
di Redazione
Bruxelles altri 3,5 miliardi a Kiev
Ursola von der Layen e soci contro gli interessi dei proletari europei: «Posso annunciare che un nuovo pagamento di 3,5 miliardi di euro per l’Ucraina arriverà già a marzo. Presenterò un piano completo su come aumentare la nostra produzione di armi e le nostre capacità di difesa in Europa. Nessuno vuole più pace del popolo ucraino. Ma una pace giusta e duratura si ottiene solo con la forza». «Non è in gioco solo il destino dell’Ucraina. È il destino dell’Europa. La nostra prima priorità resta quindi quella di dare forza alla resistenza dell’Ucraina. Finora, la nostra Unione e gli Stati membri hanno sostenuto l’Ucraina con 134 miliardi di euro. È una cifra superiore a quella di chiunque altro», vanta la guerrafondaia von der Leyen. Mandiamoli via o al fronte… ma senza elmetto questi ladri di soldi pubblici.
Bisogna togliere, come proletari lo scettro del comando, nella fase di ricostruzione del Partito Comunista Italiano ed Europeo, dalle mani della guerrafondaia massoborghesia europea rappresentata politicamente dai partiti di centrodestra, centrosinistra e nazifascisti, avendo dimostrato la loro totale subalternità agli interessi imperialisti di Usa/Gb/Nato con la guerra contro la Russia tramite il governo fantoccio in Ucraina.
Bisogna ricostruire su basi nuove l’unificazione europea che abbia al centro la Pace, il Lavoro, l’Eguaglianza e la cooperazione tra i popoli e non il profitto. Serve un programma per il Socialismo-Comunismo.
Come fare? Riprendendoci l’egemonia culturale, ridefinendo e rilanciando la riflessione fatta da Enrico Berlinguer sull’Eurocomunismo per un’Europa proletaria, pacifica e neutrale dal Portogallo agli Urali. Per chiudere le basi Nato e statunitensi, per mettere al centro la nostra Costituzione del 1948 come Costituzione europea e programma per la costruzione della Pace, del Lavoro e del Socialismo-Comunismo nel continente europeo. A tale scopo rilanciamo la parte centrale della tesi del P.C.I. di Enrico Berlinguer sull’Eurocomunismo:
(1) (Tratto da Caro Berlinguer, pagg. 237-240 – il libro sulle riflessioni politiche tra Antonio Tatò e Enrico Berlinguer).
«[…] l’eurocomunismo deve consistere in una strategia e in un movimento politico e sociale il più ampio possibile e il più unitario possibile: un movimento che, avendo compreso il significato liberante della Rivoluzione d’Ottobre e avendo compreso anche la verità e la decisività del problema che affrontò la socialdemocrazia, col quale essa si misurò ma che non risolse e soccombette al capitalismo [sic], riesce a divenire oggi la forza che, unica al mondo, osa realizzare il legame costante tra il mondo che è frutto della Rivoluzione d’Ottobre, il movimento operaio rimasto fuori dall’esperienza comunista (socialisti, socialdemocratici, cristiani) e tutte le forze rivoluzionarie, di liberazione, di progresso d’ogni parte del mondo. Di tutte le forze politiche sociali, cioè, che avendo compreso o venendo a comprendere la possibilità di uscire dal capitalismo per via democratica (il che vuol dire la inscindibilità del rapporto democrazia-socialismo), possono dar vita a un grande blocco storico, nei singoli paesi e su scala mondiale, che ha l’intelligenza e la possanza di poter liquidare le posizioni conservatrici di ogni tipo.
Che un simile blocco storico debba esser promosso dal movimento operaio dell’Europa occidentale, come sostiene Berlinguer, è innegabile ed è indubbio perché:
il capitalismo europeo costituisce uno dei punti più alti del sistema e, al tempo stesso, oggi è in una crisi radicale di strumenti, di idee, di prospettive (di valori);
a differenza di quello americano e giapponese, il capitalismo europeo è stato “lavorato” al suo interno dalle lotte e dalle conquiste sindacali e da un movimento operaio che ha il suo nerbo rivoluzionario nei partiti comunisti – ossia nei partiti che sono nati con la Rivoluzione d’Ottobre, che ne sono i figli ormai adulti e che ne comprendono la portata storica e attuale criticamente;
l’Europa occidentale (come dimostra il recente atteggiamento degli USA secondo cui c’è la possibilità di una guerra termo-nucleare limitata al teatro europeo) rimane il piatto della bilancia che può spostare l’ago dell’equilibrio strategico a favore di un blocco o dell’altro; prospettiva per noi in entrambi i casi inaccettabile e da combattere perché la scelta sarebbe tra la pianificazione e il modello sovietico, se l’equilibrio si spostasse a favore del Patto di Varsavia, e l’involuzione reazionaria e un nuovo fascismo, se l’equilibrio si spostasse a favore del Patto Atlantico;
l’Europa occidentale è il luogo dove i blocchi devono venire gradualmente superati, è la realtà che avrebbe più carte per promuovere la distensione e il disarmo perché è la più immediatamente e direttamente minacciata e colpita da un’eventuale deflagrazione bellica: e distensione, disarmo parallelo e superamento dei blocchi sono la garanzia pregiudiziale e sine qua non, in campo internazionale, per poter evitare che il legame tra democrazia e socialismo si riduca a bella utopia. Un movimento operaio occidentale che si muove nella strategia e nella prospettiva dell’eurocomunismo per affermarsi e avanzare, dovrebbe a mio parere osservare oggi due condizioni fondamentali.
