giovedì, Ottobre 1

DIETRO ALLA PRATICA SIONISTA DEL PRELIEVO SPERMATICO C’E’ LA STESSA IDEOLOGIA NAZISTA DELLA RAZZA ELETTA

di Redazione

Quando lo sperma ebraico vale molto di più di quello palestinese siamo nella prassi dei nazisti.

Scriveva Karl Marx ne La questione ebraica: “…Qual era in sé e per sé il fondamento della religione ebraica? Il bisogno pratico, l’egoismo.

Il monoteismo dell’ebreo è perciò, nella realtà, il politeismo dei molti bisogni, un politeismo che persino della latrina fa un oggetto della legge divina. Il bisogno pratico, l’egoismo, è il principio della società civile, ed emerge come tale puramente, non appena la società civile abbia completamente partorito lo Stato politico. Il Dio del bisogno pratico e dell’egoismo è il denaro.

Il denaro è il geloso Dio d’Israele, di fronte al quale nessun altro Dio può esistere. Il denaro avvilisce tutti gli Dei dell’uomo e li trasforma in una merce. Il denaro é il valore universale: per sé costituito, di tutte le cose. Esso ha perciò spogliato il mondo intero, il mondo dell’uomo come la natura, del valore loro proprio. Il denaro è l’essenza, fatta estranea all’uomo, del suo lavoro e della sua esistenza, e questa essenza estranea lo domina, ed egli l’adora.

Il Dio degli ebrei si è mondanizzato, è divenuto un Dio mondano. La cambiate è il Dio reale dell’ebreo. Il suo Dio è soltanto la cambiale illusoria.

La concezione che si acquista della natura sotto la signoria della proprietà privata e del denaro, è il reale disprezzo, la pratica degradazione della natura, che esiste bensì nella religione ebraica, ma esiste soltanto nell’immaginazione.

In questo senso Tommaso Münzer dichiara insopportabile “che tutte le creature siano diventate proprietà, i pesci nell’acqua gli uccelli nell’aria, le piante sulla terra: anche la creatura dovrebbe diventar libera”.

Ciò che si trova astrattamente nella religione ebraica, il disprezzo della teoria, dell’arte, della storia, dell’uomo come fine a se stesso, è il reale, consapevole punto di partenza, la virtù dell’uomo del denaro. Lo stesso rapporto sessuale, il rapporto tra uomo e donna ecc., diviene un oggetto di commercio! La donna è oggetto di traffico.

La chimerica nazionalità dell’ebreo è la nazionalità del commerciante, in generale dell’uomo del denaro.

la legge, campata in aria, dell’ebreo è soltanto la caricatura religiosa della moralità campata in aria e del diritto in generale, dei riti soltanto formali, dei quali si circonda il mondo dell’egoismo.

Anche qui il rapporto più alto dell’uomo è il rapporto legale, il rapporto verso le leggi, che per lui valgono non perché siano le leggi della sua propria volontà ed essenza, ma perché esse dominano e perché la loro trasgressione viene punita.

Il gesuitismo giudaico, il medesimo gesuitismo pratico che Bauer indica nel Talmud, è il rapporto del mondo dell’interesse individuale con le leggi che lo dominano, la cui astuta elusione è l’arte suprema di questo mondo.

Invero, il movimento di questo mondo entro le sue leggi è necessariamente una costante soppressione della legge.

Il giudaismo, come religione, non ha potuto, da un punto di vista teorico svilupparsi ulteriormente, poiché la concezione del bisogno pratico è per sua natura limitata e si esaurisce in pochi tratti.

La religione del bisogno pratico, per la sua essenza, poteva trovare il compimento non nella teoria ma soltanto nella prassi, appunto perché la sua verità è la prassi.

Il giudaismo non poteva creare un nuovo mondo; esso poteva solo attirare nell’ambito della propria attività le nuove creazioni ed i nuovi rapporti del mondo, perché il bisogno pratico, il cui intelletto è l’egoismo, si comporta passivamente e non si amplia a piacere, ma si trova ampliato con il progressivo sviluppo delle condizioni sociali.

