lunedì, Agosto 10

IN CHE TIPO SOCIETA’ VIVIAMO?

di Redazione

LA NASCITA DELLA SOCIETÀ CAPITALISTICA

Qual è la caratteristica che permette di definire una società di tipo capitalistico? Un fatto molto semplice e banale: in essa si producono delle merci.
E cosa è una merce? La merce non è un prodotto qualsiasi, ma un prodotto destinato al mercato.
Un prodotto del lavoro che viene utilizzato da chi lo ha fatto non è ancora una merce. Se una persona si costruisce un armadio per sé, quest’armadio non è una merce, lo diventa solo nel caso in cui chi lo ha prodotto lo lavori per venderlo, cioè per il mercato.
Nella società capitalistica tutti i prodotti sono destinati al mercato. In questo modello di società nessuna fabbrica produce per soddisfare il bisogno del proprietario, ma non si produce nemmeno per il bisogno degli altri individui che vivono in quella società, o meglio si tiene conto degli altri solo indirettamente, solo nel momento in cui le necessità altrui si trasformano in una domanda sul mercato.
Questo modo di produrre le merci presuppone l’esistenza della proprietà privata dei mezzi di produzione, ovvero che l’industriale o l’artigiano per fabbricare delle merci possiedano le macchine, i capannoni, i terreni, e tutto quello che può servire per il raggiungimento dello scopo insito nella produzione.
La proprietà privata determina la nascita della lotta per la conquista dei clienti, cioè di una parte sempre maggiore di mercato; in altri termini si ha una concorrenza tra produttori di merci.
La proprietà privata, la produzione di merci, la concorrenza sono i caratteri distintivi di una società capitalistica ma non sono di per sé sufficienti per affermare che un determinato modo di produzione è di tipo capitalistico.
In epoche passate, nelle società medioevali queste cose esistevano già e la concorrenza aveva modo di manifestarsi. Sicuramente tra gli artigiani dell’epoca chi possedeva attrezzi migliori o una maggiore abilità, o somme di denaro superiori, raggiungeva col passare del tempo una posizione preminente e in molti casi riduceva alla miseria i concorrenti, creando grossi problemi sociali.
Difatti in quell’epoca furono introdotte leggi speciali con lo scopo di frenare la competizione tra questi produttori precapitalistici di merci.
Ma allora, oltre a quelle caratteristiche precedentemente elencate, ci deve essere una specificità, una particolarità che rende unica la società capitalistica? E che cos’è questa particolarità?
Il monopolio dei mezzi di produzione.
Prima di poter comprendere in profondità in cosa consista questo monopolio dei mezzi di produzione dobbiamo cercare di capire perché una produzione di merci come quella artigianale non è di tipo capitalistico.
Osservando l’artigiano si scopre che in esso sono racchiuse due figure ben precise: il lavoratore e il proprietario delle macchine e degli utensili, cioè dei mezzi di produzione. Ma nella società capitalistica chi produce è l’operaio che non è proprietario dei mezzi di produzione, mentre chi è proprietario dei mezzi di produzione – il capitalista – non produce.
Il capitalista e l’artigiano perseguono gli stessi scopi? No. E vediamo il perché. Il capitalista ha come scopo principale la ricerca del profitto. L’artigiano lavora per scambiare i suoi prodotti con altre merci che gli servono per vivere.
L’artigiano ha rappresentato nella storia il risultato di un certo sviluppo della divisione del lavoro. In epoche più remote ogni uomo sapeva fare un po’ di tutto: dagli strumenti per la caccia, al vasellame, alla capanna, all’abito.
L’osservazione umana accompagnata dall’esperienza e dall’uso dell’intelligenza razionale ha determinato che era più conveniente per tutti che ognuno si specializzasse nel lavoro che sapeva fare meglio e quindi chi sapeva fare bene il pane divenne fornaio, chi sapeva fare le scarpe divenne ciabattino, chi sapeva far bene gli abiti divenne sarto e ognuno di essi scambiava con gli altri le proprie merci.
Ed è in questo periodo che nasce il denaro che non aveva altro scopo se non quello di facilitare gli scambi. Il denaro altro non era che l’equivalente comune di tutte le merci prodotte. Con l’introduzione del denaro si chiude il periodo dello scambio diretto tra merci che va sotto il nome di baratto.
In questa fase la produzione complessiva è determinata dai bisogni di ogni singolo individuo e quindi dell’intera società.
Nella nostra società, la società capitalistica, la situazione è ben diversa proprio a causa del fatto che i mezzi di produzione, le macchine, le fabbriche, i terreni, ecc. sono diventati proprietà esclusiva cioè monopolio di una sola e ristrettissima classe, la borghesia.
In una società siffatta coloro che producono, gli operai, sono separati da questi mezzi di produzione, non ne hanno quindi la proprietà e, pur essendo formalmente liberi, sono privati di qualsiasi mezzo di sussistenza e per poter sopravvivere sono obbligati a vendere la loro capacità lavorativa ai proprietari dei mezzi di produzione. Questa capacità lavorativa viene comunemente chiamata forza-lavoro.
Come è stato possibile concentrare in poche mani, in una sola classe sociale, la borghesia, i mezzi di produzione? Questo è stato possibile per la continua trasformazione dei mezzi di produzione che diventavano sempre più complessi e costosi. Grazie alla concorrenza la maggioranza dei produttori, gli artigiani più deboli economicamente, hanno dovuto vendere le macchine a questa ristretta minoranza che ha potuto iniziare ad impiegare lavoro di terze persone da impiegare sulle macchine acquistate.
Iniziato questo processo di concentrazione i già ricchi lo sono diventati ancora di più, hanno potuto allargare le loro officine trasformandole in manifatture e in fabbriche, hanno comperato nuove macchine più moderne, assunto nuovi dipendenti ed hanno smesso di lavorare, si sono trasformati in capitalisti.
Man mano che crescevano i capitalisti si sviluppava anche la figura del banchiere e della banca. Difatti con lo sviluppo del sistema bancario i capitalisti potevano attingere, grazie alle banche, a continue risorse finanziarie per far fronte alle necessità che il sistema produttivo richiedeva: acquisto di macchinari, terreni, ecc.
Con lo sviluppo del sistema produttivo si è anche ottenuto un potente accrescimento del commercio e uno sviluppo dei mezzi di comunicazione.
Con lo sviluppo del capitalismo abbiamo un forte incremento del terzo elemento che dà forma all’attuale sistema economico: il capitale commerciale.
Questo intreccio delle diverse forme del capitale, industriale, finanziario e commerciale sono andati sviluppandosi nel tempo con vincoli di reciproca dipendenza, sempre più stretti.

