venerdì, Ottobre 2

IL DEBITO ITALIANO NELLA TRAPPOLA DELL’EURO

28 Set , 2026|

di Enrico Grazzini

Visioni

Il grande nodo che manca nel programma dei 5 Stelle

Il programma in 20 punti dei 5 Stelle sembra, sulla carta, pieno di buoni e condivisibili propositi ma, a un’analisi più approfondita, è carente sul piano politico e strategico. Nei 20 punti ci sono tante cose molto importanti e giuste, come la proposta di negoziare per porre fine alla guerra in Ucraina, la rottura dei rapporti con il governo fascista di Israele, il salario minimo garantito, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, un fondo di investimento per le industrie strategiche e per rilanciare l’occupazione, una banca pubblica di sviluppo per le piccole e medie aziende, un piano energetico verde e così via. Un lungo elenco di cose buone.

Tuttavia, il programma elettorale dei 20 punti lascia insoddisfatti perché manca la parte politica, la parte critica su come trattare con l’Unione Europea e con la Nato, istituzioni assolutamente fondamentali per la politica italiana. È noto che la politica italiana è in larga parte eterodiretta: la politica economica viene dettata dalla UE e la politica estera dagli Stati Uniti e dalla Nato. Però la Nato nei 20 punti è nominata solo una volta, per dire che, giustamente, non bisogna accettare l’aumento delle spese militari al 5%; anche l’Unione Europea viene menzionata nel documento solo una volta, e solo per affermare che la UE deve ripudiare il trattato che concede a Israele lo status di partner privilegiato.

Nel programma manca completamente un’analisi del problema maggiore dell’Italia, il debito pubblico, tra i più elevati al mondo in percentuale sul PIL, un debito enorme che costituisce un macigno che blocca l’economia nazionale. Se i 5 Stelle non chiariranno le politiche che il governo di centrosinistra dovrà condurre nei confronti dell’Unione Europea e della Nato, e se non spiegheranno come affrontare la questione del debito pubblico – che può crescere per il cosiddetto effetto «palla di neve», quando il costo medio del debito supera la crescita nominale del PIL – il loro programma politico rischierà di diventare poco credibile. Il debito pubblico assorbe ingenti risorse e rende molto difficile, se non impossibile, rivitalizzare l’anemica economia italiana e, quindi, mantenere gli impegni sociali e politici del programma elettorale. Se il centrosinistra non riuscirà ad affrontare il problema del debito pubblico, anche se andasse al potere non potrebbe fare qualcosa di molto diverso da quello che sta facendo il centrodestra, ovvero una politica suicida di austerità.

Partiamo dunque dall’analisi del debito pubblico. Naturalmente è un grande problema economico, ma è anche e soprattutto una questione politica. Infatti, come vedremo, la crescita insostenibile del debito pubblico italiano è dovuta principalmente, secondo la tesi qui sostenuta, al fatto che siamo dentro il regime dell’eurozona.

Il debito pubblico italiano a luglio 2026 era pari a 3.205,8 miliardi di euro, a fronte di un PIL di 2.265 miliardi di euro nel 2025. Il rapporto debito/PIL italiano è stimato in aumento dal 137,1% nel 2025 al 138,6% nel 2026 e, se tutto va bene, si manterrà su questi livelli negli anni futuri o, più probabilmente, crescerà se l’aumento dei tassi di interesse e dei rendimenti dovesse persistere, accrescendo progressivamente il costo del debito. Il debito pubblico italiano in percentuale sul PIL resta comunque tra i più elevati dell’Unione Europea. Ormai spendiamo per gli interessi sul debito pubblico cifre enormi. Strano che il M5S e il PD di Elly Schlein non trattino questa questione nei loro programmi!