Il giudaismo raggiunge il suo vertice col perfezionamento della società civile; ma la società civile si compie soltanto nel mondo cristiano. Soltanto sotto la signoria del cristianesimo, che rende esteriori all’uomo tutti i rapporti nazionali, naturali, etici, teoretici, la società civile poteva separarsi completamente dalla vita dello Stato, lacerare tutti i nostri legami dell’uomo con la specie, porre l’egoismo, il bisogno particolaristico, al posto di questi legami con la specie, dissolvere il mondo degli uomini in un mondo di individui atomistici, ostilmente contrapposti gli uni agli altri…”

Notizie in MoVimento – Dal Mondo 5 Stelle

Lavinia Marchetti

4 giorni fa4 g  ·

ISRAELE E IL PRELIEVO SPERMATICO DAI SOLDATI MORTI

Israele recupera lo sperma dei soldati caduti per conservarne la discendenza mentre a Gaza i primi bombardamenti hanno mirato alla distruzione di migliaia di embrioni.

All’inizio di quest’anno Nitza Shmueli ha scritto su Facebook di cercare una donna disposta a mettere al mondo un figlio dal seme di suo figlio morto. Barel, ventun anni, cecchino di un’unità sotto copertura della polizia di frontiera israeliana, era stato colpito alla testa al confine di Gaza nell’agosto del 2021, ed era morto nove giorni dopo. Davanti a una commissione della Knesset la madre ha raccontato che millequattrocento donne l’avevano contattata per avere quel bambino, e ha detto, cito:

“Se potessi rubare lo sperma e finire in carcere per questo, sconterei l’ergastolo senza esitare”

Premetto che riporto la frase con il rispetto dovuto a un dolore che non conosco e il mio giudizio ricade sullo Stato e non sulla madre. Anche perché è lo Stato che raccoglie quel dolore e lo fa lavorare dentro concetti come “suprematismo” e “razza”.

Il gesto in sé ha una lunga tradizione. La legge del levirato, nel Deuteronomio, ordina al fratello di un uomo morto senza eredi di dare un figlio alla vedova, «perché il nome del morto non sia cancellato in Israele». Il seme serviva a non far morire il nome. Il prelievo postumo di sperma è semplicemente quella legge veterotestamentaria tradotta in biotecnologia, ovviamente con una differenza che il testo biblico non poteva prevedere. Nel Deuteronomio a dare il seme è una persona vivente, mentre a Be’er Sheva e a Tel Aviv il seme si estrae da un cadavere, con un’incisione, nelle ore che seguono la morte, in genere senza troppe preoccupazioni per la volontà del morto.

Prima dell’ottobre 2023 la procedura era piuttosto rara e anche molto discussa, e infatti le richieste erano poche all’anno. Nei giorni dopo il 7 ottobre il ministero della Salute e quello della Giustizia hanno approvato una regola d’emergenza, tuttora in vigore, che permette ai genitori di un israeliano ucciso in guerra di autorizzare il prelievo senza dover passare da un giudice o da un tribunale (l’autorizzazione del tribunale resta invece necessaria per l’uso del seme, cioè per la fecondazione). La procedura deve avvenire entro settantadue ore, così quando i militari bussano alla porta per dare la notizia, la bussata che più di ogni altra le famiglie temono, sono gli ufficiali stessi a proporre la procedura. La sociologa Yael Hashiloni-Dolev, dell’Università Ben-Gurion, ha riassunto la nuova logica operativa in modo piuttosto diretto:

– Prima si preleva, le domande legali vengono dopo.

Il direttore di una banca del seme ha spiegato alla radio pubblica americana che l’esercito è diventato efficientissimo nel riportare a casa i corpi dei caduti così da rendere possibile il prelievo, a volte poche ore dopo la morte. Circa duecentocinquanta tra soldati e agenti hanno subìto il prelievo, un quarto di tutti i militari uomini caduti dal 7 ottobre, e ormai il settantasette per cento delle richieste porta la firma dei genitori, in un Paese la cui stessa giurisprudenza, nel 2016, aveva stabilito che i genitori non hanno alcun titolo per decidere sul seme dei figli.

