

di Thierry Meyssan
La scorsa settimana ho dato conto delle ultime vicende del conflitto ucraino e ho evidenziato come il presidente francese Emmanuel Macron, per quanto brillante, sia incapace di adattarsi ai cambiamenti globali.
Questa settimana riprendo gli stessi fatti, nonché molti altri accaduti in seguito, per dimostrare che il divorzio degli europei tra loro e dell’Unione Europea con gli Stati Uniti è ormai realtà.
Non si può più tergiversare: il vecchio mondo è distrutto. Se non prendiamo posizione immediatamente verremo spazzati via con esso.
Per il momento Regno Unito e Francia competono per prendere il posto degli Stati Uniti nel continente europeo, ma non per riformarsi.
Rete Voltaire | Parigi (Francia) |4 marzo 2025
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Nelle ultime due settimane abbiamo assistito a una svolta storica paragonabile a quella della battaglia di Berlino ad aprile-maggio 1945, quando l’Armata Rossa prese la città e rovesciò il Terzo Reich. Oggi l’amministrazione Trump ha messo definitivamente alle corde l’Unione europea.
L’Ue, il G7 e il G20 non sono ancora sciolti, ma sono già morti. Potrebbe poi toccare alla Banca mondiale e alle Nazioni Unite.
Ripercorriamo questi avvenimenti, accaduti tanto velocemente da impedire alla maggior parte di noi di capirli e di comprenderne le conseguenze.
Mercoledì 12 febbraio
Le principali potenze europee, Germania, Spagna, Francia, Italia, Polonia, Regno Unito e Unione europea, temendo le decisioni dell’amministrazione Trump, si riuniscono a Parigi per trovare una posizione condivisa sul conflitto ucraino. Decidono di non scostarsi dalla posizione che osservano da tre anni, ossia:
negano di aver violato l’impegno, assunto al momento della riunificazione tedesca, di non estendere la Nato a oriente;
negano che l’Ucraina è nelle mani dei nazionalisti integralisti, cioè del partito dei collaboratori dei nazisti;
insistono nel prolungamento della seconda guerra mondiale, non più contro i nazisti, ma contro i russi.
Nel frattempo, a Kiev, il segretario al Tesoro, Scott Bessent, presenta il conto degli aiuti statunitensi: 500 miliardi di dollari, da rimborsare con le terre rare che l’Ucraina vanta di possedere. Ho già spiegato che la proposta è un modo per mettere con le spalle al muro l’Ucraina: Kiev non può offrire agli Occidentali lo sfruttamento di ricchezze che dichiara falsamente di possedere. Ma gli europei si sentono minacciati da un pericolo spaventoso: se gli Stati Uniti s’impadronissero di queste presunte ricchezze taglierebbero fuori gli europei dalla spartizione già concordata. Infatti, senza informarne i cittadini, si sono già divisi l’Ucraina post-bellica: ai britannici i porti, ai tedeschi le miniere e così via. Lo avevano già fatto quando invasero l’Iraq e la Libia, nonché durante la guerra contro la Siria.
Ma, fatto ancora più allarmante, il presidente degli Stati Uniti, Trump, e il presidente della Russia, Putin, si sono parlati al telefono per un’ora e mezza. Questo vertice a distanza è stato preceduto da un incontro al Cremlino tra Putin e l’inviato speciale di Trump, Steve Wilkoff, che si trovava a Mosca per organizzare uno scambio di prigionieri. Il resoconto di Wilkoff a Trump ha demolito ciò che la Nato afferma di sapere sull’Ucraina. Ora Trump e Putin dispongono delle medesime informazioni.
La linea diretta tra la Casa Bianca e il Cremlino è ripristinata.
Giovedì 14 febbraio
Alla Conferenza per la sicurezza di Monaco il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, si rivolge al fior fiore diplomatico e militare della Ue accusando i leader europei di autismo: si rifiutano di ascoltare e di dare risposte ai loro concittadini preoccupati per la libertà di espressione e l’immigrazione. Ma se hanno paura del loro stesso popolo, gli Stati Uniti non potranno aiutarli, afferma Vance, sconvolgendo fino alle lacrime il presidente della Conferenza, l’ambasciatore Christoph Heusgen.