Il problema è che gli interessi sul debito aumentano:

  • 2023: 79,4 miliardi di euro (pari al 3,7% del PIL)
  • 2024: 86,0 miliardi di euro (pari al 3,9% del PIL)
  • 2025: 87,1 miliardi di euro (pari al 3,9% del PIL)
  • 2026*: 94,0 miliardi di euro (pari al 4,2% del PIL)
  • 2027*: 101,0 miliardi di euro (pari al 4,1-4,3% del PIL)
  • 2028*: 107,0 miliardi di euro (pari al 4,4% del PIL)

* stime previsionali

La spesa totale cumulativa per gli interessi sul debito pubblico italiano in dieci anni, dal 2016 al 2025, è ammontata a 714 miliardi di euro: un salasso stratosferico! Il debito è aumentato nonostante da oltre trent’anni, con qualche eccezione, come al tempo del Covid, l’Italia abbia registrato un avanzo primario positivo di bilancio pubblico, ovvero un saldo positivo tra le entrate e le spese dello Stato al netto degli interessi sul debito. Infatti, da oltre trent’anni lo Stato italiano ha registrato, salvo alcune eccezioni, entrate superiori alle spese al netto degli interessi. Questa è l’austerità. Nel 2025 il saldo primario è stato pari a circa lo 0,8% del PIL ma, secondo le politiche previste dal governo, gli avanzi primari cresceranno negli anni prossimi. Ancora più austerità!

AnnoSaldo primario (mld €)% del PIL
2023-75,1-3,5%
2024+11,7+0,5%
2025+16,9+0,8%
2026*+28,8+1,2%
2027*+42,4+1,8%
2028*+54,4+2,2%

* stime previsionali

Nonostante, come abbiamo visto, gli italiani stringano la cinghia da oltre trent’anni, e la stringeranno sempre di più nei prossimi anni, i saldi primari di bilancio pubblico non bastano a pagare gli interessi crescenti sul debito; così lo Stato italiano ogni anno, per pagarli, deve continuare a finanziarsi sui mercati e a fare nuovo deficit.

AnnoDeficit in miliardi di €Deficit in % sul PILStato del dato
2023156,07,4%Consuntivo Istat (effetti Superbonus)
202473,783,4%Consuntivo Istat definitivo
202569,743,1%Consuntivo Istat
2026*~67,52,9%Stima programmatica DFP
2027*~66,82,8%Stima programmatica DFP
2028*~61,02,5%Stima programmatica DFP

* stime previsionali

Ogni anno chiediamo ai mercati decine di miliardi per far quadrare il bilancio pubblico gravato da interessi in crescita. In questo modo, nonostante l’avanzo primario di bilancio in tendenziale crescita, il deficit pubblico fa molta fatica a rientrare nel parametro del 3% del PIL e il debito nominale aumenta.

Qual è dunque il problema fondamentale del debito pubblico italiano? Il problema è che negli ultimi decenni l’economia italiana è cresciuta troppo poco, non abbastanza per compensare il peso degli interessi. Soprattutto a partire dagli anni Novanta, il costo medio del debito ha spesso superato la crescita nominale del PIL e, quindi, il debito è diventato via via sempre più difficile da ridurre. Da anni una quota molto rilevante delle risorse pubbliche viene assorbita dagli interessi sul debito, anziché essere destinata a investimenti produttivi e sociali. In questa maniera lo Stato italiano trasferisce ogni anno decine di miliardi al settore finanziario e ai detentori dei titoli pubblici.

Gli interessi finanziati tramite nuovo debito si sommano allo stock esistente, alimentando ulteriormente il debito, mentre l’economia reale cresce troppo poco. Così il peso degli interessi sull’economia e la mancata crescita dell’economia si rafforzano a vicenda e si avvitano in un loop, rendendo la situazione sempre più pericolosa. In parole semplici: il Paese spende così tanto per pagare gli interessi che dispone di meno risorse per investire nella crescita, e la mancanza di crescita rende il debito pubblico sempre più difficile da ridurre. Per servire il debito occorre continuare a finanziarsi.

Il peso cumulato degli interessi nella formazione storica del debito pubblico italiano è stato enorme. Ogni sforzo di risanamento tramite l’avanzo primario e l’austerità rischia infatti di essere neutralizzato se il costo del debito resta superiore alla crescita nominale dell’economia.