La prima condizione è quella di adoperarsi con tutti i modi [sic] e i mezzi possibili perché i paesi del socialismo finora realizzato non si sfascino ma reggano fino a che nei paesi capitalistici il movimento operaio europeo occidentale realizzi trasformazioni che superino i meccanismi e le logiche del capitalismo nel mantenimento della democrazia. Se è essenziale all’affermazione dell’eurocomunismo e della terza via, cioè al procedere in avanti della terza fase, che non vengano spazzate via le conquiste e le posizioni raggiunte dal movimento operaio nella seconda fase; se è essenziale all’avanzata della nostra stessa prospettiva di un nuovo socialismo che i paesi del “socialismo reale” non crollino (e non si alteri quindi l’equilibrio strategico tra i due blocchi), ne consegue che una precisazione va fatta a proposito della condanna che noi abbiamo pronunciato contro alcuni di quei paesi. E cioè:
a) l’aver noi condannato il modo coattivo e repressivo con cui si intendono bloccare i momenti di crisi (economica, sociale, politica) delle società dove un socialismo si è finora realizzato, sta a significare che noi abbiamo inteso ribadire agli occhi dei popoli e di tutto il mondo la nostra convinzione che la via a una adeguata e piena realizzazione del socialismo passa obbligatoriamente per il rispetto e il mantenimento delle regole e dei valori della democrazia;
b) le nostre condanne non mirano – anche se è stato ed è difficile evitare questo errore – a esercitare una interferenza, a operare un intervento (sia pure a parole) per appoggiare questa o quella parte o gruppo o istituzione di quei paesi, che la crisi è venuta divaricando e contrapponendo;
c) le nostre condanne non significano che riteniamo impossibili ulteriori passi avanti del socialismo fuori dalla sua affermazione nei punti più alti del capitalismo e quindi fuori del quadro democratico. L’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti, abbandonando i sospetti, le volontà di condanna e i tentativi di creare difficoltà al partito comunista italiano, comprendano invece e appoggino l’eurocomunismo come lo sbocco storico normale verso cui oggi va il processo della costruzione del socialismo, il cammino del movimento operaio rivoluzionario;
d) le nostre condanne non stanno a significare che noi abbiamo la pretesa che la inscindibilità del rapporto tra democrazia e socialismo cominci ad affermarsi da oggi nell’Unione Sovietica e negli altri paesi dell’Est europeo e asiatico. Sappiamo fin troppo bene che tali paesi – fino a quando “i punti più alti” rimangono fortilizi, sia pure assediati, del capitalismo – possono garantire la propria esistenza e le loro conquiste unicamente attraverso una protezione autoritaria.
La seconda condizione è quella di puntare tutte le energie e compiere tutti gli sforzi perché l’eurocomunismo, da un lato, sappia mobilitare, fuori di ogni spirito settario, non solo la classe operaia e le masse lavoratrici ma tutte le forze democratiche conseguenti (come si diceva una volta), conseguenti nel senso che sono decise, disponibili e pronte a combattere ogni involuzione di tipo fascista; e dall’altro lato sappia liquidando e battendo in anticipo ogni opportunismo – individuare e denunciare, isolare e sconfiggere sia quelle forze che, insinuandosi nell’ampio blocco storico di progresso che perseguiamo, vi manovrano dall’interno per rendere contraddittorio e difficoltoso il suo processo di formazione e di affermazione, sia quelle forze che soprattutto nella congiuntura attuale, tendono, per accecamento anticomunista, a dare un’interpretazione disastrosa del rapporto democrazia-socialismo, quella che comporterebbe un ritorno all’indietro di oltre sessant’anni, ossia una ripresa da parte nostra delle pratiche della socialdemocrazia degli inizi del secolo e dei venti anni tra le due guerre, riportando così il movimento operaio a conoscere la medesima sconfitta del suo tentativo di superare il capitalismo che conobbe negli anni ’10 in Europa.[…]». (da Caro Berlinguer, pagg. 237-240).