

29 Aprile 2026
- di Piero Orteca
Il vecchio ordine non c’è più e quello nuovo non si vede ancora. Il mondo è in una fase di transizione caotica, nella quale vengono meno all’improvviso consolidate certezze. E l’economia internazionale, che vive di aspettative, deprime gli investitori, impaurisce i risparmiatori e spinge i consumatori a ribellarsi.
È tutto collegato
La diplomazia non riesce più a dare risposte affidabili e si va avanti alla giornata. Mentre i ‘punti caldi’ si saldano a formare macro-aree di crisi, difficilmente gestibili, la finanza internazionale gira in tondo e non sa più che pesci pigliare. Oggi, con i grami tempi che corrono, investire può essere un azzardo. Ma anche uno stuzzicante richiamo a rischiare i propri capitali, in cambio di rendimenti elevati. Perché questo è il tempo degli speculatori. Domina nelle Borse (e non solo) l’effetto ‘yo-yo’, quell’improvvisa altalena dei prezzi che fa guadagnare (e perdere) gigantesche somme di denaro. L’energia, il petrolio, il gas, ma anche molte altre materie prime, trattati alla stregua di un totalizzatore ippico. Si accettano scommesse. E intanto la turba dei poveracci paga. Ma gli intrecci quasi romanzeschi della politica internazionale si susseguono e si accavallano, giorno dopo giorno, a rendere ancora più inestricabili e impronosticabili gli scenari dell’economia mondiale. Ieri, un altro colpo di scena: gli Emirati Arabi hanno annunciato di uscire dall’Opec. Pensate: circa 3 milioni e mezzo di barili di petrolio al giorno in meno nella ‘potenza di fuoco’ dell’associazione dei produttori. Vuol dire tanto. Significa che Trump ha portato gli sceicchi di Dubai sul suo terreno. Sa che possono arrivare a produrre anche 5 milioni di barili al giorno, compensando le perdite di altri esportatori. Ma quello degli Emirati è anche uno schiaffo in faccia all’Arabia Saudita e ai suoi giochi di corridoio con la Russia dell’Opec Plus. Attenzione, però, perché stiamo parlando di una crisi, quella del Golfo Persico, ancora tutta da sbrogliare. Potrebbe andare peggio. E allora non basterebbe tutto il petrolio degli Emirati a cercare di calmare i mercati, già sull’orlo di una crisi di nervi.
Il ‘villaggio globale’
Forse mai, come in quest’epoca, il mondo è diventato anche nella quotidianità spicciola, quel ‘villaggio globale’ preconizzato, negli anni ’60, nel mitico saggio di Marshall McLuhann. Solo che oggi la ‘connettività’ tra gli esseri umani o, meglio, tra i ‘sistemi’ da loro formati, è assolutamente totale. Non è più limitata allo scambio di informazioni, ma anche al loro sfruttamento pratico in tempo reale. Così, l’impatto di un evento politico che tocchi un determinato spicchio del pianeta, può avere conseguenze immediate e diffuse, in modo esponenziale, su tutto il resto dell’umanità. Il motivo è semplice (come origine) e complesso nello stesso tempo (come sviluppo) ed è legato al modello di crescita economica, affermatosi progressivamente nell’ultimo mezzo secolo, e noto come ‘globalizzazione’. Si tratta di un meccanismo che si basa su un approccio cooperativo, cioè (in teoria) vantaggioso per tutti, ma che in pratica crea una stretta interdipendenza tra coloro che vi partecipano. Ecco, dunque, che le ricadute delle scelte fatte in politica estera si riverberano, all’istante, sui mercati e, per la proprietà transitiva, sulle tasche dei consumatori. Che sono anche elettori. Questo significa che, quando le strategie internazionali di un Paese ‘costano’ e ledono interessi diffusi, prima o dopo succede qualche cosa, che fa cambiare registro. Perché il consenso, per le élites dirigenti, viene prima di tutto: è la garanzia di conservazione del potere. Proprio per questo, ad esempio, il caso Trump-Iran, secondo molti analisti, rappresenta una storia da approfondire. Non si riesce a capire la logica politica trumpiana dell’attacco. Il ‘cui prodest’, insomma.
