sabato, Aprile 11

2 AGOSTO 1980 STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA, 9 MAGGIO 1978 OMICIDIO MORO. UN’UNICA STRATEGIA ANTICOMUNISTA

di Redazione

Carissime compagne e compagni,

la Procura generale di Bologna dalle carte segrete di Licio Gelli, fatte sparire dagli atti del processo per bancarotta del Banco Ambrosiano, ma grazie alle lotte dei famigliari delle vittime e della magistratura rese pubbliche, ha scoperto – tramite i finanziamenti – i mandanti, gli organizzatori e gli esecutori della strage del 2 agosto 1980 alla Stazione di Bologna, che ha causato 85 morti e 200 feriti.

Viene direttamente chiamato in causa, anche se deceduto 9 anni fa, il capo della loggia P2, Licio Gelli, già condannato per tutti i depistaggi compiuti dopo la strage.

Sono complici di Gelli il suo tesoriere e braccio destro, il banchiere Umberto Ortolani e il capo dell’Ufficio affari riservati del Viminale, Federico Umberto D’Amato, ambedue deceduti.

Tra i personaggi emersi dall’inchiesta troviamo l’allora capo della Polizia Vincenzo Parisi, promosso questore nel 1977 e deceduto nel 1994; Parisi fu inviato a Grosseto e continuò a collaborare attivamente con la Direzione generale di PS in un gruppo di lavoro per la semplificazione delle procedure e dei sistemi di comunicazione.

Significativo, al riguardo, un appunto inviato al capo della polizia, Giuseppe Parlato il 23 gennaio 1978, due mesi prima del rapimento di Aldo Moro, che faceva seguito alla richiesta del direttore generale del personale del ministero, Aldo Buoncristiano, di permettere che Parisi – nonostante fosse questore di Grosseto – potesse continuare a svolgere l’incarico ricevuto, per la sua «specifica esperienza nei settori interessati». Dopo la tragica vicenda di Aldo Moro, Parisi, fa una brillante carriera e diventa vicedirettore del Servizio segreto civile (SISDE) dal 1980. In seguito ne divenne direttore rafforzando la presenza del SISDE nelle forze di Polizia.

Parisi migliorò” i rapporti con i paesi interni alla NATO ridimensionando il ruolo dell’Italia nell’area del Medio Oriente favorendo in particolar modo gli Usa e Israele. Come ulteriore premio per i suoi servigi fu nominato capo della Polizia il 23 gennaio 1987, quando presidente del Consiglio era Bettino Craxi e ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro.

Tra i temi d’interesse dei magistrati doveva esserci anche il ruolo di Licio Gelli nella strage di Bologna. Infatti: “Qualche giorno prima dell’interrogatorio, il suo avvocato, Fabio Dean, va a incontrare il capo della polizia Vincenzo Parisi, che in una nota scritta sintetizza i contenuti della conversazione. Nel documento, indirizzato al ministro dell’Interno Amintore Fanfani, Parisi racconta che il legale di Gelli ‘ha riferito di aver contattato il ministro di Grazia e giustizia (Giuliano Vassalli, ndr), il vicesegretario del Psi Martelli ed esponenti della Dc e di altri partiti’. Durante la conversazione, Dean fa delle precise minacce: ‘Se la vicenda viene esasperata – scrive Parisi, riportando le parole dell’avvocato – e lo costringono necessariamente a tirare fuori gli artigli, allora quei pochi che ha li tirerà fuori tutti’. Qualche settimana dopo, quando Licio Gelli verrà interrogato, non dovrà rispondere a nemmeno una domanda su Bologna”.

