
Economia
6 Giugno 2026
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Vincenzo Imperatore – Consulente di direzione, giornalista e saggista
L’Italia resta fragile per il peso del debito pubblico, ma conserva un punto di forza spesso ignorato: famiglie meno indebitate rispetto a molte economie considerate più solide
Quando si parla di solidità finanziaria di un Paese, il riflesso condizionato è sempre lo stesso: guardare il debito pubblico. È una specie di rito civile, come lamentarsi del traffico o del commercialista. L’Italia, in questa narrazione, parte quasi sempre con il cartellino giallo: Stato indebitato, crescita debole, produttività bassa, conti pubblici sotto osservazione. Tutto vero. Ma non tutta la verità.
Esiste un altro indicatore, molto meno popolare nel dibattito pubblico, che racconta una storia diversa: il debito delle famiglie in rapporto al Pil. Secondo il Global Debt Database del Fondo Monetario Internazionale, il debito delle famiglie pesa per il 125,4% del Pil in Svizzera, il 112,1% in Australia, il 100,1% in Canada, il 93,6% nei Paesi Bassi, il 90,1% in Corea del Sud, il 76,2% nel Regno Unito, il 69,4% negli Stati Uniti. In Italia il dato è pari al 36,1%.
Il paradosso è evidente: molti Paesi percepiti come più solidi, ordinati, efficienti e finanziariamente maturi hanno famiglie molto più indebitate di quelle italiane. Noi abbiamo uno Stato pesante e famiglie relativamente leggere. Altri hanno Stati più credibili e famiglie più cariche di mutui, prestiti e obbligazioni domestiche. La finanza, ancora una volta, dimostra di amare le contraddizioni.

La prima spiegazione è operativa: casa, credito e costo della vita. Nei Paesi in cima alla classifica, l’indebitamento privato è spesso una condizione normale di accesso alla vita adulta. Comprare una casa a Zurigo, Sydney, Vancouver, Amsterdam o Seul significa entrare in mercati immobiliari molto costosi, dove il mutuo non è un incidente di percorso, ma una struttura portante dell’esistenza familiare. Il debito non serve solo a consumare: serve a stare dentro il mercato.
In Italia, invece, il rapporto con la casa è stato storicamente diverso. La proprietà immobiliare è stata spesso costruita per accumulazione familiare, eredità, risparmio paziente, aiuti intergenerazionali. Non sempre per virtù: anche perché il credito è stato meno profondo, il mercato del lavoro più fragile, il reddito dei giovani più incerto. Ma il risultato resta: le famiglie italiane, nel confronto internazionale, sono meno esposte alla leva finanziaria.
La seconda spiegazione è culturale e fiscale. In molti Paesi avanzati il debito privato non è considerato una colpa, ma uno strumento. Il mutuo è pianificazione finanziaria. La leva è gestione patrimoniale. Il debito è una tecnologia sociale. Alcuni sistemi hanno anche incentivato fiscalmente l’indebitamento, per esempio attraverso trattamenti favorevoli sugli interessi passivi dei mutui. Il cittadino razionale, in quei contesti, non è quello che evita il debito, ma quello che lo usa bene.
In Italia resiste invece una cultura del risparmio difensivo. La famiglia italiana accumula perché non si fida: dello Stato, del mercato del lavoro, della pensione futura, della banca, del vicino di casa e, spesso con buone ragioni, anche del cugino che propone investimenti “sicuri”. Il risparmio privato diventa così una forma di welfare domestico: paga l’università dei figli, aiuta l’acquisto della casa, copre le malattie, sostiene l’impresa familiare, assorbe le crisi.
Non è romanticismo. È una supplenza. Dove il welfare pubblico è lento o incompleto, interviene il patrimonio privato. Dove il reddito non basta, interviene la famiglia. Dove il mercato non finanzia, interviene il conto corrente dei genitori. Siamo un Paese con uno Stato indebitato e una società che ha imparato a fare da ammortizzatore di se stessa.
La terza spiegazione è sistemica. Non bisogna leggere l’alto debito delle famiglie come sinonimo automatico di povertà. Sarebbe un errore grossolano, quindi perfettamente compatibile con molto dibattito pubblico. Un alto debito privato può indicare mercati finanziari sviluppati, accesso al credito, fiducia nel futuro, patrimonio immobiliare diffuso, capacità delle banche di finanziare famiglie ritenute solvibili. Il problema nasce quando questa architettura viene colpita da tassi alti, redditi stagnanti o prezzi immobiliari in calo. A quel punto il debito privato cambia natura: da strumento di crescita diventa vincolo. La rata del mutuo smette di essere il prezzo della stabilità e diventa il rubinetto che prosciuga reddito disponibile. Nei Paesi dove le famiglie sono esposte per quote molto elevate del Pil, un rialzo dei tassi può trasmettersi rapidamente ai consumi, al mercato immobiliare e alla stabilità bancaria.