
Soldati italiani con testa di partigiano jugoslavo infilata su un bastone
di Redazione
Pubblichiamo con grande piacere il testo sulle foibe e l’operazione Giorno del Ricordo di Alessandra Kersevan, una delle massime esperte (insieme a Claudia Cernigoi) dei fatti accaduti durante e dopo la seconda guerra mondiale nell’Italia del Nord-Est; il loro contributo culturale e storico è fondamentale per la comprensione della storia.
La scelta di pubblicarli ora deriva dal fatto che, come redazione, abbiamo deciso che su queste tragiche vicende non intendiamo parlarne solo nelle ricorrenze proposte dai falsificatori della storia e dai media reazionari, ma per mantenere viva la memoria e creare una barriera contro il revisionismo storico e l’anticomunismo imperante. Diffondere tramite il sito, in date diverse, ogni contributo sull’argomento che ci viene proposto è un dovere nei confronti della verità e di tutti gli antifascisti. La nostra scelta redazionale ha lo scopo di sollecitare discussioni e iniziative che vadano nella direzione della verità su ciò che è realmente accaduto e isolare l’industria dell’odio sorta con la seconda e piduista Repubblica.
Buona lettura
Giorno del Ricordo 2024
LE VERITÀ OCCULTATE
di Alessandra Kersevan
Il Giorno del Ricordo del 10 febbraio, istituito per legge nel 2004, compie 20 anni. In questi vent’anni si sono sparse a piene mani falsità ed omissioni, facendo diventare carnefici quelli che sono stati le vittime del fascismo (antifascisti e popolazione jugoslava), secondo un progetto che il professor Angelo D’Orsi ha definito “rovescismo storico”. Non si tratta di un problema che riguarda il passato, e neppure di un fatto che interessi solo una regione, quella che viene chiamato in maniera generica e imprecisa confine orientale o alto Adriatico. È una questione che riguarda tutti gli italiani, perché il Giorno del Ricordo è stato il grimaldello vittimistico attraverso cui è passata la rivincita fascista, con la criminalizzazione della grande lotta di liberazione dei popoli jugoslavi e la demonizzazione dei comunisti. Con il Giorno del Ricordo e le menzogne profuse a piene mani da televisioni, giornali, teatri, cinema, e moltiplicate su internet, l’antifascismo è stato messo all’angolo. Se oggi abbiamo Giorgia Meloni e camerati al governo, è anche conseguenza di questa legge, voluta dai fascisti e accettata e sostenuta dal PD e da quasi tutto il parlamento, con una insistenza e una profusione di mezzi che hanno creato il clima politico-culturale adatto al ritorno dei fascisti al potere.
Sostanzialmente in questo periodo e ogni qualvolta si parli di “foibe ed esodo” assistiamo a una serie di manomissioni della storia, travisando e ingigantendo i fatti, inventando vicende mai accadute, dimenticando il contesto (la guerra, l’aggressione alla Jugoslavia del 1941).
In questo articolo parleremo in particolare di quest’ultimo aspetto. La propaganda delle organizzazioni degli esuli (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Unione degli istriani…) che sono ispiratrici e artefici di questo grande progetto di rovescismo storico, tendono a dimenticare tutto ciò che è avvenuto prima delle cosidette foibe e dell’esodo.
Una vera e propria rimozione dei crimini italiani
Sulla vicenda dell’aggressione fascista alla Jugoslavia credo si possa parlare, sia a livello di opinione pubblica italiana, sia a livello – più profondo – della coscienza nazionale, di una vera e propria rimozione. La storiografia, soprattutto negli ultimi anni, ha prodotto studi generali o specifici sui crimini di guerra dell’Italia fascista, ma l’argomento rimane ancora poco conosciuto al di fuori dell’ambiente degli storici. Nel corso delle numerose conferenze tenute in questi anni in tutta Italia sulle vicende del confine orientale nel Novecento, ho incontrato molto interesse, ma, nello stesso tempo, una sorta di più o meno espressa incredulità: com’è possibile che di tutto questo, in oltre sessant’anni di Repubblica nata dalla Resistenza, non si sia mai parlato? Una risposta esauriente richiederebbe uno studio approfondito, coinvolgendo aspetti oltre che documentali, storici e politici, anche culturali e di psicologia sociale relativamente alla rappresentazione che gli italiani hanno di se stessi, cioè il mito degli italiani brava gente, del bono italiano che sopravvive al di là di qualsiasi prova delle efferatezze, degli eccidi, degli incendi e bombardamenti di villaggi, della deportazione di intere popolazioni, perfino dell’uso di gas, come è successo in Etiopia, perpetrati dall’esercito italiano. La documentazione dimostra che i comportamenti bellici dei soldati italiani, sia nelle colonie africane che nei Balcani occupati, sono stati simili a quelli di tutti gli eserciti aggressori nella storia, e cioè improntati alla estrema violenza, alla rappresaglia, al saccheggio, all’eccidio non solo dei combattenti, ma di intere popolazioni. La maggior o minor simpatia dei soldati italiani ha scarso significato da questo punto di vista, così come il confronto che viene fatto con il comportamento di altri eserciti, per esempio di quello tedesco e, nel caso dei campi di concentramento fascisti, il confronto che viene fatto con quelli nazisti. Per esempio parlando dei campi di concentramento fascisti il prof. Capogreco, con un’efficace espressione, ha parlato, evidenziandone l’ipocrisia, del «potente effetto assolutorio» di Auschwitz nei confronti di tutti gli altri internamenti.