Lunedì 17 febbraio
Si svolge, sempre a Parigi, un secondo incontro con gli stessi partecipanti del vertice del 12 febbraio; sono presenti anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il segretario generale della Nato, Mark Rutte. Concordano di mostrarsi compatti di fronte a Trump e di non accettare la messa in discussione della politica occidentale verso la Russia.
Al termine del vertice il cancelliere tedesco Olaf Scholz dichiara: «Non ci può essere divisione tra Europa e Stati Uniti su sicurezza e responsabilità. La Nato si basa sul nostro agire insieme e sulla condivisione dei rischi […] Tutto questo non deve essere messo in discussione».
Il primo ministro polacco Donald Tusk dichiara: «Non importa ciò che possiamo dirci l’un l’altro, talvolta anche in termini brutali […], non esiste ragione che possa impedire agli Alleati di trovare un linguaggio comune sulle questioni più importanti. È nell’interesse dell’Europa e degli Stati Uniti cooperare il più strettamente possibile».
Lo stesso giorno l’esercito ucraino attacca interessi statunitensi, israeliani e italiani in Russia: bombarda impianti in parte di proprietà di Chevron (15%), di ExxonMobil (7,5%) ed ENI (2%). Una ventina di droni hanno causato gravi danni al Caspian Pipeline Consortium (CPC) che rifornisce di petrolio russo soprattutto Israele.
Gli europei non reagiscono, come non reagirono il 26 settembre 2022 quando la Cia sabotò il gasdotto Nord Stream, di proprietà di Gazprom (50%), ma anche delle società tedesche BSF/Wintershall e Uniper, della francese Engie, dell’austriaca OMV e della britannica Royal Dutch Shell. Questo sabotaggio ha fatto precipitare la Germania in una recessione economica che continua ad allargarsi a macchia d’olio al resto della Ue; per non parlare dell’aumento del costo dell’energia per le famiglie dell’Unione.
In entrambi i casi – il sabotaggio di Nord Stream e l’attacco al CPC – gli europei sono stati incapaci di difendere i propri interessi. Dapprima hanno consentito al principale alleato, gli Stati Uniti, di far loro del male, poi sono stati a guardare i propri alleati combattere tra loro.
Martedì 18 febbraio
Sbalordite, le potenze europee apprendono che al loro primo incontro a Riyad (Arabia Saudita) le delegazioni russa e statunitense hanno concordato:
– di denazificare l’Ucraina;
– di rispettare gli impegni sottoscritti al momento della riunificazione della Germania e quindi di ritirare le truppe Nato da tutti i Paesi che hanno aderito all’Alleanza atlantica dopo il 1990.
Il presidente Trump ha improvvisamente abbandonato il piano del suo inviato speciale in Ucraina, generale Keith Kellogg, pubblicato ad aprile 2024 dall’American First Foundation, a favore del piano dell’amico Steve Witkoff, inviato speciale per il Medio Oriente, che aveva incontrato a Mosca il presidente Putin, con l’intermediazione del principe ereditario saudita Mohamed bin Salman (detto MBS). Da qui la scelta di Riyad come sede dei negoziati sull’Ucraina. Kellogg aveva ragionato secondo le idee della Nato, Witkoff ha invece ascoltato, capito e verificato la fondatezza della posizione russa.
Le potenze europee hanno potuto rapidamente verificare che truppe statunitensi, stanziate nei Paesi baltici e in Polonia, hanno ricevuto l’ordine di ritirarsi. L’architettura della sicurezza europea, cioè il sistema a garanzia della pace, è distrutto.
Non ci sono ovviamente pericoli immediati di invasione russa o cinese, ma, tenuto conto del tempo che richiede il riarmo, ogni Paese deve prepararsi da subito al peggio.
