di OttolinaTv https://www.youtube.com/watch?v=9KUJmI8j0m8

Ma cosa succederebbe davvero se un Paese decidesse sul serio di bloccare la fuga dei capitali e tassare i ricchi?
A Shenzhen alcuni clienti delle società che amministrano i patrimoni delle famiglie più facoltose provano ad accedere ai propri conti. Ma è tutto bloccato. Per riaverli, il fisco pretende la ricostruzione dei movimenti di capitale verso l’estero e il pagamento delle imposte sulle plusvalenze mai dichiarate.
Poi Pechino colpisce le polizze finanziarie offshore di Hong Kong, i trust alle Cayman, gli immobili, le azioni e le criptovalute. In alcuni casi ricostruisce operazioni che risalgono fino all’anno 2000.
La finanza globale insorge. Nigel Green, fondatore di un gruppo che vive gestendo i patrimoni internazionali dei super-ricchi, avverte: così i capitali scapperanno, gli investimenti spariranno e la Cina perderà più di quanto incasserà.
È la minaccia che in Occidente funziona sempre. Basta evocare la fuga dei capitali perché i governi abbassino le tasse, offrano sanatorie e costruiscano regimi fiscali su misura.
In Cina, un po’ meno.
Mentre le sinistre occidentali ripetono Tax the rich, dentro un sistema progettato per impedirglielo, la Cina “turbocapitalista” va a caccia dei capitali offshore e li tassa davvero.
Perché la differenza non è tra chi vuole tassare i ricchi e chi non vuole farlo.
È tra gli Stati che comandano sui ricchi e quelli che sono già al loro servizio.