LA NASCITA DEL PROLETARIATO

Con il nascente sistema capitalistico si veniva formando una massa enorme di uomini e donne privati di ogni bene. Erano esseri umani senza proprietà. Era l’umanità rovinata dalla concorrenza. Erano ex contadini e artigiani costretti a farsi assumere come operai salariati in una manifattura o in una fabbrica da qualche capitalista o come servitori presso un proprietario terriero per poter sopravvivere non avevano altra via d’uscita.
Era nata la forma più subdola e moderna di schiavitù.
La nascita del moderno proletariato è l’altra caratteristica peculiare della società capitalistica.
Che cosa differenziava il proletariato dalle classi sociali sorte prima del sistema capitalistico.
Nelle società antiche gli schiavi venivano considerati alla stregua di oggetti: potevano essere venduti o comprati in quanto considerati proprietà privata del loro padrone. Non c’era differenza tra un animale da soma, un carro ed uno schiavo, gli schiavi subivano ogni tipo di abuso. Lo schiavo non esisteva più come persona.
Nella società capitalistica nessuna persona viene venduta o acquistata, di lei si acquista solo la sua capacità di lavorare, quella che abbiamo chiamato forza-lavoro.
Il lavoratore è formalmente libero, nel senso che non può essere venduto dal capitalista ad un suo pari, ma questo stato di cose non determina certo l’eguaglianza tra i due uomini. Uomini quindi uguali geneticamente, ma resi diseguali dallo sviluppo storico della proprietà privata e dei mezzi di produzione e quindi oggettivamente in posizione diversa nella società e davanti alla legge.
Una obiezione che viene spesso fatta ai proletari dai capitalisti è che non si è obbligati a lavorare per loro, anzi che dovremmo esser loro grati perché ci assumono nelle loro aziende permettendoci di avere un lavoro e che lo fanno in quanto mossi da un forte senso etico e da una grande responsabilità verso la società. Ipocriti!
Ma come potrebbero vivere i proletari senza un lavoro. Come potrebbero pagare i mutui per la casa, gli affitti, le medicine per curarsi, gli studi per i figli, le rate per l’auto, gli abiti e il cibo per sé e per la famiglia? Questo modo di vivere incatena il proletario al capitale. Tutti i giorni il lavoratore è obbligato dalla necessità ad andare a timbrare il cartellino o vendere la propria forza-lavoro. Non ha altra scelta. Non avendo scelta non è libero. La proprietà privata dei mezzi di produzione lo ha privato della possibilità di essere sullo stesso piano del capitalista.
Questo vale anche per la terra che potendo essere un mezzo di produzione, nel sistema capitalistico è una proprietà privata e quindi non può essere usata da parte dei lavoratori del settore agricolo.
Quindi in una società dove i lavoratori sono costretti a vendere la loro forza-lavoro, troviamo sul mercato una merce particolare, strettamente connessa e inseparabile dagli esseri umani: la forza-lavoro.
Il prezzo di questa forza-lavoro sul mercato è il salario dell’operaio.
In epoche passate quando la produzione di merci avveniva in forma artigianale, sul mercato si trovava la lana, il pane, gli abiti e molti altre merci ma non si trovava la forza-lavoro. Il soggetto sociale che la possedeva, l’artigiano, la utilizzava lui stesso, in quanto possedeva i mezzi per farlo.
Concludendo possiamo dire che la produzione di tipo capitalistico si distingue dalla semplice produzione di merci in quanto in essa la forza-lavoro viene venduta al mercato come una qualsiasi merce.

