

01 Agosto 2026
di Piero Orteca
Il Presidente americano fa la voce grossa, tira un paio di sassate e se si mette male, nasconde velocemente la mano. Questo è quello che sta succedendo nel Kurdistan, dove, dopo avere bombardato le milizie sciite sponsorizzate dall’Iran, ora scappa. Perché gli sono finiti i missili e le truppe Usa sono molto a rischio, nonostante l’amico saudita sia adesso ufficialmente in guerra.
Tutti a casa, alla chetichella
L’argomento è di quelli scottanti per la Casa Bianca, che ritorna sulle prime pagine dei giornali Usa, come una specie di “impegno disatteso”. L’ormai mitico (per quante volte è stato annunciato e mai realizzato) ritiro delle truppe di Washington, presenti in Iraq fin dai tempi della guerra a Saddam Hussein. Da allora l’Us Army s’è avvinghiata all’Iraq come le cozze agli scogli: nonostante tutte le tempeste scatenatesi nel tempo. Anzi, da al-Qaeda ai tagliatori di gole dell’Isis, ogni guerriglia civile è stata una buona occasione per esportare la democrazia a stelle strisce. Manco fossero lavandini, che è possibile impiantare dall’oggi al domani. E, infatti, dopo quasi 25 anni, gli americani sono sempre in Iraq, “a mostrare la bandiera della libertà” e, probabilmente, a finire di farsi odiare un po’ da tutti. Perché, la differenza tra “senso di liberazione” e “rabbia per l’occupazione”, a volte è più sottile di quanto si possa pensare. Soprattutto se le “lezioni” di democrazia, comprensive di doposcuola, durano da quasi 5 lustri. Un po’ troppo, o no?
Rottepetrolio
Lo scoop di Al-Monitor
È stato grazie a un report del think-tank Al-Monitor, che copre tutto il Medio Oriente e il Golfo Persico che la notizia sul ritiro americano ha cominciato a circolare. “Le forze armate statunitensi – ha scritto Amberin Zaman – hanno iniziato a ritirare le ultime truppe rimaste in Iraq, nei pressi dell’aeroporto di Erbil, nella regione del Kurdistan iracheno. Lo hanno confermato ad Al-Monitor fonti bene informate e a conoscenza della situazione. Secondo quanto riferito – prosegue la Zaman – i sistemi mobili di difesa aerea terra-aria ‘Patriot’, in grado di rilevare e abbattere missili, droni e altre attrezzature aeree nemiche, sono già stati rimossi dal complesso militare. Il ritiro è iniziato la scorsa settimana ed è tuttora in corso, con la maggior parte delle forze statunitensi e dei loro equipaggiamenti pesanti già fuori dalla base. Tutte le batterie antimissile Patriot sono state ridispiegate in una località non specificata, hanno aggiunto le fonti, precisando che altri sistemi d’arma difensivi rimangono sul posto al momento della pubblicazione”.
Perché proprio ora
Cerchiamo di interpretare una mossa che, probabilmente suggerita anche dal Comando centrale Usa per tutta la regione, è stata avallata dalla Casa Bianca, che tra Ucraina e Iran ha finito le riserve di missili. In sostanza, col crescere della tensione tra Washington e Teheran, il Kurdistan iracheno è diventato un’area ad altissima pericolosità per tutti i soldati americani stanziati in quelle basi. Sono un bersaglio facile e invitante, per le milizie sciite armate dagli ayatollah, che possono praticamente colpirli da breve distanza. Infatti, queste milizie, le Forze di Mobilitazione Popolare, fanno addirittura parte dell’esercito regolare di Baghdad e si possono muovere sul territorio senza limitazioni. Sono dunque un nemico “ibrido”, difficile da individuare e politicamente pericoloso da affrontare. Perché attaccarli, come è già successo, significa entrare in rotta di collisione col governo ufficiale iracheno. Che ha un Primo ministro (di nuova nomina) sciita: Ali al-Zaidi. Quella dell’Iraq, poi, è una situazione veramente esplosiva, che se trattata maldestramente potrebbe condurre a una spaventosa guerra civile. L’architettura istituzionale del Paese, voluta dagli americani, è “tripartita”, tra curdi, sunniti e sciiti. Il problema però, a cui non hanno pensato a Washington, è che oltre 20 anni di occupazione militare americana non potevano trasformare il Paese. Soprattutto non gli potevano dare una cultura nazionale omogenea, indispensabile per trasformare un melting pot di abitanti che rivaleggiano da secoli. Per giunta, americani e israeliani hanno anche pensato a usare i curdi come carne da cannone contro gli iraniani, per abbattere il regime sciita. Una mossa che ha fatto diventare l’Iraq un prossimo candidato alla guerra.
Rottepetrolio
A Washington minimizzano
“Routine in linea con l’impegno degli Stati Uniti a ritirare tutte le proprie forze dall’Iraq entro il 30 settembre, concordato con Baghdad” provano a minimizzare. Tuttavia, il ritiro, avvenuto nel contesto dei continui attacchi da parte dell’Iran e delle sue milizie sciite alleate, e in particolare contro la regione del Kurdistan iracheno, ha lasciato i curdi con un forte senso di vulnerabilità. Sebbene i sistemi Patriot siano stati dispiegati per proteggere le forze statunitensi, anche i curdi hanno tratto enorme beneficio da questa protezione. L’aeroporto di Erbil è stato oggetto di continui attacchi da parte dell’Iran e delle milizie sostenute dall’Iran, sin dall’inizio del conflitto iraniano a febbraio, compresi quelli di questa settimana. Secondo le fonti, i missili intercettori statunitensi hanno respinto con successo almeno il 95% di questi attacchi. La maggior parte degli attacchi iraniani e delle milizie – spiega ancora Al Monitor – ha preso di mira gruppi armati di opposizione curda iraniana con base nella regione del Kurdistan. Tuttavia, anche il complesso di Erbil è stato bersaglio di diversi attacchi. Nonostante le promesse di arginare le milizie sostenute dall’Iran e di disarmarle e smobilitarle entro il 30 settembre, il nuovo Primo ministro iracheno, Ali al-Zaidi, non è finora riuscito a farlo, come dimostrano i recenti attacchi contro i giacimenti petroliferi sauditi, che hanno spinto l’Arabia Saudita a collaborare apertamente con le forze statunitensi per rappresaglie in tutto l’Iraq”.
“La rimozione dei Patriot prima del ritiro delle truppe statunitensi dal territorio – conclude Al Monitor – ha sollevato ulteriori interrogativi sulle scorte di intercettori statunitensi e su come l’esercito americano stia ora dando priorità per proteggere le truppe in altre zone della regione. ‘La regione del Kurdistan non è una priorità; il Golfo e la Giordania lo sono chiaramente”.