Insomma non è avvenuta ancora una presa di coscienza collettiva di questa parte della storia nazionale.
Una presa di coscienza che anche in campo antifascista stenta a svilupparsi anche per una certa confusione esistente nel pensiero comune su come si siano svolte le vicende della seconda guerra mondiale, che hanno coinvolto l’Italia, prima come paese aggressore ed occupante e poi come paese aggredito ed occupato; i ricordi spesso si confondono, la memoria diventa indistinta, i nemici di prima e di dopo e gli alleati di dopo e di prima vengono confusi. Così, per esempio, su un quotidiano, alcuni anni fa, proprio in un articolo che si pro-poneva di porre il problema della memoria, si poteva leggere, a proposito del periodo dell’occupazione nazista, che in Friuli erano stati realizzati «campi di concentramento e di sterminio come a Gonars e alla Risiera di Trieste…». Pur essendo meritoria la volontà di ricordare la tragedia del campo di Gonars, associandolo però alla Risiera di San Sabba lo si situa nel periodo dell’occupazione nazista, e lo si attribuisce implicitamente ai nazisti; invece Gonars, come numerosi altri campi di concentramento per civili jugoslavi, è una faccenda tutta fascista e italiana; nazisti e tedeschi in questo caso non c’entrano, se non come alleati nell’aggressione alla Jugoslavia. I campi di concentramento per sloveni, croati, montenegrini e altri jugoslavi, cioè Gonars, Arbe, Monigo di Treviso, Padova, Renicci, Colfiorito, Tavernelle, Cairo Montenotte, Fiume, Visco, Fraschette di Alatri, Melada, Mamula, Zlarin, Antivari… cominciano a funzionare dopo l’aggressione e nel corso del 1942, e si svuotano dopo l’8 settembre 1943, quando quasi tutti i contingenti di sorveglianza, come il resto dell’esercito italiano, si sciolgono di fronte all’avanzare dei tedeschi. In questi diciotto mesi o poco più si svolge una tragedia che vede l’internamento di oltre centomila persone dei territori jugoslavi occupati, e la morte di fame e malattie di migliaia di essi. Come ha scritto Angelo Del Boca:
«Anche se la presenza dell’Italia fascista nei Balcani ha superato di poco i due anni, i crimini commessi dalle truppe di occupazione sono stati sicuramente, per numero e ferocia, superiori a quelli consumati in Libia e in Etiopia. (…) Nei Balcani, il lavoro sporco, lo hanno fatto inte-ramente gli italiani, seguendo le precise direttive dei più bei nomi del gotha dell’esercito: i generali Mario Roatta, Mario Robotti, Gastone Gambara, Taddeo Orlando, Alessandro Maccario, Vittorio Ruggero, Guido Cerruti, Carlo Ghe, Renzo Montagna, Umberto Fabbri, Gherardo Magaldi, Edoardo Quarra-Sito. Si aggiungano i governatori della Dalmazia Giuseppe Bastianini e Francesco Giunta; l’alto commissario per la provincia di Lubiana, Emilio Grazioli; il governatore del Montenegro, Alessandro Pirzio Biroli.»