Devo la scoperta e molti elementi di questa storia alla lunga inchiesta di Nathalie Rozanes, pubblicata il 4 settembre su +972 Magazine, un lavoro di ricerca che merita veramente di essere letto integralmente. Ringrazio anche Valerio Nicolosi, che ha affrontato il tema nella puntata del suo podcast Scanner del 24 settembre, interrogando in modo particolarmente efficace il rapporto fra riproduzione, demografia e suprematismo nel dibattito politico israeliano. (Nathalie Rozanes, «‘Survival of the nation’: Israel’s obsession with dead soldiers’ sperm», +972 Magazine, 4 settembre 2026).

COME FUNZIONA LA PROCEDURA?

Sarò breve per motivi di spazio, ma la procedura genetica e riproduttiva non è semplicissima. Con la morte si arresta la circolazione del sangue, però alcune cellule restano vive per un intervallo breve. Il medico incide il testicolo, isola gli spermatozoi ancora buoni e li congela, e più tardi una tecnica come l’ICSI introduce un singolo spermatozoo dentro l’ovocita. Perché nasca un bambino serve comunque una donna che accetti il trattamento e porti a termine la gravidanza. Dietro la formula «salvare il seme» c’è una catena di interventi su corpi diversi. La tecnologia, oggi, può senza alcun dubbio conservare una discendenza genetica, però restano fuori dalla scienza la volontà mai interrogata del morto e il destino del bambino che verrà. (American Society for Reproductive Medicine, Ethics Committee, «Posthumous retrieval and use of gametes or embryos», Fertility and Sterility, 2018; Rozanes, +972 Magazine, 4 settembre 2026).

VENDETTA E RINASCITA

Fino a questo punto abbiamo parlato di medicina della riproduzione e di elaborazione del lutto. Il quadro cambia appena si guarda come la pratica viene raccontata nel dibattito pubblico israeliano. Nell’inchiesta di +972 Hashiloni-Dolev riferisce che nelle discussioni parlamentari l’uso del seme è stato accostato a due parole ebraiche, nekama, vendetta, e tkuma, rinascita. La giurista Daphna Hacker legge nella promessa di un nipote una via per incanalare il dolore delle famiglie verso una soluzione privata, che allontana le domande pubbliche sulla guerra e sulla morte dei figli.

Voglio specificare bene che quelle due parole non sono affatto neutre, e chi le ha scelte lo sapeva bene. Nekama è la vendetta, ovvero il figlio concepito come rappresaglia contro chi ha ucciso il padre. Tkuma è la parola con cui il sionismo nomina la propria fondazione, la «rinascita» dello Stato nel 1948, ed è oggi anche il nome dell’ente pubblico incaricato di ricostruire le colonie intorno a Gaza dopo il sette ottobre. Lo stesso termine viene usato sia per il nipote nato dallo sperma del soldato morto sia per la risurrezione degli insediamenti. Concepire questo bambino è semplicemente un atto di guerra proseguito con altri mezzi, l’utero arruolato come un fronte di vendetta.

Hacker la chiama valvola di sfogo, e ha senz’altro ragione, però a me la posta sembra un po’ più alta. Uno Stato che promette ai genitori un nipote per rimpiazzare e vendicare un soldato blocca l’elaborazione del lutto che prevede di accettare la perdita e lasciar andare il morto. Nella prospettiva freudiana il lutto accetta la perdita e lascia andare il morto; la melanconia, invece, la rifiuta e se lo tiene dentro, intatto, per non doverlo perdere veramente. Israele, nella mia analisi, che va oltre l’ipotesi di Hacker, ha fatto della melanconia una politica. Non lascia morire veramente il caduto, e proprio per questo si risparmia l’unica domanda che potrebbe fermare la macchina del genocidio: per che cosa è morto mio figlio, mio marito, mio nipote, mio fratello? Il seme congelato è la rimozione perfetta per questa domanda.