I RAPPORTI TRA GLI UOMINI NELLA SOCIETÁ CAPITALISTA

Ora verifichiamo quali rapporti intercorrono tra gli uomini che creano e si dividono i prodotti, in una società che produce merci.
Una mattina di buon ora, dopo aver fatto colazione, decidiamo di andare ad acquistare un abito e del pane, per realizzare questi nostri acquisti bisogna che esistano sia il sarto che il panettiere e che loro abbiano lavorato per noi. E qui si scopre una regola generale della nostra società: tutti noi lavoriamo gli uni per gli altri e non possiamo vivere gli uni senza il contributo altrui. Quindi ogni transazione si riduce sempre a rapporti tra gli uomini.
Ma anche quando parliamo di monopolio dei mezzi di produzione o di lavoro salariato ci riferiamo a determinati rapporti tra gli uomini.
Che cos’è infatti questo monopolio? Significa che esistono degli uomini, gli operai che fabbricano dei prodotti con mezzi di produzione che non gli appartengono, il che significa che i lavoratori sono soggetti a chi possiede questi mezzi, ai capitalisti.
Questi rapporti tra gli uomini nel corso del processo della produzione si chiamano rapporti di produzione.
Ogni epoca ha avuto specifici rapporti di produzione. Questi rapporti di produzione non sono sempre stati uguali in ogni periodo storico.
Abbiamo rapporti di produzione capitalistici e quindi una società capitalistica quando la produzione di merci viene effettuata con mezzi di produzione monopolizzati da una minoranza di capitalisti e con il lavoro salariato degli operai.

Cosa diceva Karl Marx in Salario, prezzo e profitto per superare i limiti dei rapporti umani insiti nel sistema capitalistico dove tutto diventa una merce, compresi gli esseri umani trasformati in merce disponibile sul mercato del lavoro, dove il salario è la dimostrazione tangibile di una raffinata ed evoluta forma di schiavitù. Non più schiavo di un solo padrone ma schiavo del sistema dei padroni: “Nello stesso tempo la classe operaia, indipendentemente dalla servitù generale che è legata al sistema del lavoro salariato, non deve esagerare a se stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò essa non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia, che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o dai mutamenti del mercato. Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d’ordine conservatrice: ‘Un equo salario per un’equa giornata di lavoro‘, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: Soppressione del sistema del lavoro salariato.

Dopo questa lunga e, temo, affaticante esposizione, alla quale non potevo sottrarmi senza nuocere all’argomento, concludo proponendovi l’approvazione della seguente risoluzione:

Primo. Un aumento generale del livello dei salari provocherebbe una caduta generale del saggio generale del profitto, ma non toccherebbe, in linea di massima, i prezzi delle merci.

Secondo. La tendenza generale della produzione capitalistica non è di elevare il salario normale medio, ma di ridurlo.

Terzo. Le Trade Unions compiono un buon lavoro come centri di resistenza contro gli attacchi del capitale; in parte si dimostrano inefficaci in seguito a un impiego irrazionale della loro forza. Esse mancano, in generale, al loro scopo, perchè si limitano a una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente, invece di tendere nello stesso tempo alla sua trasformazione e di servirsi della loro forza organizzata come di una leva per la liberazione definitiva della classe operaia, cioè per l’abolizione definitiva del sistema del lavoro salariato“.

Va da sé che se aboliamo il lavoro salariato termina anche la circolazione monetaria quindi serve, per avere beni e servizi, un altro parametro per accedervi. Questo nuovo parametro è l’ora di lavoro donata alla società. Un’ora che ha lo stesso valore per qualsiasi lavoro svolto. Termina in questo modo la divisione tra lavoro intellettuale e manuale. Si crea la condizione materiale della vera eguaglianza a tutti i livelli della società. Si lavora per riprodurre le condizioni, nella società dei lavoratori, per dare a ognuno ciò che gli serve secondo i suoi reali bisogni. Il valore d’uso soppianta il valore di scambio. Si giunge alla parità di genere tra uomo e donna. Termiana la concorrenza tra gli esseri umani a vantaggio della solidarietà e cooperazione. Termina la logica produttiva legata al consumismo e si favorisce il riequilibrio tra esseri umani e natura. Finisce la speculazione della finanza e delle banche, concausa delle guerre. La vita riacquista il suo vero significato.

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