Come avete visto Parisi era molto efficiente… Tanto efficiente che lo troviamo anche nella vicenda del caso Moro, dal libro del compagno Sergio Flamigni Il covo di Stato. Via Gradoli 96 e il delitto Moro, pagine 179-181:

«Il fatto che a partire dal settembre 1979 (cioè a poco più di un anno dal delitto Moro) il futuro capo del Sisde e poi della polizia Vincenzo Parisi fosse divenuto proprietario di immobili di via Gradoli (al n° 75, dove il capo brigatista Moretti aveva avuto in uso un box auto; e al n° 96, dove Moretti aveva allestito la prima base delle Br romane in vista del sequestro Moro) era un fatto tanto grave quanto gravido di implicazioni e sottintesi.

Era la prova provata che i Servizi erano presenti in via Gradoli, e che in quella via avevano precisi interessi. Era la conferma che nel 1978 – cioè prima, durante e subito dopo il sequestro Moro – gli immobili in quella strana via di Roma venivano gestiti dai fiduciari-prestanome dei servizi segreti; conclusa l’operazione Moro e trascorso un certo lasso di tempo, il Sisde – nella persona del suo dirigente Vincenzo Parisi – si era manifestato con più precisione (*).

Le proprietà immobiliari di Parisi in via Gradoli verranno scoperte casualmente solo nel 1994, quando il locale commissariato di Ps aveva accertato la presenza in via Gradoli di numerosi extracomunitari clandestini, alcuni privi di permesso di soggiorno, alloggiati in appartamenti e scantinati gestiti da Domenico Catracchia.

La polizia aveva fatto rapporto all’autorità giudiziaria denunciando il Catracchia quale organizzatore di un’agenzia per il favoreggiamento di immigrazione clandestina, e aveva chiesto e ottenuto di poterne perquisire l’ufficio e l’abitazione.

Nel corso della perquisizione nell’ufficio di via Gradoli 75, svolta ai primi di agosto 1994, tra la documentazione degli appartamenti amministrati dal Catracchia la polizia aveva trovato un fascicolo intestato a Vincenzo Parisi e contenente contratti d’affitto (**).

La perquisizione era proseguita nell’abitazione del Catracchia, dove erano state sequestrate altre carte, fra le quali un’agendina con annotati nomi e prestanome, proprietari occulti di appartamenti, società immobiliari, rendiconti, nominativi

Del resto, nella storia del ministero dell’Interno si sono verificati vari casi in cui immobili di proprietà del Viminale sono stati intestati a funzionari e dirigenti del ministero. È il caso – per fare un solo esempio – di un immobile situato a Roma in via Giuseppe Silla 21: utilizzato come abitazione provvisoria per pentiti, è stato intestato al funzionario del Sisde Maurizio Improta (figlio del più noto questore e poi prefetto Umberto Improta). Quando poi Maurizio Improta era stato nominato vice capo della Criminalpol e aveva lasciato il Sisde, aveva affittato l’appartamento seguendo le indicazioni del Servizio.

Alla metà del successivo settembre il questore Vincenzo Sucato (il quale durante il sequestro Moro aveva diretto la Sala operativa della Questura di Roma) aveva chiesto al dirigente del commissariato Flaminio nuovo, Michele Laratta, un rapporto informativo sull’esito della perquisizione di poche settimane prima nell’ufficio del Catracchia in via Gradoli 75. A quel punto era intervenuto, in veste di avvocato del Catracchia, il massone Antonio Juvara (***), il quale a ottobre era riuscito a ottenere la restituzione dei documenti sequestrati al suo assistito e la repentina archiviazione del procedimento giudiziario a carico del Catracchia.

Come potete notare: i personaggi, nelle trame, nelle stragi della strategia atlantica dell’eversione nel nostro martoriato Paese, portano sempre ai soliti nomi, legati uno all’altro in modo indissolubile dai ricatti, dalla corruzione, dagli omicidi e nel servire solo gli interessi dei vertici del massocapitalismo nazionale e internazionale.

