mercoledì, Ottobre 7

TERZA PORTAEREI USA VERSO L’IRAN CON ALTRI 10.000 MILITARI

Stati Uniti-Iran

03 Ottobre 2026

di Ennio Remondino

Il Pentagono sta inviando in Medio Oriente il terzo gruppo d’attacco della portaerei Uss Theodore Roosevelt e navi del Corpo dei Marines: per il Wall Street Journal, tra i 9 e i 10mila effettivi, proprio mentre Trump dichiara la possibilità di riprendere gli attacchi contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato. Le navi, i caccia, i Marines e i marinai arriveranno nella regione entro la fine di novembre

Elezioni di guerra al Medio Termine

Trump prevede la ripresa dei bombardamenti contro l’Iran proprio nel novembre elettorale. La Roosevelt ha lasciato domenica la sua base di San Diego assieme al gruppo navale anfibio Uss Makin Island. Due portaerei, la Uss George Bush e la Uss George Washington, si trovano già in Medio Oriente. Se la Washington dovesse rimanere dopo l’arrivo della Roosevelt, nella regione si troverebbero per la prima volta tre gruppi d’attacco di portaerei. Oltre ai 50mila soldati già presenti nell’area. 

Vigilia di guerra elettorale o peggio?

Prima annotazione, Trump rimanda la «vittoria certa a dopo le elezioni di mid term di novembre». Certa ma a precise condizioni, a quanto pare, e tutte da verificare sulle variabili permanenti di Trump.  Come adesso che si torna da capo, con i negoziati che restano in stallo e in Medio Oriente si risentono i tamburi di guerra. Da non dimenticare mai l’interesse elettorale analogo di Netanyahu in Israele. Trump dice che l’Iran sarebbe ‘pronto a cedere’ e che «gli Stati uniti vinceranno subito dopo le elezioni di novembre. Forse anche prima», mentre respinge l’ultima proposta di cessate il fuoco di Teheran. Ma a credere alla sua promesse, sono sempre meno americani, dicono i sondaggi.

Cosa avrebbe proposto l’Iran

Secondo diverse fonti, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi avrebbe offerto agli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica l’accesso agli impianti nucleari bombardati durante la  guerra, in cambio di un allentamento delle sanzioni. Ma nella recita della diplomazia trumpiana il segretario di Stato americano Marco Rubio, ha espulso la delegazione iraniana arrivata a New York per l’assemblea generale dell’Onu. Sgarbo plateale, e l’idea di un accordo di pace è ormai quasi abbandonata. La sfiducia verso Washington è così profonda che i vertici iraniani si aspettano l’attacco da un momento all’altro. Si discute solo di quando e come comincerà.

Iran sociale in gravi difficoltà

Il blocco navale sta danneggiando gravemente l’economia iraniana, ma la leadership pensa che il tempo giochi a suo favore, sostiene Francesca Luci sul Manifesto. «Tuttavia, sta sbiadendo la speranza di Teheran che il rincaro dei carburanti, il diesel in particolare, l’inflazione e le pressioni economiche negli Stati uniti prima del voto di novembre finiscano per costringere Trump al compromesso». Ma le ondivaghe proposte americane vengono guardate con estremo sospetto a Tehran, perché l’Iran ricorda di essere già stato attaccato due volte mentre erano in corso colloqui di pace. Per questo pretende impegni vincolanti e la fine della guerra prima di revocare il blocco nello Stretto di Hormuz.

Trump dell’apparire prima del voto

A Teheran circolano due ipotesi. «La prima è che Trump, prima delle elezioni, lanci un attacco simbolico ma rilevante contro i siti nucleari rimasti, come il sito nucleare sotterraneo del monte Piccone, per mostrarsi forte e rivendicare una ‘vittoria simbolica’». Ma un’escalation su larga scala prima del voto farebbero schizzare il prezzo del petrolio e danneggerebbero i repubblicani, ed ecco che gli Usa puntano sullo «strangolamento finanziario dell’Iran». In questo scenario l’Iran è deciso a rispondere con tutta la potenza di cui dispone, e ad allargare il conflitto a livello regionale, colpendo per esempio le infrastrutture energetiche degli Emirati Arabi Uniti per destabilizzare i mercati petroliferi.

Trump arrabbiato dopo il voto

Seconda ipotesi, un attacco dopo il voto di novembre. Un’operazione per «finire il lavoro», con il sostegno israeliano. Con quale Netanyahu e con Trump vittorioso o sconfitto? La strategia americana in vista del voto sembra cercare di contenere i costi energetici interni e mantenere una pressione militare calcolata. Il caro vita e il prezzo dei carburanti sono il fattore politico più delicato per la Casa bianca. L’amministrazione sta valutando di limitare le esportazioni americane di diesel e insiste con gli alleati europei perché usino le riserve d’emergenza, fino a 120 milioni di barili, per frenare i prezzi mondiali. Si scarica sull’Europa il peso di assorbire lo shock energetico, e nel G7 si discute apertamente di questo.

Resistenza dolorosa degli iraniani

Teheran vive questa fase come una questione di sopravvivenza. La leadership è convinta che arrendersi porterebbe solo altri attacchi e che resti una sola strada, resistere o costringere gli Usa al compromesso. Questo mentre di iraniani resistono alla guerra economica americana e vivono sotto la minaccia di nuove bombe, una cosa è certa. Così la situazione non può durare. I costi, per tutte le parti, diventeranno presto troppo alti e qualcuno dovrà fare un passo. Quel passo -verso la pace o verso la guerra-, deciderà il futuro della regione.

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