Mercoledì 19 febbraio
Gli ambasciatori degli Stati membri presso la Ue hanno approvano il 16° pacchetto di misure coercitive unilaterali (abusivamente chiamate sanzioni dalla propaganda atlantista) contro la Russia. Il Consiglio dei ministri degli Esteri approverà ufficialmente il provvedimento il 24 febbraio, terzo anniversario dell’operazione speciale russa in Ucraina. La Ue decide inoltre di disconnettere 13 banche russe dal sistema Swift e di vietare di operare a tre istituzioni finanziarie. Le sanzioni colpiscono anche 73 petroliere della cosiddetta flotta ombra russa; vengono vietate transazioni a 11 porti e aeroporti russi perché eludono il tetto del prezzo del petrolio. Infine viene sospesa la concessione a otto media russi di trasmettere nella Ue.
Lo stesso giorno il presidente Trump in un accesso di collera definisce il presidente ucraino non-eletto Zelensky «comico modesto» e «dittatore non-eletto». Infine lo accusa di aver provocato la guerra. Il generale Kellogg, inviato speciale della Casa Bianca a Kiev, annulla la conferenza stampa congiunta con Zelensky.
È la rottura tra l’amministrazione Trump e il governo di Kiev portato in palmo di mano dall’amministrazione Biden.
Giovedì 20 febbraio
Il senatore libertario Mike Lee (Utah) presenta un disegno di legge in senato per il ritiro completo degli Stati Uniti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Il 21 febbraio il rappresentante Chip Roy (Texas) presenta lo stesso testo alla Camera dei rappresentanti.
Trump è un jacksoniano, cioè un seguace di Andrew Jackson, il presidente che ambiva sostituire gli affari alla guerra. Ma l’establishment di Washington è invece ormai acquisito all’«eccezionalismo americano», teologia politica secondo cui gli Stati Uniti sono un popolo eletto destinato a portare la luce al resto del mondo. Per questo motivo non ha nulla da negoziare con alcuno e soprattutto non deve rendere conto a nessuno.
L’eccezionalismo americano non deve essere confuso con l’isolazionismo che nel 1920 portò il senato a rifiutare l’adesione degli Stati Uniti alla Società delle Nazioni (SDN). A differenza dell’Onu, di cui è stata precursore, l’SDN prevedeva una solidarietà militare tra gli Stati che riconoscevano il diritto internazionale. Quindi gli Stati Uniti avrebbero dovuto addestrare truppe per assicurare la pace in Europa e gli europei avrebbero potuto a loro volta intervenire in America latina (il «cortile di casa» di Washington, secondo la dottrina Monroe) per mantenervi la pace.
Sabato 22 febbraio
Il presidente polacco Andrzej Duda si precipita, senza invito, a Washington. Riesce a incontrare per dieci minuti Trump, non alla Casa Bianca, ma a margine della Conferenza per l’Azione Politica Conservatrice (CPAC). Gli chiede di mantenere le truppe statunitensi in Polonia il tempo necessario a completare la ristrutturazione delle forze armate. Poiché Varsavia ha già avviato una profonda trasformazione delle forze armate ripristinando il servizio militare obbligatorio e incrementandone notevolmente il numero degli addetti, Duda ottiene da Trump un rinvio del ritiro, non l’annullamento.
Duda è il presidente della Polonia fino alle elezioni di maggio. Costituzionalmente non esercita il potere esecutivo, ma è comunque il capo delle forze armate. Nei vertici di Parigi del 12 e 17 febbraio il suo primo ministro, Donald Tusk, si era impegnato a non negoziare separatamente con gli Stati Uniti.
Checché se ne dica, il fronte unito degli europei si è rotto dopo solo dieci giorni.
Lunedì 24 febbraio
In occasione del terzo anniversario dell’operazione militare speciale russa in Ucraina, la presidente del parlamento europeo, Roberta Metsola, poi il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, pubblicano una dichiarazione congiunta dissociata dalla realtà: si pronunciano a favore di «una pace totale, giusta e duratura, basata sulla formula di pace ucraina». Si abbarbicano alla vecchia narrazione: in Ucraina non ci sono nazisti e la Russia è l’aggressore.