Peraltro questa prospettiva mi porta ad un ulteriore ribaltamento del senso comune. Il racconto occidentale ripete ossessivamente che i palestinesi (e i musulmani in generale) amano la morte e il martirio, e che invece Israele amerebbe la vita. Il prelievo di sperma dai cadaveri, a mio avviso, dice l’esatto opposto. Siamo davanti ad uno Stato che estrae il seme dai suoi morti e fa loro generare ancora figli, che sposa i propri caduti per non separarsene. Questa a me sembra, oltre che una necropolitica basata sul suprematismo e l’eugenetica, anche una profonda intimità con la morte che nessuno dei martiri denunciati dall’occidente ha mai raggiunto. La necropolitica qui scavalca perfino la morte e pretende che i suoi soldati continuino a riprodursi per la guerra e per la “razza” anche da defunti.

Il figlio che forse nascerà è un figlio per il progetto demografico ebraico, che le stesse fonti israeliane presentano come «simbolo di continuità ebraica». Voglio anche ricordare che la rinascita promessa a una famiglia israeliana è la faccia gemella della nascita impedita a una famiglia palestinese, di cui dirò tra poco: non c’è l’una senza l’altra. Riproduzione da un lato e annientamento dall’altro. Il consenso del morto slitta in avanti (e in fondo non serve), il senso della sua morte rischia di essere occultato, e un bambino si troverà caricato di un compito che viene ancora prima del suo concepimento, ovvero: diventare la prova vivente che il sacrificio ha reso una discendenza, tenere in piedi il numero di un popolo contro quello di un altro. In Israele si nasce già arruolati.

LA GUERRA DEI NUMERI

La demografia, in Israele, è una questione politica documentata da molto prima del sette ottobre. La storica della scienza Anat Leibler ha ricostruito il lavoro di Roberto Bachi, il demografo che avrebbe poi fondato l’ufficio centrale di statistica dello Stato, e che già negli anni precedenti al 1948 metteva la natalità ebraica al servizio di un obiettivo, la superiorità numerica sulla popolazione araba palestinese nei territori promessi al futuro Stato. La sociologa Daphna Birenbaum-Carmeli ha mostrato quanto le politiche israeliane della fecondazione assistita siano legate all’interesse nazionale per la riproduzione. E nel 2003, dal palco della conferenza di Herzliya, Benjamin Netanyahu additò nella crescita dei cittadini arabi di Israele la vera «minaccia demografica» per la maggioranza ebraica (Anat Leibler, «Disciplining ethnicity: social sorting intersects with political demography in Israel’s pre-state period», Social Studies of Science, 2014; Daphna Birenbaum-Carmeli, «Thirty-five years of assisted reproductive technologies in Israel», Reproductive Biomedicine & Society Online, 2016; Aluf Benn, «Netanyahu: Israel’s Arabs Are the Real Demographic Threat», Haaretz, 18 dicembre 2003).

Mi interessa approfondire l’espressione: «minaccia demografica». In un certo qual modo la considero una confessione. Lo Stato di Israele, fin dal suo insediamento coloniale durante la Nakba, vive la nascita dei figli di un altro popolo come un pericolo. Quindi fin dalla sua fondazione ha deciso di appartenere a un popolo solo, e ha ridotto gli altri a un’eccedenza da contenere (e comunque da limitare nell’espansione). La «maggioranza ebraica» che va difesa è un rapporto da tenere in piedi con la forza, un suprematismo contato fin nelle culle, altro che un dato di natura. E questo conto ha una storia molto lontana. Il sionismo si annunciò come «una terra senza popolo per un popolo senza terra», e quella terra era piena. La menzogna della terra vuota si palesa ad ogni censimento, il popolo che era stato dichiarato inesistente continua a nascere, e non smette di smentire il mito su cui lo Stato si è fondato.