Keynes ha dimostrato che, per rilanciare l’economia, uscire dalla stagnazione ed evitare una crisi, lo Stato dovrebbe realizzare un grande piano di investimenti pubblici, anche finanziato in deficit e sostenuto dalla politica monetaria. Ma questo è impossibile nell’eurozona nei termini in cui potrebbe farlo uno Stato dotato di sovranità monetaria, perché il controllo sulla moneta è nelle mani dell’Eurosistema e i Trattati europei vietano il finanziamento monetario diretto degli Stati.

Maastricht e le regole fiscali europee impongono inoltre ai Paesi fortemente indebitati percorsi di aggiustamento dei conti pubblici; ma le manovre restrittive possono contrarre la crescita del PIL, peggiorando o rendendo più difficile la riduzione del rapporto debito/PIL. Tagliare la spesa pubblica, anche quella produttiva per infrastrutture, ricerca, scuola e sanità, e aumentare le tasse può deprimere i consumi e scoraggiare le imprese dall’investire. Il risultato può essere il blocco della crescita economica, anche se lo Stato è virtuoso e spende meno di quanto incassa al netto degli interessi. L’aumento del rapporto debito/PIL può a sua volta accrescere la sfiducia dei mercati, che chiedono tassi più alti per coprirsi dall’aumento del rischio-Paese. Così il loop si avvita: questo è l’effetto micidiale dell’austerità e della mancanza di sovranità monetaria.

Ma come si è giunti a questa situazione? Di chi è la «colpa» dell’aumento del debito pubblico? Non solo degli italiani, che finora, come si è visto, hanno stretto per molti anni la cinghia. Le responsabilità sono tante: dei governi degli anni Ottanta, che hanno accumulato consistenti disavanzi e fatto crescere fortemente il debito; della grande evasione fiscale tollerata in Italia e dell’elusione delle multinazionali che stabiliscono le loro sedi nei paradisi fiscali, anche europei, per pagare meno tasse. Ma la colpa è soprattutto, secondo la tesi dell’autore, dei politici e dei governi, anche di centrosinistra, che, aderendo al regime della moneta unica, hanno imposto controproducenti politiche di austerità.

La colpa è di questo sistema monetario che – in base agli interessi della big finance e all’ideologia e alla politica ultraliberista codificate nel Trattato di Maastricht – è regolato per dare un enorme potere ai mercati finanziari e per togliere potere agli Stati. Sono i mercati che finanziano gli Stati nazionali indebitati e che estraggono un enorme valore dai bilanci pubblici attraverso gli interessi. L’euro è in mano ai mercati finanziari. Senza uscire dal regime dell’euro, secondo la tesi qui sostenuta, è impossibile uscire dal loop che condanna l’economia italiana.

La perdita di sovranità monetaria comporta l’impossibilità per la banca centrale nazionale di «monetizzare» direttamente il debito pubblico, cioè di emettere moneta nazionale per finanziare direttamente lo Stato: detto in altri termini, la perdita di sovranità monetaria impedisce allo Stato di autofinanziarsi attraverso la propria banca centrale. Infatti, i Trattati europei prevedono che la Banca Centrale Europea non possa finanziare direttamente i debiti degli Stati dell’eurozona.

Gli Stati dell’euro, non avendo più una banca centrale nazionale che emetta autonomamente la moneta in cui è denominato il loro debito, per finanziarsi sono costretti a rivolgersi ai mercati finanziari. Dipendono dai mercati e dai tassi di interesse che questi determinano. Senza sovranità monetaria sono maggiormente esposti alle condizioni poste dai mercati perché devono pagare i debiti in euro, cioè in una moneta che non controllano direttamente, in quanto emessa nell’ambito dell’Eurosistema. Per coprirsi dal rischio, gli operatori finanziari possono chiedere maggiori interessi: e così si avvita il loop. Inoltre, l’ingresso nell’eurozona ha comportato l’impossibilità di svalutare autonomamente la moneta per recuperare competitività sui mercati internazionali: la svalutazione può infatti favorire le esportazioni e dare respiro ai Paesi che devono riformare la loro economia per aumentare la competitività, pur comportando a sua volta costi e rischi.