Metsola e Von der Leyen contraddicono non solo i fatti, ma anche le recenti dichiarazioni del loro sovrano economico e militare, gli Stati Uniti.
Lo stesso giorno il presidente francese Emmanuel Macron si reca a Washington a nome di tutti gli europei atlantisti. Prima di riceverlo, il presidente Trump lo fa accompagnare dal capo di gabinetto in un’ala della Casa Bianca per partecipare a una video-conferenza del G7 da egli stesso presieduta… da un’altra stanza dell’edificio.
Per due ore i capi di Stato e di governo del G7, oltre al primo ministro spagnolo e al presidente non-eletto ucraino, tentano invano di piegare il loro sovrano. Ma Trump non desiste: il conflitto ucraino non è stato iniziato dalla Russia, ma dai nazionalisti integralisti ucraini che si nascondono dietro Zelensky. In ogni caso, non è possibile per principio difendere chi ha appena attaccato interessi statunitensi, anche se ubicati in Russia. Per essere ancora più chiaro, Trump si rifiuta di firmare il comunicato finale preparato dagli europei ammonendoli che se il testo fosse stato pubblicato (era già stato anticipato alla stampa) lo avrebbe smentito e gli Stati Uniti sarebbero usciti dal G7.
Dopo questa scenata Trump riceve Macron. Il presidente francese decide di non affrontarlo e di celebrare l’amicizia atlantica. Nella conferenza stampa congiunta Trump ribadisce che la guerra è stata provocata dall’Ucraina, non dalla Russia; Macron lo interrompe ma non osa contraddirlo.
Nel frattempo, a New York, l’Assemblea generale dell’Onu discute una risoluzione proposta dall’Ucraina che denuncia «l’invasione totale dell’Ucraina da parte della Federazione di Russia» ed esige da quest’ultima il «ritiro immediato, completo e senza condizioni di tutte le forze militari dispiegate sul territorio ucraino definito dai confini internazionalmente riconosciuti, nonché l’immediata cessazione delle ostilità della Federazione di Russia contro l’Ucraina, in particolare ogni attacco contro i civili e i beni a uso civile».
Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale la delegazione statunitense ha votato insieme alla Russia un testo che invece Canada, Europa e Giappone hanno approvato.
Gli Stati Uniti presentano a loro volta una risoluzione che chiede «una soluzione del conflitto». L’obiettivo è fare allineare l’Assemblea generale alla posizione dei negoziatori statunitensi a Riyad. La Russia vota contro perché il testo parla di «pace duratura tra Ucraina e Federazione di Russia» e non di «pace duratura all’interno dell’Ucraina». Improvvisamente gli Stati Uniti, ritenendo di aver mal redatto la proposta, durante la votazione del testo da loro stessi proposto si astengono, mentre Canada, Europa e Giappone votano contro.
Martedì 25 febbraio
Kaja Kallas, alto rappresentante dell’Unione europea per gli Esteri e la Politica di sicurezza, incontra a Washington il segretario di Stato, Marco Rubio. L’incontro, programmato da tempo, viene annullato all’ultimo momento dalla segreteria di Rubio, ufficialmente a causa di un sovraccarico di impegni. Kallas comunica che in sostituzione incontrerà «senatori e membri del Congresso per discutere della guerra della Russia all’Ucraina e delle relazioni transatlantiche».
Il segretario di Stato si rifiuta in realtà di incontrare Kallas dopo che all’Onu i membri della Ue hanno votato contro gli Stati Uniti.
Mercoledì 26 febbraio
Durante una conferenza stampa a Kiev, Zelensky afferma che, senza garanzie di sicurezza da parte degli Stati Uniti e della Nato, ogni accordo di pace è ingiusto e non ci può essere un vero cessate-il fuoco
Giovedì 27 febbraio
Prima di lasciare Washington, Kallas, l’alto rappresentante della Ue per gli Esteri e la Politica di sicurezza tiene una conferenza all’Hudson Institute in cui dichiara: «Bisogna esercitare pressioni sulla Russia per spingerla a volere la pace. La sua attuale posizione invece la impedisce».