I rapporti tra l’intelligence vicina a Gelli e gli Usa passavano anche attraverso gli “agenti di influenza”, colonne portanti della guerra psicologica e di informazione. Uno di questi, secondo la testimonianza di agenti del SISMI, era Michael Ledeen, storico statunitense a lungo consulente dei servizi militari italiani: “In occasione dell’operazione ‘terrore sui treni’ (l’attività di depistaggio sulla strage di Bologna, ndr) vidi scendere dall’aereo dei servizi Francesco Pazienza, Santovito (ufficiale piduista ai vertici del Sismi fino al 1981, ndr) e Michael Ledeen (…) erano stati negli Usa”. Secondo la testimonianza in mano avevano “le stesse riviste trovate all’interno della famosa valigia del treno Taranto-Milano del 13 gennaio 1981, su cui fu compiuto il depistaggio”. L’episodio portò alla condanna di Gelli, Pazienza  e Belmonte.

Lo storico statunitense non era l’unico collegamento con il mondo Usa in contatto con il Sismi nei primi anni 80, quando il servizio militare era controllato dalla P2: “Ho visto spesso ai servizi un altro ‘agente di influenza’ – racconta l’ex ufficiale – che era Edward Luttwach”. Secondo la testimonianza il “politologo” Usa (esponente dell’ala repubblicana più oltranzista) avrebbe diretto, su invito di Santovito, una “esercitazione informativa, che durò una mattinata e fu una ‘banalità’”, ricevendo un compenso di 150 milioni di lire. Erano gli anni 80, l’epoca dei servizi controllati dai piduisti. Un controllo che non è venuto meno negli anni successivi.

Questo è il retaggio lasciatoci dal fascismo e da tutta la destra andata al potere nei decenni successivi. Una realtà politica voluta e alimentata dagli USA e dalla NATO. Ed oggi molti dei criminali fascisti che sono stati scoperti, accusati e condannati per le stragi in Italia sono al servizio di amici, parenti diretti o acquisiti di molti politici dell’attuale governo.

Un esempio eclatante è quello della presidente dell’Antimafia, Chiara Colosimo di Fratelli d’Italia e Luigi Ciavardini chiamato in causa per la strage di Bologna con Paolo Bellini coinvolto in tanti misteri della storia d’Italia, tra cui la strage di Capaci e la trattativa Stato-mafia. Quello stesso Ciavardini cognato di Marcello De Angelis, che il governatore meloniano Francesco Rocca aveva voluto come capo della comunicazione…

Paolo Bellini è un fascista e ladro di mobili antichi, truffatore, pilota d’aerei e “assassino” del compagno di Lotta Continua Alceste Campanile, come lui stesso si è definito. Ma chi è Luigi Ciavardini? Rinfreschiamoci la memoria: Luigi Ciavardini ha alle spalle una lunga militanza nelle formazioni eversive nere. Dal 2009 in semilibertà, l’ex esponente dei Nuclei Armati della Rivoluzione ha ricevuto condanne a 30 anni per la strage di Bologna, a 13 anni per l’omicidio del poliziotto Francesco Evangelista e a 10 anni per l’assassinio del giudice Mario Amato. Insieme a Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, è considerato uno dei terroristi neri più pericolosi degli anni Ottanta: anche da questo deriva il suo soprannome, Gengis Khan. Tale appellativo gli arriva dopo il primo delitto, commesso quando è ancora minorenne nel maggio del 1980: insieme a Fioravanti, Mambro e Gilberto Cavallini prende parte all’attentato davanti al liceo romano Giulio Cesare in cui viene ucciso l’appuntato di polizia Francesco Evangelista (detto “Serpico”) e ferito il suo collega Giuseppe Manfreda. Poche settimane più tardi, nel giugno dello stesso anno, insieme a Cavallini uccide il sostituto procuratore Mario Amato, che da circa due anni conduceva le principali inchieste sui movimenti eversivi di destra. Gli inquirenti però vedono la sua mano anche in uno degli eventi più sanguinosi dello stragismo nero, avvenuto proprio nel 1980: il 2 agosto una bomba esplode alla stazione di Bologna Centrale, uccidendo 85 persone e ferendone altre 200. Un evento che, dopo diverse vicende giudiziarie, lo porterà a una condanna a 30 anni di carcere nel 2007 ma senza due capi di imputazione importanti, come il concorso nella collocazione dell’ordigno esplosivo e le lesioni.