Che l’ossessione sia fondativa lo dice un episodio quasi comico, se non fosse così tragico. Nel 1949 David Ben-Gurion istituì un premio in denaro per le madri di dieci figli, l’onorificenza alla «madre eroina» del nuovo Stato. Lo si lasciò cadere nel dimenticatoio nel 1959, quando ci si accorse che a incassarlo erano soprattutto le donne arabe e beduine, molto più prolifiche delle ebree. Il razzismo di uno Stato si può misurare anche così, ovvero dal fatto che abbandona un premio non appena si accorge che lo vince quasi sempre il popolo sbagliato (sul premio e sul suo abbandono, Jewish Telegraphic Agency, «Two Arab Mothers in Israel Get Prime Minister’s Bounty for Raising Ten Children», 30 gennaio 1951).

Hashiloni-Dolev ha dato a tutto questo il nome più esatto, «guerra degli uteri». È una guerra in cui lo stesso evento, un bambino che nasce, vale come vittoria o come minaccia a seconda del ventre da cui esce. Alla festa dell’indipendenza di quest’anno il presidente della Knesset Amir Ohana ha messo tra le prove che «Israele sta vincendo» i centosettantasettemila neonati dell’anno. Nessuno, nello stesso discorso, contava i neonati palestinesi, se non come una cifra da far scendere rapidamente. La pulizia etnica del 1948, che l’espulsione non ha portato a termine, prosegue oggi con l’aritmetica, e la natalità diventa una delle armi di un genocidio che non è affatto finito. (sul «womb war» e sul discorso di Ohana, Rozanes, +972 Magazine, 4 settembre 2026).

UNO STATO SUPREMATISTA

Nel 2018 la Knesset ha approvato la Legge fondamentale sullo Stato-nazione del popolo ebraico. L’articolo 1 riserva al solo popolo ebraico l’esercizio dell’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele, l’articolo 7 fa dell’insediamento ebraico un valore che lo Stato ha il dovere di promuovere, e un altro articolo declassa l’arabo da lingua ufficiale a idioma dallo «status speciale». L’organizzazione giuridica palestinese Adalah vi legge la consacrazione costituzionale della supremazia ebraica, e la stessa parola, supremazia, la usa da tempo B’Tselem, gruppo israeliano per i diritti umani, quando definisce apartheid il regime che si estende dal Giordano al Mediterraneo (Knesset, Basic Law: Israel as the Nation-State of the Jewish People, 19 luglio 2018, artt. 1, 4 e 7; Adalah, scheda giuridica sulla Legge fondamentale dello Stato-nazione; B’Tselem, «A Regime of Jewish Supremacy from the Jordan River to the Mediterranean Sea: This Is Apartheid», 12 gennaio 2021).

Quella legge ha soltanto messo per iscritto ciò che lo Stato era già. La supremazia era nel lavoro ebraico imposto già dai primi del Novecento, l’avodà ivrit che teneva l’operaio arabo fuori dal mercato. La ritroviamo nella terra del Fondo Nazionale Ebraico, custodita in nome dei soli ebrei, e nella Legge del ritorno, che apre le porte a chiunque sia ebreo nel mondo e le sbarra al profugo che vive a un’ora di strada dal villaggio da cui è stato cacciato. Per settant’anni tutto questo aveva convissuto con la formula «unica democrazia del Medio Oriente». Nel 2018 la maschera è finalmente caduta per mano dello stesso Parlamento che la reggeva.

LA TEOLOGIA DEL DIVERSO VALORE. I GOYIM

La gerarchia che ho letto nelle leggi e nelle politiche della riproduzione ha avuto in precedenza i suoi teologi. Nel 2009 esce dalla yeshiva Od Yosef Chai di Yitzhar, insediamento della Cisgiordania occupata, un volume dal titolo regale, Torat ha-Melekh, la Torah del re. Lo firmano due rabbini, Yitzhak Shapira, che dirige la yeshiva, e Yosef Elitzur, entrambi allievi di Yitzhak Ginsburgh, fondatore e guida spirituale della scuola. Il libro, di cui consiglio la lettura per capire l’Israele attuale, tratta una sola questione come fosse un manuale di diritto: quando a un ebreo sia lecito uccidere un non ebreo, e vi risponde caso per caso.