Come si esce da questo circolo vizioso? In teoria ci sono almeno otto possibilità: 1) tirare a campare e sperare in un miracolo (e questa è la soluzione più praticata dalla UE); 2) vendere i gioielli di casa per pagare i debiti; 3) eliminare evasione ed elusione fiscale e far pagare più tasse, in particolare ai ricchi, per esempio con imposte sul patrimonio, sui proventi finanziari e sulle grandi eredità; 4) esportare molto, creando così un surplus di ricchezza; 5) fare in modo che la BCE intervenga maggiormente a sostegno dei debiti degli Stati dell’euro; 6) ridurre il peso reale del debito mediante una maggiore inflazione; 7) rilanciare l’economia europea grazie a investimenti comuni europei finanziati con debito comune; 8) cambiare radicalmente le regole del gioco e superare Maastricht.

Vediamo punto per punto se queste soluzioni potrebbero essere efficaci.

1) Il miracolo italiano potrebbe essere, per esempio, la scoperta di una miniera d’oro o del petrolio, oppure una grande innovazione e, per esempio, il brevetto italiano sulla fusione nucleare. Ma è chiaro che non ci si può affidare ai miracoli.

2) Per diminuire il debito pubblico potremmo vendere il Colosseo o la Galleria degli Uffizi, o la rete di telecomunicazioni o quella ferroviaria, ma alla fine rimarremmo sempre più poveri e pieni di debiti.

3) In teoria, se i governi italiani decidessero di far pagare realmente le tasse a tutti, soprattutto ai ricchi, potremmo almeno contribuire a ridurre il problema del debito; ma politicamente questo è molto difficile perché i governi di destra e centrodestra, e anche quelli di centrosinistra, temono di perdere buona parte del loro elettorato se impongono agli evasori e ai ricchi di pagare le imposte per intero. Inoltre, è molto difficile far pagare le tasse ai ricchi perché, con la libertà di movimento dei capitali, i grandi capitali possono spostarsi e scegliere i Paesi con il regime fiscale più favorevole (Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Malta, Cipro o anche la Svizzera). Infine, la pressione fiscale è già molto elevata nel nostro Paese e molto difficilmente nuove tasse sui ricchi potrebbero, da sole, risolvere la situazione debitoria dell’Italia.

4) Aumentare l’export grazie, per esempio, al boom del turismo è certamente un modo per accrescere la ricchezza e aumentare la possibilità di diminuire il debito; tuttavia, dipendere dai mercati esteri – come ha fatto la Germania finora – è pericoloso, soprattutto in tempi di dazi, barriere commerciali e deglobalizzazione. Inoltre, l’export molto difficilmente può compensare la carenza di domanda interna.

5) La BCE, in base ai vincoli dei Trattati europei, non può comprare direttamente i titoli di Stato per finanziare i governi.

6) La BCE non può certamente assumere come obiettivo la svalutazione dell’euro: infatti, ha come obiettivo primario la stabilità dei prezzi, definita attraverso un obiettivo di inflazione del 2% nel medio periodo.

7) La UE può emettere debito comune per finanziare programmi specificamente autorizzati, come è avvenuto con NextGenerationEU e con altri strumenti successivi. Tuttavia, non dispone di una capacità fiscale generale e permanente paragonabile a quella di uno Stato federale, e ogni ampliamento significativo del debito comune incontra forti resistenze politiche da parte di diversi Paesi del Nord Europa.