L’aggressione nazifascista alla Jugoslavia
Se la repressione fascista contro sloveni e croati fu dura nel ventennio, le cose divennero ancor più tragiche con la seconda guerra mondiale e l’aggressione nazifascista alla Jugoslavia: il 6 aprile 1941, senza dichiarazione di guerra, iniziò l’attacco dell’esercito tedesco e poi dell’esercito italiano – la II Armata del gen. Ambrosio e poi del gen. Roatta – che, insieme con ungheresi e bulgari, invasero la Jugoslavia. Belgrado venne bombardata dall’aviazione tedesca e il paese, che allora era un regno, non aveva un esercito attrezzato né materialmente né moralmente per resistere a tanta sproporzione di mezzi, ed infatti si arrese nel giro di pochi giorni. La Jugoslavia venne smembrata e i vari pezzi divisi fra i partecipanti all’aggressione. All’Italia toccarono parecchi territori, con i quali poté coronare il vecchio programma imperialista di dominio sull’Adriatico. Alcuni di questi territori vennero annessi e diventarono nuove province, come la provincia italiana di Lubiana, la provincia di Spalato, la provincia di Cattaro; queste ultime insieme con la provincia di Zara, città annessa dopo la prima guerra mondiale, formarono il Governatorato di Dalmazia; altri territori andarono ad allargare la provincia di Fiume; il Montenegro divenne un protettorato italiano e il Kosovo fu annesso all’Albania che era già conquistata da due anni. La Croazia divenne un regno, formalmente indipendente (ma il re – che però non si insediò mai – doveva essere l’italiano Ajmone di Savoia) con a capo l’ustaša Ante Pavelić di fatto uno stato fantoccio, asservito prima agli italiani e poi ai tedeschi. Questo Stato dei croati comprendeva anche la Bosnia, regione multietnica con numerosissimi serbi, che furono le vittime di una vera e propria pulizia etnica – di cui il campo di sterminio di Jasenovac è uno degli emblemi – attuata dagli ustaša sotto gli occhi dell’esercito italiano occupante. Bisogna ricordare infatti che gli ustaša furono allevati politicamente dal fascismo italiano e Ante Pavelić fu insediato al governo della Croazia per volere di Mussolini. L’aggressione nazifascista, lo smembramento della Jugoslavia, la sua occupazione da parte degli eserciti dell’Asse e l’imposizione di governi fascisti come quello di Pavelić provocarono un’impressionante sequenza di terrore e violenza con immani stragi di cui furono vittima le popolazioni jugoslave, ma di cui nelle manifestazioni ufficiali della cosiddetta Giornata del Ricordo non si parla mai. L’aggressione nazifascista alla Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale provocò la morte di oltre un milione di persone.
Per quanto riguarda la provincia di Lubiana, annessa all’Italia, l’autorità civile fu costituita da un alto commissario nella persona di uno squadrista della prima ora, il triestino Emilio Grazioli, che si prefisse un programma di fascistizzazione della nuova provincia con la creazione di una serie di istituzioni tipiche del fascismo, a cui sperava che, in nome dell’anticomunismo, i ceti abbienti sloveni fossero disposti ad aderire. In effetti molti notabili e i vertici della Chiesa lubianese furono disponibili alla collaborazione. Invece la gran parte degli operai, degli artigiani, degli intellettuali, degli studenti, e anche i contadini sloveni non erano affatto disposti ad accettare l’annessione, per cui già nel maggio del ‘41 fu formato l’Osvobodilna fronta, il Fronte di liberazione che, collegandosi al movimento di liberazione che sotto la direzione di Tito andava formandosi in altre parti della Jugoslavia, ben presto arrivò a vere e proprie azioni partigiane.