Da tempo nel cerchio magico di Arianna Meloni, Paolo Signorelli è uno dei collaboratori di cui la donna che a destra definiscono la più potente d’Italia (dopo la sorella Giorgia) si fida ciecamente. Tanto da sceglierlo come capo dell’ufficio stampa, tre anni fa, del candidato a sindaco di Roma, Enrico Michetti.

Che dire poi di Isabella Rauti figlia di Pino Rauti – ideatore di Ordine Nuovo, implicato come ideologo nella strategia della tensione e in diverse operazioni stragiste come quella di Brescia – è una politica italiana, dal 23 marzo 2018 senatrice della Repubblica per Fratelli d’Italia e dal 2 novembre 2022 sottosegretario di Stato al Ministero della difesa nel governo Meloni.

Potevano mancare le amicizie del cognato della Meloni, Lollobrigida il marito di Arianna, che hanno frequentazioni con Paolo Signorelli, tanto da farlo assumere al ministero dell’Agricoltura nonostante una condanna nel 2014 per lesioni a un anno e mezzo di reclusione. Come riportto da molti giornali, dopo la diffusione delle chat tra Signorelli e Diabolik, Fabrizio Piscitelli, l’ultras della Lazio e criminale ucciso in un regolamento di conti al Parco degli Acquedotti a Roma, Lollobrigida aveva detto di non essere a conoscenza di quelle affermazioni. Dopo l’esplosione del caso, Signorelli si è autosospeso.

La vicenda si riferiva a una condanna a carico di Signorelli, assieme a un altro ultras laziale, per avere aggredito un tifoso dell’Olympiakos a Roma. Signorelli è stato condannato e poi prescritto il 17 aprile 2023 in appello. L’assunzione al ministero però è arrivata con decreto ministeriale il 26 febbraio 2024, quando la prescrizione ancora non c’era stata.

Come emerge dalle motivazioni della sentenza di primo grado i fatti avvennero il 30 novembre 2007, due giorni dopo la partita tra Lazio e Olympiacos.

La lotta di LIBERAZIONE non è finita il 25 Aprile 1945, quella è stata la prima tappa…

Saluti comunisti

Note:

(*) La vicenda rende assai concreto il sospetto che almeno il primo rogito in favore dell’allora dirigente del Sisde Vincenzo Parisi, effettuato dal notaio Fenoaltea nel settembre 1979, fosse la sistemazione di una situazione pregressa.

(**) Mentre l’ispettore Pacilio, che dirigeva l’ispezione, procedeva al sequestro del fascicolo, il Catracchia lo aveva chiamato in disparte e lo aveva invitato a desistere in quanto quel “Vincenzo Parisi” era persona potente e di tutto rispetto, e il fatto avrebbe potuto avere per l’ispettore gravi conseguenze. Ma il Pacilio aveva proceduto ugualmente al sequestro di funzionari di polizia e di magistrati. Il tutto era poi arrivato all’autorità giudiziaria romana (ferma per la pausa estiva).

(***) Nel corso della sua lunga attività massonica, lo Juvara ha avuto stretti contatti con Giuseppe Mandalari, già Gran maestro aggiunto della Serenissima Gran Loggia, Delegato magistrale per la Sicilia, e consulente finanziario del boss mafioso Totò Riina. In base ad alcune risultanze investigative, lo Juvara è stato a Roma elemento di raccordo con le attività del Mandalari in Sicilia. Cfr. Relazione di consulenza tecnica dei consulenti Piera Amendola, Giuseppe De Lutiis, Ercole Nunzi, per il Tribunale di Palermo, procedimento penale n˚ 6459/93, pagg. 115-17.»

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