8) La soluzione strutturale alla crisi del debito sarebbe, secondo la tesi qui sostenuta, uscire dalla gabbia dell’euro e recuperare la sovranità monetaria. Ma uscire unilateralmente dall’euro provocherebbe una grande crisi, che sarebbe pagata soprattutto dalla popolazione più povera e dai ceti medi. In pratica, il governo italiano dovrebbe affrontare anche il problema della ridenominazione dei debiti in euro nella nuova valuta nazionale. Se l’Italia facesse una mossa simile, le conseguenze sull’intero sistema della moneta unica sarebbero enormi, considerata la dimensione del debito pubblico italiano. Se cadesse l’euro, che è la seconda valuta di riserva internazionale dopo il dollaro, potrebbe inoltre scoppiare una crisi globale di proporzioni gigantesche.

L’unica soluzione possibile e realistica, anche se difficile e complessa, sarebbe, secondo la proposta qui avanzata, il superamento concordato dell’attuale architettura monetaria europea da parte dei governi europei, in modo che gli Stati dell’eurozona possano, da una parte, riconquistare la sovranità monetaria – ritenuta indispensabile per rilanciare l’economia – e, dall’altra, creare una nuova valuta europea, una valuta comune ma non unica da opporre alla forza del dollaro. La proposta è di eliminare il regime della valuta unica, ripristinare la sovranità monetaria degli Stati dell’euro e realizzare una valuta comune per competere con il dollaro. Questa soluzione, secondo chi scrive, sarebbe razionale e conveniente per tutti i Paesi dell’euro e, quindi, possibile e realistica.

Questa proposta potrebbe apparire velleitaria, ma nello scenario post-Maastricht non lo è: infatti, la grave crisi politica e istituzionale in corso in Germania e in Francia, con l’avanzata delle destre nei due Paesi – AfD e Rassemblement National –, può creare le condizioni per rimettere in discussione Maastricht e la moneta unica e per tentare di realizzare nuove forme di cooperazione rispettose delle sovranità nazionali, anche in campo monetario. Nel nuovo contesto potrebbe diventare conveniente per molti governi, per Germania e Francia in particolare, tornare a gestire la propria moneta e creare una valuta comune, una valuta confederale da contrapporre al dollaro, come descritto con maggiore dettaglio nel mio articolo su La Fionda.

L’ascesa delle destre nazionalistiche nei due Paesi guida della UE potrebbe comunque produrre un forte terremoto politico nell’Unione e riaprire la discussione sull’attuale architettura europea. Il Rassemblement National in Francia e l’AfD in Germania esprimono infatti posizioni fortemente critiche verso diversi aspetti dell’integrazione europea. Tutto potrebbe essere rimesso in discussione in Europa dall’ascesa, da destra o da sinistra, di forze critiche verso l’attuale UE.

Invece di inseguire sogni assurdamente federalisti, come se fosse possibile e democratico instaurare un governo federale europeo che diriga centralmente 27 Paesi diversi, la sinistra dovrebbe approfittare di questi sconvolgimenti per tentare di riformare radicalmente l’attuale forma di Unione Europea. Sul piano politico occorrerà trasformare questa Unione Europea pseudo-federale e dispotica in un’unione volontaria delle democrazie sovrane. Occorrerà abbandonare questa UE centralizzata e autoritaria per realizzare una più efficace – perché volontaria – unione confederale. Meglio meno, ma meglio! Una volta riacquistata la sovranità monetaria, secondo la tesi qui sostenuta, diventerebbe finalmente possibile per gli Stati affrontare con strumenti più efficaci il debito pubblico e rilanciare l’economia.

Il programma del Movimento 5 Stelle non affronta il problema del debito pubblico e neppure quello della grave crisi dell’Unione Europea. Tuttavia, è urgente rivedere tutto il meccanismo della UE prima che la crisi travolga le democrazie europee e, con esse, le migliori intenzioni delle forze politiche progressiste. Occorre avviare un dibattito politico serio e scientifico. Senza un’analisi precisa e una visione chiara sulla gravissima crisi dell’Unione Europea e della Nato, un programma politico è monco nelle sue parti essenziali e rischia di diventare poco convincente e poco credibile e di non conquistare il cervello e il cuore delle persone.

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