
di Redazione
Che i sistemi massocapitalistici facciano dell’irrazionalità una loro arma per i tedeschi dovrebbe essere una cosa ovvia, visto ciò che era successo loro negli anni tra la prima e seconda guerra mondiale. Ma dopo l’avvento del nazismo che di tali pratiche fece largo uso, molti hanno sperato che la Germania si fosse vaccinata, invece è ancora preda di fenomeni del genere, come si vede dall’ascesa della destra filonazista.
Infatti come nell’ascesa del nazismo e della destra di oggi, la classe dirigente democristiana o socialdemocratica, non ha mai detto la verità su chi ha finanziato realmente quella banda di delinquenti, cioè i massocapitalisti inglesi e statunitensi, che trasformarono la Germania nel principale e utile idiota per l’aggressione alla Russia comunista. Stessa operazione è stata fatta in tempi recenti con l’Ucraina.
E questo la dice lunga sulla forza che ha il loro principale strumento per mantenere il loro dominio sulle masse popolari: la guerra psicologica. Oggi praticata dagli USA-GB/NATO tramite i media tradizionali e i social, sulle menti poco educate alla razionalità scientifica a causa dell’educazione che ci nasconde la conoscienza degli apparati di potere preposti a tale scopo.
Attualmente la guerra psicologica viene utilizzata costantemente e non sempre in condizioni formali di guerra, ma anche in diversi ambiti come politica, pubblicità, media, cultura, arte, religione, e si riverbera nella famiglia e nelle relazioni interpersonali.
Una moltitudine condotta verso l’irrazionalità è facilmente manovrabile e può essere utilizzata per un’infinità di scopi, da quelli elettorali, alla creazione di nemici inesistenti o di parascienze, sino a giungere a quelli più violenti e asociali, come il razzismo, il terrorismo e la guerra.
La questione dell’irrazionale viene dibattuta in particolar modo nel Novecento per la sua connessione politica alle ideologie fondanti dei principali Stati totalitari d’Europa che si erano venuti a costituire dopo il disastroso esito della Grande Guerra, ovverosia il Terzo Reich (nazismo), il Regno d’Italia (fascismo). Come se nelle democrazie formali, Stati Uniti e Gran Bretagna e non sostanziali, la guerra psicologica non venisse utilizzata, già questa strumentale rimozione è la prova del suo utilizzo. Se il fascismo e il nazismo sono andati al potere è perché qualcuno ha lavorato precedentemente sulla politica e sulle masse per creargli il consenso necessario. E’ nelle finte democrazie, quelle formali, che si generano le condizioni politiche irrazionali del nazifascismo.
Il nazismo si rifaceva apertamente al pensiero di Friedrich Nietzsche ma anche a quello di Oswald Spengler, autore del libro Il tramonto dell’Occidente e alle sue teorie secondo la quale i fenomeni vitali non possono essere ridotti a interpretazioni chimico-fisiche, in quanto governati da entità immateriali, trascendenti o immanenti.
Sfatiamo la leggenda che i vertici del potere mondiale siano dei soggetti talmente irrazionali da seguire le cavolate di Nietzsche e Spengler, o di qualche santone o papa. Il potere massonico crede solo in una distorta visione darwiniana della selezione naturale che avverrebbe attraverso la lotta interna alla specie umana, che chiama concorrenza e che loro sono i più fedeli interpreti della volontà del Grande Architetto dell’Universo, che altro non è che la Natura stessa di cui loro sono i gelosi interpreti e che la ricchezza economica è la cifra della sua benevolenza. Una specie di divinità misteriosa e crudele che si conosce solo attraverso le pratiche che avvengono all’interno delle logge massoniche e che attraverso una diseducazione alla solidarietà di specie li rende spregiudicati sino a giungere alla strumentalizzazione di religioni, partiti politici, media, sindacati, movimenti di ogni tipo che loro finanziano per elaborare teorie assurde sia economiche che sociali ma per loro necessarie per il controllo delle masse, per sviarle, disgregarle, per ottenere non delle classi sociali conscie del proprio ruolo politico e sociale ma delle moltitudini irrazionali quindi inoffensive, incapaci di un progetto di società alternativo, il Comunismo, a quello massocapitalistico.
Oggi nella più acuta crisi del massocapitalismo, che porta con sé il bisogno di solidarietà tra le masse, la lotta al Comunismo per chi pratica l’ideologia dell’egoismo, dello sfruttamento degli esseri umani e della natura, diventa una lotta per la sua sopravvivenza.
Le ultime elezioni in Germania sono l’esatta dimostrazione dei danni che provoca su un popolo questa guerra particolare definita psicologica. Una forma particolare della lotta di classe fatta dai capitalisti contro i proletari utilizzando la psicologia come arma. Una guerra che si fa sulle menti dei popoli. E i principali partiti oggi esistenti in Germania, i democratico-cristiani e i socialdemocratici, anche nelle loro variabili più estreme, sono macchine da guerra costruite dalla massoneria angloamericana e dai suoi uomini inseriti negli apparati statali come i servizi segreti, nei media, per ingabbiare la popolazione tedesca. La stessa dinamica è stata realizzata, dopo la seconda guerra mondiale, in ogni Stato europeo con lo scopo di creare le condizioni materiali per una eventuale distruzione dell’economia europea.
E quel momento è giunto con l’attuale crisi dell’imperialismo. La forza economica europea dev’essere assorbita dal blocco anglosassone al vertice del potere massonico, che tenta in questo modo di non perdere la sua bellicosa egemonia e lo fa utilizzando la guerra come mezzo. Lo fa sapendo che in questo modo facilita il risorgere dei nazionalismi, che daranno il colpo di grazia definitivo ai processi di unificazione e alla democrazia, ma sono utili per tentare, per l’ennesima volta, il folle assalto alle immense risorse della Russia. Tentando così di avere le risorse per rovesciare il loro declino e l’ascesa della Cina comunista.
In questa direzione va anche il progetto di Mario Draghi sull’Europa, che dopo aver svenduto, nel 1992 sul panfilo Britannia, l’Italia e la Prima Repubblica alle multinazionali e ai grandi gruppi finanziari, con la complicità dei governi di centrosinistra e centrodestra, della seconda e piduista Repubblica, ha presentato in questi giorni lo stesso giochino aggiornato a tutta l’Europa. Mario Draghi è un fedele esecutore dei desiderata dei massocapitalisti al vertice dell’imperialismo. Lui stesso è iscritto a ben 5 Ur-Lodge al vertice del potere mondiale, per questo i media gli leccano il fondoschiena, le logge sono: la Edmund Burke, la Three Eyes, la White Eagle, la Compass Star-Rose e la Pan-Europa. Nel libro di Ferruccio Pinotti Fratelli d’Italia a pagina 388 si afferma, per bocca di Florio Fiorini che a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta era uno degli uomini chiave per il finanziamento di tutti i partiti anticomunisti: “Secondo me Draghi è un terminale di finanza americana”.
Oggi Draghi attacca il risparmio privato con lo scopo di salvaguardare le oligarchie, contro gli interessi dei proletari. Draghi sa che trasferire il risparmio privato, metterlo a disposizione dei grandi gruppi finanziari e lasciare nelle loro mani la ristrutturazione/distruzione dell’Europa e dei loro Stati è una necessità assoluta per i massocapitalisti nella lotta al Comunismo oggi rappresentato dalla Repubblica Popolare di Cina. Questo processo può avvenire solo con l’uso della forza per eliminare i rischi di possibili rivolte e garantire il travaso delle risorse di centinaia di milioni di piccoli-medi risparmiatori e dell’Inps alla rendita finanziaria.
E’ evidente che con un simile progetto ne va della nostra attuale forma di democrazia che è già stata abbondantemente compressa, dopo la caduta del Muro di Berlino, la caduta dell’Urss e con le controriforme della seconda e piduista Repubblica. Mario Draghi con la fascista Meloni, il suo centrodestra e la complicità dei socialdemocratici d’Europa, sono gli esecutori del progetto elaborato dalla Banca J.P. Morgan nel 2013 che sosteneva: “I sistemi politici e costituzionali del sud (si riferisce all’Europa ndr) presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.
Per uscire da questa irrazionale situazione politica serve rilanciare l’unico progetto realmente alternativo mai elaborato in Europa che fu quello del Partito Comunista Italiano e che fu chiamato giustamente Eurocomunismo.
Un progetto che tentava di bloccare la deriva reazionaria dell’imperialismo USA che con il golpe cileno aveva mandato un segnale a tutto il mondo su quali fossero le priorità politiche occidentali. La distruzione di ogni forma di welfare state in tutti i paesi occidentali e di ogni forma organizzata, i partiti di sinistra e in particolare quelli comunisti, ma anche quelle correnti politiche, come quella morotea, che tenevano aperto uno spiraglio all’entrata nel governo dei comunisti. Quel progetto ci metteva in guardia anche sui principali nemici che avevamo in Europa e ve lo riproponiamo come momento di riflessione sul che fare oggi:
«[…] l’eurocomunismo deve consistere in una strategia e in un movimento politico e sociale il più ampio possibile e il più unitario possibile: un movimento che, avendo compreso il significato liberante della Rivoluzione d’Ottobre e avendo compreso anche la verità e la decisività del problema che affrontò la socialdemocrazia, col quale essa si misurò ma che non risolse e soccombette al capitalismo [sic], riesce a divenire oggi la for- za che, unica al mondo, osa realizzare il legame costante tra il mondo che è frutto della Rivoluzione d’Ottobre, il movimento operaio rimasto fuori dall’esperienza comunista (socialisti, socialdemocratici, cristiani) e tutte le forze rivoluzionarie, di liberazione, di progresso d’ogni parte del mondo. Di tutte le forze politiche sociali, cioè, che avendo compreso o venendo a comprendere la possibilità di uscire dal capitalismo per via democratica (il che vuol dire la inscindibilità del rapporto democrazia-socialismo), possono dar vita a un grande blocco storico, nei singoli paesi e su scala mondiale, che ha l’intelligenza e la possanza di poter liquidare le posizioni conservatrici di ogni tipo.
Che un simile blocco storico debba esser promosso dal movimento operaio dell’Europa occidentale, come sostiene Berlinguer, è innegabile ed è indubbio perché:
il capitalismo europeo costituisce uno dei punti più alti del sistema e, al tempo stesso, oggi è in una crisi radicale di strumenti, di idee, di prospettive (di valori);
a differenza di quello americano e giapponese, il capitalismo europeo è stato “lavorato” al suo interno dalle lotte e dalle conquiste sindacali e da un movimento operaio che ha il suo nerbo rivoluzionario nei partiti comunisti, ossia nei partiti che sono nati con la Rivoluzione d’Ottobre, che ne sono i figli ormai adulti e che ne comprendono la portata storica e attuale criticamente;
l’Europa occidentale (come dimostra il recente atteggiamento degli USA secondo cui c’è la possibilità di una guerra termo-nucleare limitata al teatro europeo) rimane il piatto della bilancia che può spostare l’ago dell’equilibrio strategico a favo- re di un blocco o dell’altro; prospettiva per noi in entrambi i casi inaccettabile e da combattere perché la scelta sarebbe tra la piani- ficazione e il modello sovietico, se l’equilibrio si spostasse a fa- vore del Patto di Varsavia, e l’involuzione reazionaria e un nuovo fascismo, se l’equilibrio si spostasse a favore del Patto Atlantico;
l’Europa occidentale è il luogo dove i blocchi devono venire gradualmente superati, è la realtà che avrebbe più carte per promuovere la distensione e il disarmo perché è la più immediatamente e direttamente minacciata e colpita da un’eventuale deflagrazione bellica: e distensione, disarmo parallelo e superamento dei blocchi sono la garanzia pregiudiziale e sine qua non, in campo internazionale, per poter evitare che il legame tra democrazia e socialismo si riduca a bella utopia. Un movimento operaio occidentale che si muove nella strategia e nella prospettiva dell’eurocomunismo per affermarsi e avanzare, dovrebbe a mio parere osservare oggi due condizioni fondamentali.
La prima condizione è quella di adoperarsi con tutti i modi [sic] e i mezzi possibili perché i paesi del socialismo finora realizzato non si sfascino ma reggano fino a che nei paesi capitalistici il movimento operaio europeo occidentale realizzi trasformazioni che superino i meccanismi e le logiche del capitalismo
nel mantenimento della democrazia. Se è essenziale all’affermazione dell’eurocomunismo e della terza via, cioè al procedere in avanti della terza fase, che non vengano spazzate via le conquiste e le posizioni raggiunte dal movimento operaio nella seconda fase; se è essenziale all’avanzata della nostra stessa prospettiva di un nuovo socialismo che i paesi del “socialismo reale” non crollino (e non si alteri quindi l’equilibrio strategico tra i due blocchi), ne consegue che una precisazione va fatta a proposito della condanna che noi abbiamo pronunciato contro alcuni di quei paesi. E cioè:
a) l’aver noi condannato il modo coattivo e repressivo con cui si intendono bloccare i momenti di crisi (economica, sociale, politica) delle società dove un socialismo si è finora realizzato, sta a significare che noi abbiamo inteso ribadire agli occhi dei popoli e di tutto il mondo la nostra convinzione che la via a una adeguata e piena realizzazione del socialismo passa obbligatoriamente per il rispetto e il mantenimento delle regole e dei valori della democrazia;
b) le nostre condanne non mirano – anche se è stato ed è difficile evitare questo errore – a esercitare una interferenza, a operare un intervento (sia pure a parole) per appoggiare questa o quella parte o gruppo o istituzione di quei paesi, che la crisi è venuta divaricando e contrapponendo;
c) le nostre condanne non significano che riteniamo impossibili ulteriori passi avanti del socialismo fuori dalla sua affermazione nei punti più alti del capitalismo e quindi fuori del quadro democratico. L’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti, abbandonando i sospetti, le volontà di condanna e i tentativi di creare difficoltà al partito comunista italiano, comprendano invece e appoggino l’eurocomunismo come lo sbocco storico normale verso cui oggi va il processo della costruzione del socialismo, il cammino del movimento operaio rivoluzionario;
d) le nostre condanne non stanno a significare che noi abbiamo la pretesa che la inscindibilità del rapporto tra democrazia e socialismo cominci ad affermarsi da oggi nell’Unione Sovietica e negli altri paesi dell’Est europeo e asiatico. Sappiamo fin troppo bene che tali paesi – fino a quando “i punti più alti” rimangono fortilizi, sia pure assediati, del capitalismo – possono garantire la propria esistenza e le loro conquiste unicamente attraverso una protezione autoritaria.