Dove la presenza di un non ebreo mette in pericolo la vita d’Israele, scrivono gli autori, ucciderlo è permesso. Il ragionamento si spinge fino ai bambini del nemico, la cui uccisione il testo autorizza quando vi sia motivo di ritenere che da grandi porteranno danno. (Yossi Gurvitz, «Case dropped against authors, endorsers of gentile-killing manual», +972 Magazine, 29 maggio 2012).

Il volume raccoglie l’approvazione di rabbini influenti dell’ala nazional-religiosa, tra loro Dov Lior, e dello stesso Ginsburgh. Ginsburgh benedice il libro degli allievi e teorizza per suo conto la separazione e la gerarchia tra ebreo e non ebreo. Lo studioso Mordechai Miller ne cita la formula in modo ancora più esplicito: «la vita di un ebreo vale tutto, tutti i miliardi di non ebrei del mondo non valgono un solo ebreo», e riconduce alla sua lettura cabalistica l’idea di un’anima ebraica divina e di un’anima non ebraica animalesca (Mordechai Miller, «Redefining Jewish Boundaries: Rabbi Yitzchak Ginsburgh’s Fourth Revolution and the Quest for a Messianic Order», Journal of the American Academy of Religion, vol. 93, n. 4, 2025).

La teoria ha un precedente concreto nella biografia del rabbino. Nel 1994, dopo che Baruch Goldstein aveva assassinato ventinove fedeli musulmani in preghiera nella Tomba dei Patriarchi a Hebron, Ginsburgh dedicò all’attentatore uno scritto, Baruch ha-Gever, lettura cabalistica benevola del massacro, che ricava il gesto dalle potenze dell’anima poste al di sopra della ragione (Mordechai Miller, Journal of the American Academy of Religion, 2025).

La risposta dello Stato a questo libro è agli atti. Nel maggio del 2012 il procuratore generale Yehuda Weinstein chiuse l’inchiesta aperta sugli autori e sui rabbini che il volume avevano avallato. La motivazione è semplice e lascia al giudice ampia discrezione grazie all’articolo 144c(b) del codice penale israeliano che esenta dall’incriminazione la pubblicazione a fini di studio religioso, e secondo Weinstein l’istigazione contenuta nel testo, formulata in termini religiosi, rientrava in quell’esenzione. Nel dicembre del 2015 la Corte suprema, presieduta da Miriam Naor, respinse i ricorsi che chiedevano l’incriminazione. Rabbini in parte stipendiati dallo Stato, come Dov Lior, rabbino capo di Kiryat Arba, scrissero e avallarono un’opera che stabilisce quando uccidere i bambini del nemico, e quello stesso Stato ne riconobbe lo statuto protetto dello studio sacro.

Detto ciò, per rispetto dei fatti accaduti, le tesi di Ginsburgh e della sua scuola sono state condannate come razziste dall’interno stesso del mondo ebraico ortodosso, e il rabbino capo ashkenazita Avraham Shapira criticò le sue affermazioni sul diverso valore del sangue ebraico e di quello non ebraico. Quindi, ribadisco, non sto attribuendo quella dottrina agli ebrei o all’ebraismo, anche perché sarebbe falso, e ripeterebbe la calunnia antisemita che vorrebbe un popolo intero colpevole delle parole dei suoi estremisti. Il bersaglio del mio ragionamento resta lo Stato e le sue propaggini e apparati.

