la sua strategia preferita, “la Dottrina delle 100 maniglie”. Cioè, attaccarsi a qualsiasi porta, purché dietro di essa ci sia gente che bussi coi piedi: nel senso che ha le mani tutte occupate da pacchi-dono, che quindi gli impediscono di poter suonare il campanello. Nello specifico, ci ricorda il think-tank al-Monitor, “le relazioni tra Siria e Russia sono entrate formalmente in una nuova fase ad agosto, quando i due Paesi, un tempo stretti alleati, hanno concordato di riorganizzare la presenza militare di Mosca in due installazioni chiave sulla costa mediterranea. I primi segnali del nuovo assetto sono stati visibili nel giro di pochi giorni. L’11 agosto, le autorità siriane hanno iniziato a ricevere spedizioni di grano e cemento presso un molo commerciale precedentemente utilizzato dalle forze russe, mentre personale russo è stato visto spostare attrezzature dal molo, secondo quanto riportato da Reuters. Il significato simbolico di questo sviluppo era innegabile, nel contesto del più ampio impegno del presidente Ahmed al-Sharaa per lasciarsi alle spalle anni di sofferenze belliche in Siria, orientando il Paese verso lo sviluppo economico e la ricostruzione. In base all’accordo, raggiunto dopo 18 mesi di negoziati, la Siria sta riprendendo il controllo delle strutture civili di Tartus e Hmeimim, mentre le sezioni militari dovrebbero diventare centri di addestramento congiunti entro tre mesi”.
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“Tuttavia, l’accordo non equivale a un ritiro completo della Russia. Mosca dovrebbe mantenere una presenza militare e la Russia ha presentato pubblicamente l’accordo come un passo verso una maggiore cooperazione bilaterale in ambito militare”. Mosca non guarda solo al Medio Oriente, ma vede la Siria come hub strategico permanente nel Mediterraneo, con una proiezione verso il Mare Arabico e l’Africa.