
di Redazione
La musica è da sempre il riflesso della storia. Ogni periodo storico possiede suoni, strumenti musicali, testi e dunque parole differenti, in base alla cultura vigente in quel momento.
Nel documentario “The U.s. vs. John Lennon”, si ha la possibilità di vedere le immagini originali della manifestazione organizzata dal Comitato per la moratoria del Vietnam sotto la Casa Bianca, in cui i manifestanti, cantando“All we are saying is give peace a chance – Tutto quello che stiamo dicendo è di dare una possibilità alla pace”, chiedevano al presidente al tempo in carica, Richard Nixon, di porre fine alla guerra in Vietnam e di commemorare i 45.000 soldati già deceduti. Era il 15 novembre 1969 e quella fu una delle più grandi manifestazioni mai organizzate nella storia degli Stati Uniti, con circa due milioni di partecipanti in tutto il paese.
In quell’occasione il New York Times, famosa testata giornalistica no certo di sinistra, ma invece allineata ai dettami del sistema capitalistico, descrisse la folla come un “raduno di massa della sinistra moderata e radicale… liberali vecchio stile; comunisti e pacifisti e una spolverata di violenta Nuova Sinistra”.
Ovviamente il sistema politico-economico corrotto screditava e scredita tutt’ora chiunque proponga un modello alternativo e sano in opposizione a quello dominante.
Quel tipo di proteste vi furono in tutta Europa, anche in Italia, perché le persone prendevano posizione e si esponevano a livello politico. La frase di quella canzone di Lennon ben rappresenta la differenza strutturale e valoriale che circolava nella società europea.
Sicuramente le persone avevano una sensibilità diversa nei confronti della guerra e delle atrocità che questa comprende perché la Seconda Guerra Mondiale non era un ricordo lontano, come lo è adesso per le nuove generazioni, incoscienti di molti passaggi fondamentali della storia e quindi incapaci di comprendere certe dinamiche. Ma il punto non è questo. Il punto è che in quel video sotto la Casa Bianca emerge una società diversa. Il sistema era sempre quello capitalistico ma le persone ricevevano influenze culturali nuove, visioni alternative di società proposte dai partiti socialisti e comunisti, tra cui quello italiano. Dunque le idee politiche della maggioranza erano rappresentate da partiti reali, attraverso i quali poter ottenere diritti fondamentali per la realizzazione di una società democratica: l’istruzione, l’aborto, gli asili pubblici, il divorzio, il diritto di famiglia, la sanità pubblica, lo statuto dei lavoratori e delle lavoratrici. Tutti diritti che avevamo e che stiamo perdendo.
E se è vero che la musica rappresenta il periodo storico, non mi stupisco che la musica trap, come quella rap, molto criticata dagli adulti ma molto amata fra i giovanissimi e le giovanissime, utilizza suoni e linguaggi specifici e perfettamente in linea con la cultura di destra promossa dal sistema economico capitalistico in cui viviamo, che vuole sempre più individui divisi e in lotta tra loro, così da essere distratti e quindi facilmente manipolabili. Con questa affermazione non si dà una responsabilità diretta ai cantanti che volontariamente o meno veicolano questi contenuti, ma alla società che finanzia e spinge la musica in una sola direzione, omologando i contenuti e deviando le menti.
Il rap da sempre ha rappresentato il mezzo di espressione musicale delle classi meno abbienti, dando voce a quei quartieri popolari e periferici abbandonati dalla politica e dalla società ghettizzante. La differenza tra il rap del passato e quello attuale sta in un fattore fondamentale. I giovani rapper statunitensi che 40 anni fa volevano emergere con la musica rap per raccontare le realtà più povere della società moderna, usavano la musica per riscattarsi da quel processo automatico che li portava alla vita di strada e a delinquere. La musica era dunque un mezzo di liberazione; l’unica possibilità per non diventare un criminale nel proprio quartiere, non cadendo così nella logica dello stereotipo e dello stigma. “Nel 1988 era ormai chiaro che la declinazione più minacciosa e intimidatoria del rap era quella che si focalizzava sul commento sociale, sulla descrizione di ciò che stava succedendo all’America nera rispetto al resto della nazione. La prima presa di posizione del rap (a parte ovviamente l’esistenza stessa del rap, che fu sicuramente anch’essa una sfida e una presa di posizione) fu proprio questa. […] Una manciata di canzoni strizzavano l’occhio alla rivoluzione includendo variazioni del verso “Devi andare a fondo, creare la società, ripulirti le orecchie e aprire gli occhi”, che rielaborava leggermente un canto delle Black Panthers” (1).
Adesso invece il rapper è un micro-criminale che veicola la mentalità criminale, propone sostanze stupefacenti o psicofarmaci come se fossero caramelle, elogia la prostituzione, utilizza esclusivamente un linguaggio volgare e ha pure un pubblico di riferimento differente, perché i nuovi rapper, grazie alla trasformazione dei mezzi di comunicazione, sono un prodotto commerciale che attrae anche i giovanissimi. Infatti i cantanti non sono più solo cantanti, ma sponsorizzano qualsiasi tipo di brand di lusso, che sia in riferimento alla moda o alle auto è indifferente, l’importante è che si elogino i soldi, gli oggetti e dunque la superficialità, creando negli adolescenti moltissimi bisogni indotti. I soldi, il lusso, i gioielli, non sono beni primari o necessari alla nostra reale sopravvivenza. Lo sono invece la salute, l’istruzione, una sana alimentazione e dunque una cultura che educa al rispetto delle persone, dell’ambiente e degli animali; lavorare in ambienti salubri e svolgere il lavoro per cui si ha studiato; lo sono la solidarietà e l’amore necessari per la sopravvivenza della specie, e come dice Galimberti “l’amore si impara non è in circolazione, non lo si può comprare”.
Il sistema capitalistico, avendo capito quanto la musica potesse essere forte nella veicolazione dei contenuti e dei valori, l’ha svuotata del suo ruolo rivoluzionario, rendendola il millesimo mezzo di distrazione di massa al proprio servizio. Troviamo infatti adesso canzoni con testi misogini, con inesistente spirito critico verso le ingiustizie sociali, vuoti dunque di contenuto positivo, se non in qualche eccezione.
Ma vedendo i nostri “rappresentanti” in Parlamento che inneggiano all’odio tra i popoli, votano a favore delle guerre, riducono i fondi per l’istruzione, non possiamo stupirci che le nuove generazioni si ritrovino ad ascoltare certe parole nella musica senza porsi più tante domande. Hanno normalizzato la violenza e spento così le nostre anime e distrutto lo spirito di salvaguardia della specie.
E se è vero che la musica rappresenta il periodo storico in cui viviamo, è bene che mettiamo in atto da subito una rivoluzione culturale che porti alla reale emancipazione della specie da tali dinamiche di controllo delle menti.
(1) Il Rap anno per anno, di Shea Serrano, Ice-T e Arturo Torres (Mondadori, 2018)