Voglio, come ultimo tema, trattare una parola che sento spesso nominare in modi scolastici o errati. La parola è goyim. In ebraico significa «nazioni», e la Bibbia la usa anche per Israele, promesso in Genesi come goy gadol, grande nazione, e chiamato in Esodo goy kadosh, nazione santa. Nei secoli l’uso l’ha ristretta fino a indicare i “non ebrei”, e la parola varia anche di significato a seconda del tono: può essere neutra, una semplice constatazione, ma in generale la si usa in senso sprezzante. Nella dottrina di Ginsburgh l’ebreo e il goy (goyim al plurale) stanno ai due poli opposti. L’anima dell’ebreo è detta divina, la sua vita «vale tutto»; l’anima del goy è quella che la dottrina chiama animalesca, e la sua vita conta meno. «Animale» è la qualità che la teologia appiccica all’anima del goy per dire che vale meno di quella ebraica, nel libro dei rabbini di Yitzhar come nella dottrina di Ginsburgh. Per riassumere, il goy è il nome del vivente la cui anima viene detta animalesca e la cui vita si misura su un’altra scala (Genesi 12,2; Esodo 19,6).

La parola goy ci riconduce al punto da cui sono partita: al confine tra noi e gli altri, al fatto che nel dicembre del 2023 un colpo d’artiglieria israeliano centrò il laboratorio di embriologia del centro di fecondazione assistita Al-Basma, a Gaza, distruggendo circa quattromila embrioni, e soprattutto a chi quel confine è chiamato a lasciare fuori. In Israele, per gli ebrei, matrimonio e divorzio ricadono sotto la giurisdizione dei tribunali rabbinici e il matrimonio celebrato nel paese segue la legge religiosa ebraica. In questo esempio la distinzione religiosa acquista conseguenze civili assai concrete. Ai fini dello status ebraico riconosciuto dal rabbinato per il matrimonio, la discendenza segue la linea materna; può dunque accadere che una persona abbia diritto alla cittadinanza israeliana in virtù della Legge del Ritorno e, nello stesso tempo, che il rabbinato rifiuti di riconoscerla come ebrea ai fini matrimoniali. Israele resta privo di un istituto generale di matrimonio civile celebrato secondo il diritto israeliano. Una coppia formata da un ebreo e da una persona che il rabbinato considera non ebrea non dispone quindi, all’interno del sistema matrimoniale religioso ordinario, di una via per celebrare quel matrimonio. Per decenni molte coppie hanno aggirato questo limite sposandosi civilmente all’estero e facendo poi registrare l’unione nello Stato, dal 2023 possono ricorrere anche a matrimoni civili celebrati a distanza secondo una legge straniera, come quelli dello Utah, che il registro israeliano è tenuto a trascrivere.

TORNIAMO ALL’INIZIO

Il seme, in tutta questa storia, resta una questione squisitamente politica, ma che affonda i suoi principi in una certa teologia. Lo Stato recupera lo sperma di un soldato caduto e lo affida a un tribunale, per continuare una stirpe che riconosce come propria, e con un colpo d’artiglieria distrugge gli embrioni di Al-Basma, che appartengono a una discendenza classificata come esterna, come non ebrea. La clinica rasa al suolo di Gaza ne mostra l’esito sul corpo delle donne. Il seme del soldato morto deve essere messo al riparo perché appartiene al popolo. Quello dei vivi di Gaza o si distrugge, o si lascia marcire perché è, per questa dottrina che ho esposto sopra, il seme del goy.

Una teologia di minoranza ha messo per iscritto quello che la politica israeliana pratica su scala di popolazione, il diverso valore della vita a seconda della stirpe. Dove il rabbino di Yitzhar affida la gerarchia alla lettera di un libro sacro, la legge fondamentale del 2018 la iscrive nel diritto costituzionale, riservando al solo popolo ebraico l’autodeterminazione nazionale. Il seme del soldato morto vale, per lo Stato, la mobilitazione delle truppe per riportare il cadavere in tempo per il prelievo spermatico, quindi ospedali e poi tribunali. Gli embrioni palestinesi valgono la distruzione. La dottrina del diverso valore, che un ordinamento di diritto avrebbe dovuto perseguire penalmente, quello stesso ordinamento la ritrova scritta nelle proprie leggi e nelle proprie scelte.

Rispondi

Scopri di più da l'Unità2

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere