mercoledì, Giugno 17

GROSSI SMENTISCE I PROGRESSI SULL’ATOMICA. RABBIA IN IRAN

Internazionale

Teheran Tardive le affermazioni del direttore dell’AIEA

di Francesca Luci

Teheran sembra abbia risposto ufficialmente alla proposta avanzata dagli Stati Uniti martedì 17 giugno per risolvere la disputa sul suo programma nucleare. L’offerta, presentata dall’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff, prevedeva la chiusura degli impianti di arricchimento dell’uranio in Iran e la loro sostituzione con un consorzio multinazionale nella regione. Si dice che la proposta fosse accompagnata dall’idea che il vicepresidente statunitense J.D. Vance potesse unirsi all’inviato speciale Witkoff per un incontro con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.

SECONDO ALCUNE FONTI, la risposta iraniana – trasmessa alla Casa Bianca ieri poco prima di mezzogiorno – è stata un “no garbato”. Sebbene i dettagli non siano stati resi noti, Teheran ha in passato dichiarato di essere disponibile a un consorzio, purché venga realizzato sul proprio territorio. Nel frattempo, indiscrezioni su un presunto volo del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi in Oman sono state smentite da fonti a Teheran.

Sembra che gli scambi tra le due parti si siano svolti in modo diretto, in un clima reso molto teso dalle dichiarazioni pubbliche del presidente Donald Trump, che ha invocato la «resa incondizionata» dell’Iran e lasciato intendere che la Guida Suprema, Ali Khamenei, potrebbe essere un obiettivo israeliano.

«LA NAZIONE IRANIANA non è fatta per arrendersi. La resa non è nella logica e nello spirito della nazione iraniana». Ali Khamenei ha risposto dallo schermo della tv di Stato ieri mattina mentre la capitale del Paese era pesantemente presa di mira dagli israeliani.

In realtà, la risposta era scontata. Trump non chiariva neanche se si riferisse alla fine del programma nucleare e missilistico o alla capitolazione dell’intero sistema di potere.

«Le persone intelligenti, che conoscono l’Iran e la sua storia, non si rivolgeranno mai a questo popolo con un linguaggio minaccioso, perché la nazione iraniana non si arrenderà», ha affermato Khamenei, scandendo le parole con calma, senza mostrare alcun segno di nervosismo.

Alla minaccia statunitense di entrare in guerra al fianco degli israeliani per distruggere i siti nucleari sul suolo iraniano, Khamenei ha risposto: «Gli americani dovrebbero sapere che qualsiasi loro intervento militare sarà senza dubbio accompagnato da danni irreparabili».

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DAL GIUGNO 1989, quando ha assunto il potere assoluto nella Repubblica islamica, Khamenei non è riuscito a rispondere alle richieste della popolazione, spingendo il paese verso un isolamento sempre più profondo, non voluto dalla maggioranza dei cittadini. Reprimendo la rivendicazione popolare della libertà, ha creato una frattura significativa tra gli organi dello Stato e la popolazione.

Eppure, malgrado tutto, il richiamo all’orgoglio nazionale, unito al dolore per la crescente perdita di civili uccisi ogni giorno dai bombardamenti israeliani ha avuto il suo effetto. Si moltiplicano le condanne dell’aggressione di Netanyahu da parte dell’opposizione e gli appelli all’unità. Le figure di spicco dell’opposizione, come Zahra Rahnavard, accademica e politica, con anni passati agli arresti domiciliari, e Mostafa Tajzadeh, figura di spicco del riformismo iraniano, attualmente in carcere, hanno divulgato dichiarazioni a favore della resistenza nazionale.

Alcuni mezzi di informazione internazionale riferivano che l’86enne leader fosse già a Mosca, accanto a Bashar Assad e protetto dal favore di Putin. «La sua testardaggine e la sua presenza non sorprendono affatto. Nel pensiero sciita, il martirio è il simbolo supremo di resistenza contro l’ingiustizia che ha guidato l’identità religiosa e politica di Khamenei. Oggi, la cosa migliore che potrebbe accadergli è essere ucciso: così la Storia lo renderebbe immortale». Lo afferma la professoressa Amin, ex docente universitaria, mediante una debolissima connessione internet.

L’USO DI ELEMENTI INTERNI al paese a servizio degli israeliani per le azioni terroristiche sembra che miri a spaventare la popolazione e a provocare una sollevazione di massa. Netanyahu ha dichiarato apertamente che Tel Aviv punta a un cambio di regime. Tuttavia, non si registrano segnali significativi di manifestazioni o rivolte popolari.

«Sembra ridicolo, non puoi bombardarmi per i miei diritti. Paradossalmente, anche se gli americani distruggessero tutti i siti nucleari, il potere si rafforzerebbe e canterebbe vittoria – non solo nel nostro paese, ma in tutto il Medio Oriente. È vero che si tratta di un regime dittatoriale, ma è l’unico a opporsi apertamente a un paese genocida come Israele, e questo ha un peso per i popoli martoriati della regione», dice la professoressa Amin.

«NON ABBIAMO OSSERVATO prove che indichino un movimento strutturato verso la produzione di armamenti nucleari parte dell’Iran». Le tardive affermazioni ieri di Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, hanno suscitato rabbia tra i riformisti iraniani. La presidente del Fronte delle Riforme dell’Iran, Azar Mansouri, ha accusato l’agenzia di essere rimasta in silenzio e di non aver mantenuto la neutralità.

Ieri, nel tardo pomeriggio, mentre Teheran contava i suoi morti e feriti, i Guardiani della Rivoluzione hanno scatenato i loro missili in direzione di Israele, mentre a Tel Aviv e Haifa suonavano le sirene di allarme.

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