La repressione e i campi di concentramento
Nell’autunno del ‘41 le autorità italiane insediarono a Lubiana una sezione del Tribunale speciale, e poi il Tribunale militare di guerra, che iniziarono subito a comminare pesanti pene detentive e anche condanne a morte. Ma nei mesi successivi ci fu da parte del nuovo comandante della II Armata, il generale Mario Roatta, una vera e propria escalation dei provvedimenti contro il movimento di opposizione. Nella notte fra il 22 e il 23 febbraio del 1942 la città di Lubiana, che allora contava circa 80 mila abitanti, venne trasformata in un enorme campo di concentramento. In quella notte i soldati della Divisione “Granatieri di Sardegna” costruirono tutto attorno alla città una recinzione di filo spinato, la città venne divisa in settori e fra un settore e l’altro altri reticolati che impedivano il passaggio da una zona all’altra. Lo scopo era che nessun uomo adulto potesse sfuggire al controllo e all’arresto da parte delle autorità militari italiane. In pochi giorni le caserme di Lubiana si riempirono di uomini arrestati e si pose il problema di dove metterli, in quanto gli arresti continuavano anche nelle altre città della provincia e ormai le persone da internare erano migliaia. Così venne individuato un primo vasto campo di concentramento, quello di Gonars, un paese a sud di Udine, quindi non lontano dai territori sloveni, ma all’interno del vecchio confine. Il campo si riempì molto presto, e nel giugno del ‘42 c’erano già 4.200 internati, 1.400 in più rispetto ai 2.800 che erano i posti uffi-cialmente disponibili in base alle baracche, alle latrine, ecc. Questi internati eccedenti, soprattutto giovani studenti e operai, vennero sistemati in tende, ma la struttura risultò così affollata che alla fine di giugno il comandante del campo, il tenente colonnello Vicedomini, era costretto a scrivere all’Intendenza della II Armata di non mandare più internati perché la situazione sanitaria stava diventando grave, con un’epidemia di dissenteria in corso. Infatti nell’estate del ‘42 si ebbero nel campo i primi casi di morte. In seguito ci sarebbe stata anche un’epidemia di tifo. Ma il generale Roatta non aveva alcuna intenzione di interrompere i rastrellamenti e gli internamenti, anzi fra la primavera e l’estate del ‘42 con il generale Robotti, comandante dell’XI Corpo d’Armata, mise in atto una serie di vaste operazioni antiguerriglia che portarono alla deportazione della popolazione da interi territori. Per questo nell’estate del ‘42 Roatta decise l’istituzione di nuovi campi, che si moltiplicarono in tutta Italia e anche nei territori occupati, nelle isole della Dalmazia.
Ma prima di parlare di questi nuovi campi, e in generale della deportazione fascista delle popolazioni jugoslave, bisogna accennare all’intero quadro repressivo disposto dal generale Roatta nil 1° marzo del 1942, la famigerata Circolare 3C. Si trattava di una serie di minuziose disposizioni ai vari reparti dell’esercito per combattere i partigiani e soprattutto contro l’appoggio popolare al movimento di liberazione. Prevedeva fra l’altro la fucilazione di ostaggi da prelevarsi soprattutto fra gli arrestati ritenuti comunisti, la fucilazione degli uomini adulti dei paesi presso i quali fossero avvenuti atti di sabotaggio nei confronti dell’esercito italiano dei collaborazionisti, la deportazione del resto della popolazione, donne, vecchi, bambini, l’incendio dei villaggi attuato dai reparti chimici, con i lanciafiamme, il bombardamento dei villaggi. Lo spirito che Roatta volle infondere con questa circolare è riassunto nella seguente frase, inserita nella circolare: «Non dente per dente ma testa per dente».
Gli effetti di queste disposizioni si trovano in una grande quantità di documenti della II Armata e dell’Alto commissariato che attualmente si possono consultare a Lubiana nell’Archivio della Repubblica di Slovenia, in quanto furono abbandonati dai comandi in fuga dopo l’8 settembre e conservati dai partigiani. Ma si trovano anche, in copia, nell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’esercito o nell’Archivio centrale dello Stato a Roma. Esiste inoltre un’ampia memorialistica di ufficiali e soldati che hanno fatto parte dell’esercito italiano di occupazione che raccontano il comportamento dei loro reparti. Alcune di queste memorie sono state anche pubblicate, come il diario di don Pietro Brignoli, cappellano del II Reggimento della divisione “Granatieri di Sardegna”, pubblicato, anche se non in versione integrale, nel 1973 da Longanesi con il significativo titolo (preso da una frase del diario) di Santa Messa per i miei fucilati. La lettura di questo testo è più che sufficiente a dare un’idea delle efferatezze compiute dall’esercito italiano in Jugoslavia fra il ‘42 e il ‘43. Bisogna dire, tuttavia, che a parte questo esempio di una grande casa editrice, in generale nel dopoguerra in Italia si è fatto di tutto per dimenticare, e si è arrivati a episodi di vera e propria censura, come nel caso del documentario prodotto nel 1989 dalla britannica Bbc Fascist legacy (L’eredità fascista) sui crimini di guerra italiani, i cui diritti furono acquisiti nel 1993 dalla Rai, che ne curò l’edizione in italiano, ma non lo ha mai trasmesso.
Uno degli eccidi più efferati, ordinato dal prefetto di Fiume Temistocle Testa – e di cui si parla anche nel documentario della Bbc – fu quello di Podhum, un paese non distante da Fiume, in cui nell’estate del 1942 furono fucilati 104 uomini, il più giovane dei quali aveva 14 anni.