Il primo ministro britannico Keir Starmer si reca alla Casa Bianca con un invito di re Carlo III per una seconda visita di Stato nel Regno Unito. I diplomatici di Sua Maestà affermano che Trump aveva molto apprezzato la visita del suo primo mandato perché, arrogante com’è, è sensibile ai fasti della Corona.
Durante la conferenza stampa congiunta, Trump afferma di non ricordare di aver definito Zelensky «dittatore» («Ho detto questo? Non riesco a credere di averlo detto!»). Si mostra inoltre aperto alla possibilità che l’innalzamento dei diritti doganali al 25% non riguardi il Regno Unito, nonché alla restituzione da parte di Londra delle Isole Chagos (dunque della base di Diego Garcia) all’Isola di Mauritius.
In sostanza Keir Starmer è riuscito a rinnovare la «relazione speciale» del Regno Unito con gli Stati Uniti, che contempla il sistema d’intercettazione globale dei Cinque Occhi, nonché l’assistenza per la forza offensiva. Si ricordi che la bomba atomica britannica non può essere attivata senza l’assistenza degli scienziati militari statunitensi.
Nel frattempo, al consolato generale degli Stati Uniti a Istanbul si svolge un incontro di sei ore e mezza tra negoziatori statunitensi e russi. È il secondo round di negoziati che si svolge a «livello tecnico», cioè non riguarda questioni di fondo, ma la risoluzione di problemi sollevati dai ministri al primo incontro di Riyad. Vale a dire il funzionamento delle rispettive ambasciate, a Mosca e Washington, già fortemente limitato dal presidente Biden e, per reazione, dal presidente Putin.
Venerdì 28 febbraio
Il presidente ucraino non-eletto Zelensky è alla Casa Bianca. Il presidente Trump e il vicepresidente Vance lo ricevono non per ascoltarne la versione dei fatti, ma per firmare un accordo sulle terre rare che l’Ucraina sostiene di possedere. Ovviamente la firma non c’è, dato che queste risorse non esistono. L’incontro è solo uno stratagemma dell’amministrazione Trump per mettere alle strette Zelensky, non si sa se considerato democratico o dittatore, dimostrandogli che non ha carte in mano.
La conferenza stampa di benvenuto resterà nella memoria a lungo. La stampa occidentale rimane sconvolta dall’alterco fra Trump e il suo ospite. Si diffidi delle immagini: dicono cose assolutamente diverse a seconda che ci si limiti a guardare un estratto selezionato o si ascolti l’intero scambio. Da un estratto si ricavano singole argomentazioni, dall’insieme la logica che le sottende.
Nei cinquanta minuti di conferenza stampa il presidente Trump ribadisce continuamente di non essere allineato né con la parte russa né con la parte ucraina, però negozia con la Russia per difendere non solo l’interesse nazionale ma anche l’intera umanità; in veste di presidente degli Stati Uniti parla con tutti, fa attenzione a non ingiuriare nessuno e apprezza gli aspetti positivi di ciascuno. Zelensky continua invece ad accusare la Russia di aggredire l’Ucraina sin dal 2014, di uccidere, rapire e torturare; sostiene che il presidente Putin ha disatteso per15 volte la parola data.
Diversamente da quanto riportato dalla stampa occidentale, l’incontro non ha riguardato gli aiuti militari, né le terre rare e nemmeno la divisione del territorio.
La situazione degenera quando il vicepresidente Vance osserva che il racconto dell’ospite è «propaganda». Vance reagisce altre due volte: «Sappiamo che lei è nel torto!». Il presidente Trump osserva a sua volta che l’Ucraina si trova in cattive acque e che il presidente ucraino non solo non dimostra gratitudine per il sostegno statunitense, ma non vuole un cessate-il-fuoco. Esasperato, fa notare che Putin non è mai venuto meno alla parola data, né con Barack Obama né con lui, ma solo con Joe Biden per i torti che Biden gli ha fatto. Ricorda poi le false e ripetute accuse alla Russia di Biden. https://www.youtube.com/embed/7pxbGjvcdyY?si=SZaIcPkdW5giQdel
Domenica 2 marzo
Il primo ministro britannico Keir Starmer dichiara che l’Europa «è a un crocevia della Storia» accogliendo a Downing Street i leader di Ucraina, Francia, Germania, Danimarca, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Spagna, Canada, Finlandia, Svezia, Repubblica Ceca e Romania, nonché il ministro degli Esteri turco, il segretario generale della Nato e i presidenti della Commissione europea e del Consiglio europeo.
Il Regno Unito e la Francia fanno a gara per sostituirsi agli Stati Uniti nel garantire la pace nel continente europeo. Sono entrambi disposti a garantire la sicurezza degli altri Stati grazie al loro armamento nucleare. Ma nessuno può credere seriamente che ciò basterebbe ad assicurare la pace: né Londra né Parigi dispongono di forze convenzionali serie. Solo Varsavia ha avviato da oltre due anni la riorganizzazione delle forze armate, introducendo il servizio militare obbligatorio, però non dispone di armi in quantità sufficiente.
Al termine della riunione, che mirava a formare una «coalizione di volenterosi», Starmer ha dichiarato a nome dei partecipanti:
«Oggi ho accolto a Londra leader di tutta Europa, compresa la Turchia, nonché il segretario generale della Nato e i presidenti della Commissione europea, del Consiglio della Ue e del Canada per discutere del sostegno all’Ucraina.
Uniti abbiamo riaffermato la determinazione a operare per una pace permanente in Ucraina, in collaborazione con gli Stati Uniti. La sicurezza è innanzitutto una nostra responsabilità. Ci assumeremo questo storico compito e aumenteremo gli investimenti per la difesa.
Non dobbiamo ripetere gli errori del passato sottoscrivendo accordi fragili che hanno permesso al presidente Putin di invadere di nuovo l’Ucraina. Lavoreremo con il presidente Trump per una pace forte, giusta e duratura, che garantisca la sovranità e la sicurezza future dell’Ucraina. L’Ucraina deve essere in condizione di difendersi da futuri attacchi russi. Non ci possono essere trattative sull’Ucraina senza la presenza dell’Ucraina stessa. Abbiamo concordato che il Regno Unito, la Francia e altri Paesi lavoreranno con l’Ucraina per stendere un piano che metta fine ai combattimenti; lo discuteremo in seguito con gli Stati Uniti e infine lo presenteremo congiuntamente (…). Molti di noi si sono dichiarati pronti a contribuire alla sicurezza dell’Ucraina, anche attraverso una forza formata da Paesi europei e non europei. Intensificheremo i nostri sforzi di pianificazione.
Continueremo a lavorare in stretta collaborazione per superare le prossime tappe e prendere decisioni nelle prossime settimane.»
I partecipanti al vertice non hanno assolutamente modificato l’analisi del conflitto ucraino. Non vogliono capire il linguaggio degli Stati Uniti. Sono riusciti a trovare unità non per dispiegare una forza finalizzata a garantire una pace stabile in Ucraina, ma per proteggere le infrastrutture critiche nell’Ucraina occidentale o in altre aree strategiche. Hanno deciso di non compiere sforzi nazionali frammentati, ma di sfruttare il potere economico dell’Unione europea reindirizzando i fondi per il rilancio. Per questo motivo hanno convocato un Consiglio europeo straordinario il 6 marzo. Ma per trasformare la Ue da mercato comune in alleanza militare occorrerà l’unanimità dei 27 Stati membri, comprese l’Ungheria e la Slovacchia.
Già ora il primo ministro ungherese Viktor Orban ha mosso obiezioni alla proposta di dichiarazione finale del prossimo Consiglio europeo, sottolineando che ci sono «differenze strategiche» fra gli Stati della Ue. Per questo motivo auspica che non si insista per giungere a conclusioni scritte perché «ogni tentativo ai concordarle proietterebbe l’immagine di un’Unione europea divisa».
Traduzione
Rachele Marmetti