La globalizzazione ferita
Dunque, il modello ‘post-Guerra fredda’, che sembrava destinato a indirizzare lo sviluppo del pianeta per i prossimi decenni, è uscito con le ossa rotte da una ‘tempesta perfetta’. Dopo la prima ‘botta’, quello della crisi dei mutui nel 2008, l’economia e la politica internazionali (ormai indissolubilmente legate) hanno attraversato una fase-shock, cominciata con la pandemia del 2020. Seguita, nell’ordine, dall’alterazione della catena di approvvigionamento produttivo (in gran parte per il blocco dei porti cinesi) e completata dall’invasione russa dell’Ucraina. Che ha comportato un rialzo stratosferico del costo dei carburanti e dell’energia. Eventi che hanno non solo scombussolato il normale equilibrio tra domanda e offerta, ma che, contemporaneamente, hanno contribuito a fare esplodere una pesante inflazione su scala mondiale. E giusto nel momento in cui il sistema globale aveva bisogno di uno stimolo per riprendere a crescere, sono poi arrivate le crisi di Gaza, la guerra in Iran e l’incapacità di chiudere una volta per tutte il conflitto in Ucraina. A fronte di queste continue emergenze, la diplomazia internazionale, specie quella occidentale, si è dimostrata inadeguata e incapace di porre le premesse per compromessi che fossero accettabili da tutte le parti in causa. Per troppo tempo si è sentito parlare, stolidamente, di ‘giochi a somma zero’, da parte di politici impegnati a combattere ‘fino alla vittoria finale’. Sulle spalle, anzi, sulla pelle di centinaia di migliaia di uomini mandati al massacro, per raggiungere obiettivi che, magari, potranno essere ottenuti nell’immediato futuro a tavolino. Ogni riferimento all’Ucraina è puramente casuale.
Crisi politica, disastri economici
I report annunciano che il prossimo anno sarà un periodo di stagnazione, se non di recessione globale. Più che una previsione, sinceramente, sembra una certezza. Il giochino è semplice e dipende da quelle che sono aspettative non proprio brillanti. Quasi tutte le transazioni internazionali più importanti e l’acquisto di energia, di materie prime e di semilavorati avvengono in dollari. Se la Fed americana non taglierà i tassi, finirà per rafforzarlo in maniera prepotente. E tu gli devi andare dietro, se no la tua valuta crolla e, alla fine, quando importi qualsiasi cosa, dal gas ai metalli, ‘imbarchi’ nuova inflazione. È un cane che si morde la coda, perché alzando i tassi (o congelandoli), da un lato ti difendi, ma dall’altro raffreddi l’economia, fino ad andare in recessione. È anche il grande dilemma dell’Europa contemporanea, stritolata in una morsa fatta da forze economiche divergenti, come, appunto, l’inflazione che potrebbe ripartire e la stagnazione. In mezzo c’è la Banca centrale europea, tramortita dagli eventi e spesso lacerata da scuole di pensiero assortite. L’Eurozona ha prospettive e, soprattutto, aspettative, diverse. Comportamenti monetari ‘asimmetrici’, insomma, favoriscono alcuni e sfavoriscono altri soci del ‘club’. Il mercanteggiamento politico, alla base delle successive decisioni finanziarie (sui tassi) è lungo, logorante e ritarda l’efficacia delle misure. Alla Federal Reserve è diverso, nel senso che Jerome Powell, il Presidente, finora ha tenuto testa a tutti i piagnistei di Trump.
Invece, a Francoforte, nella BCE (anche se è una fotocopia della Bundesbank) esiste sempre il ‘partito’ di chi vuol far debiti oggi, per far pagare tutto agli altri domani. Specie se si tratta di missili e bombarde. È un trucco vecchio quanto il cucco, ma funziona ancora. In fondo, la politica è anche questo: vendere sogni e sperare che nessuno si svegli.