La deportazione di popolazioni jugoslave e il progetto di “bonifica etnica”
Uno degli effetti più tremendi della Circolare 3C fu la deportazione di decine di migliaia di persone, non solo uomini considerati possibili oppositori, ma donne, vecchi, bambini, nei campi di concentramento italiani. Dal 1941 all’8 settembre del ‘43 furono internati in campi di concentramento italiani oltre centomila jugoslavi, e tra i 7 e gli 11 mila vi trovarono la morte. Dopo il campo di Gonars furono istituiti all’interno dei vecchi confini quelli di Monigo di Treviso, Chiesanuova di Padova, Colfiorito, Tavernelle e Pietrafitta (Perugia), Renicci di Anghiari (Arezzo), Cairo Montenotte,(Savona), Fraschette di Alatri (Frosinone), e poi Visco, ancora in provincia di Udine.Questi erano tutti campi con migliaia e migliaia di internati, gestiti dall’esercito, ma ce n’erano decine di altri più piccoli, gestiti dal ministero dell’Interno, praticamente in tutte le regioni d’Italia, e anche campi di lavoro, come quello di Fossalon di Grado in provincia di Gorizia o quello di Zola Predosa vicino a Bologna. Oltre a questi, ne vennero istituiti dall’esercito altri nelle isole della Dalmazia, il più noto dei quali è quello di Rab, Arbe in italiano, un’isola annessa all’Italia dopo il 1941, che il generale Roatta trasformò in un vero e proprio inferno per oltre diecimila internati, uomini, donne, vecchi e bambini. Il campo, istituito all’inizio di luglio ‘42, era un’immensa tendopoli, privo di qualsiasi struttura come latrine e cucine, e privo persino di acqua, che veniva portata con delle autobotti in quantità scarsissima. La situazione igienico-sanitaria si rivelò ben presto insostenibile, con la diffusione di malattie di ogni tipo e gli internati cominciarono a morire in gran numero. Nell’autunno del ‘42, dopo un’alluvione che devastò la tendopoli, seimila di questi internati furono trasferiti a Gonars, dove continuarono a morire numerosissimi, di fame e malattie, mentre i precedenti internati di Gonars vennero trasferiti a Chiesanuova di Padova, a Monigo di Treviso e soprattutto a Renicci in provincia di Arezzo. Ad Arbe si è ricostruita l’identità di circa 1.500 morti, in un anno, anche se alcune testimonianze parlano di molti di più. A Gonars ne morirono oltre 500, e i resti della gran parte di essi sono raccolti in un sacrario costruito nel cimitero del paese nel 1973, ad opera dell’allora Repubblica federativa socialista di Jugoslavia. Settantuno di questi morti erano bambini di meno di un anno, e di questi ventidue era nati proprio a Gonars e conclusero lì la loro breve esistenza. I referti medici scrivevano: «grave atrofia muscolare» o «broncopolmonite in soggetto organicamente debilitato», cioè praticamente morivano di fame e per le malattie conseguenti. A Treviso morirono circa 220 persone, così come a Renicci, e numerose altre negli altri campi di concentramento, soprattutto in quelli insediati nelle isole della Dalmazia, come Melada e Mamula. Ci si potrebbe chiedere se dietro l’affamamento dei campi ci fosse un progetto degli alti comandi militari e del regime fascista o se ci fosse semplicemente disorganizzazione o altre cause indipendenti da una precisa volontà. Certo, ci furono disorganizzazione e ruberie – agli internati veniva dato molto meno di ciò che era previsto dalle pur insufficienti tabelle alimentari preparate dagli organismi ministeriali preposti –, ma ci fu anche un vera e propria intenzionalità, in quanto l’affamamento degli internati permetteva di controllarli con meno dispendio di mezzi. Significativa è a questo proposito l’allucinante postilla che il generale Gastone Gambara, nuovo comandante dell’XI Corpo d’Armata, scrisse il 17 dicembre ‘42 di proprio pugno sotto una relazione medi-ca che descriveva le tremende condizioni del campo di Arbe:
«Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo…».
La vicenda dei campi di concentramento fascisti finisce con l’8 di settembre, quando i contingenti di guardia si dileguano, i portoni rimangono aperti e gli internati di molti campi possono fuggire. Coloro che erano nei campi vicini al confine, come Gonars e Visco in Friuli, si dirigono in una lunghissima fila, verso i loro territori, dove trovano le loro case bruciate mesi prima dai lanciafiamme dei reparti chimici italiani. Molti si aggregano alle formazioni partigiane, a Rab gli internati formano addirittura una brigata partigiana, la Rabska Brigada. Coloro che erano internati nei campi dell’Italia centrale, Renicci, Colfiorito, Fraschette di Alatri, riescono con più difficoltà a tornare a casa, e molti si fermano nella penisola e combattono nelle prime formazioni partigiane italiane. Storia anche questa molto interessante, di cui parleremo in un prossimo articolo
Breve conclusione
Dei crimini del nazismo nei vari paesi d’Europa si sa molto, si è pubblicato molto, se n’è parlato già dall’immediato dopoguerra con Norimberga e vari altri processi istruiti su singoli eccidi. Il fascismo ha invece goduto di una particolare immunità, tanto da trascinare con sé in questo buco della memoria anche molti dei responsabili nazisti di crimini di guerra in Italia, come testimonia la vicenda delle stragi nascoste emersa dopo il reperimento del cosiddetto armadio della vergogna, in cui sono rimasti chiusi per decenni i documenti che testimoniavano i crimini nazifascisti in Italia dopo l’8 settembre. Anche i crimini italiani nei paesi occupati prima dell’8 settembre sono stati completamente nascosti, e i criminali di guerra italiani non sono stati mai perseguiti, nonostante che alla commissione alleata per i crimini di guerra fossero state presentate lunghe liste e abbondante documentazione, da parte della Jugoslavia e di altri paesi occupati. Ma non c’è stato solo occultamento dei crimini e dei loro autori: nell’immediato dopoguerra i servizi segreti italiani hanno predisposto dei memoriali e raccolte di testimonianze, atte specificamente a scagionare i personaggi sopra citati e tanti altri che furono denunciati come criminali di guerra dalla Jugoslavia: non c’è stato quindi solo un’azione di occultamento, ma anche di vero e proprio stravolgimento della realtà storica. Credo si possa dire che nell’interpretazione delle vicende del con-fine orientale sia sempre esistito, nella Repubblica italiana nata dalla Resistenza, un revisionismo storico, una continuità con il passato fascista, sia negli atteggiamenti politici, sia negli uomini.
La censura sui crimini del fascismo e dell’esercito
Eppure gli italiani avrebbero avuto alcune occasioni in questo dopoguerra per conoscere i crimini di guerra commessi dal nostro esercito. Ho ricordato il caso del documentario Fascist Legacy, acquistato dalla Rai all’inizio degli anni 90 del secolo scorso, ma mai trasmesso. Altra occasione persa fu il lavoro della Commissione di storici italiani e sloveni istituita nel 1993 tra Italia e la neonata Slovenia: gli studiosi nominati dai due governi si incontrarono per sette anni producendo poi una relazione che secondo gli accordi avrebbe dovuto diventare documento riconosciuto dai due Stati, pubblicato ufficialmente in tre lingue (sloveno, italiano, inglese) come base dei futuri rapporti. Ebbene, la Slovenia lo ha acquisito e pubblicato, mentre il governo italiano non ha mai fatto proprio il documento. Era un testo di compromesso, in ci gli studiosi sloveni facevano molte concessioni “storiche“ a quelli italiani; ma aveva il grave difetto di prendere in considerazione un arco di tempo ampio, di parlare anche del contesto, di cos’era successo prima, il fascismo, la persecuzione di sloveni e croati della Venezia Giulia, l’aggressione alla Jugoslavia, i campi di concentramento. E questo gli italiani non lo dovevano e non lo devono sapere.
C’è stata un’ultima recentissima occasione mancata: nel 2023, in settembre, ricorreva l’80° anniversario della liberazione da parte degli internati del campo di concentramento di Arbe/Rab. Le organizzazioni partigiane di Slovenia e Croazia e l’ANPI hanno pensato che a ottant’anni di distanza fosse l’occasione per l’Italia di chiedere scusa per i crimini del fascismo contro sloveni e croati, in un incontro dei tre presidenti da svolgersi il 9 settembre. La presidente slovena ha invitato personalmente il presidente italiano, ma Sergio Mattarella non ha partecipato (né nessun’altra autorità italiana), giudicando i tempi non ancora maturi.
PS: Il 9 settembre 2023 a Rab con i due presidenti di Slovenia e Croazia c’erano diverse migliaia di persone. Tra queste anche moltissimi italiani e italiane a salvare l’onore dell’Italia nata dalla Resistenza.