La seconda condizione è quella di puntare tutte le energie e compiere tutti gli sforzi perché l’eurocomunismo, da un lato, sappia mobilitare, fuori di ogni spirito settario, non solo la classe operaia e le masse lavoratrici ma tutte le forze democratiche conseguenti (come si diceva una volta), conseguenti nel senso che sono decise, disponibili e pronte a combattere ogni involuzione di tipo fascista; e dall’altro lato sappia liquidando e battendo in anticipo ogni opportunismo, individuare e denunciare, isolare e sconfiggere sia quelle forze che, insinuandosi nell’ampio blocco storico di progresso che perseguiamo, vi manovrano dall’interno per rendere contraddittorio e difficoltoso il suo processo di formazione e di affermazione, sia quelle forze che soprattutto nella congiuntura attuale, tendono, per accecamento anticomunista, a dare un’interpretazione disastrosa del rapporto democrazia-socialismo, quella che comporterebbe un ritorno all’indietro di oltre sessant’anni, ossia una ripresa da parte nostra delle pratiche della socialdemocrazia degli inizi del secolo e dei venti anni tra le due guerre, riportando così il movimento operaio a conoscere la medesima sconfitta del suo tentativo di superare il capitalismo che conobbe negli anni ’10 in Europa.[…]». (da Caro Berlinguer, pagg. 237-240).
L’articolo sotto riportato, di cui ringraziamo Remocontro, ci ha permesso di fare come redazione questo sforzo di analisi.


- Germania
- 23 Settembre 2024
- rem
Il Brandeburgo salva i socialdemocratici ma la vecchia politica è in crisi
Elezioni in Germania, nella roccaforte della sinistra, socialdemocratici al 31%. l’Afd ‘troppo bruna’, cresce ma si ferma al 29%. Male la Cdu fu Angela Merkel. Cancelliere Scorlz salvo, ma la crisi della coalizione ‘semaforo’ è segnata dai Verdi che non passano il quorum e non arrivano in Parlamento. importante affermazione di BSW, partito emergente di Sahra Wagenknecht

BSW, partito emergente di Sahra Wagenknecht
La Spd vince in Brandeburgo
la Spd ha vinto le elezioni in Brandeburgo. Nonostante l’impopolare cancelliere Olaf Scholz, che il governatore uscente del Land, Dietmar Woidke, aveva tenuto lontano dai suoi comizi. Forse inelegante ma efficace, al poco generoso Woidke, è riuscito un clamoroso sorpasso sull’AfD, che era da mesi avanti in tutti i sondaggi. I socialdemocratici vincono anche migliorando il loro risultato di cinque anni fa: sfiorano il 31% contro il 26% del 2019. Anche l’ultradestra Afd migliora di ben sei punti ma si ferma al 29%. Ed è un sollievo non solo tedesco.
Democrazia salva, vecchia politica stanca
La Cdu, incassa uno dei peggiori risultati della storia a un’elezione regionale. I cristianodemocratici si fermano al 12%, un punto e mezzo dietro a BSW, il partito emergente di Sahra Wagenknecht, la sinistra populista che sta sconvolgendo la geografia politica tedesca e che promette guai a mezza Europa. Per i conservatori ‘tradizionali’, la destra modello italiano, è il peggior risultato dalla caduta del muro di Berlino. L’altra amara sorpresa di queste elezioni è il risultato dei verdi: non hanno raggiunto la soglia di sbarramento del 5%, finiscono fuori dal parlamentino regionale.
Una vittoria ‘nonostante Scholz’?
Diversi i fattori che hanno contribuito a mobilitare gli elettori progressisti e non tutti chiari su cui concordare. Prima La minaccia che il popolarissimo governatore Woidke lasciasse se la Spd fosse arrivata seconda, e il suo aver tenuto lontano da tutti i suoi comizi il Cancelliere in disgrazia. Forse opportuno, forse esagerato, col governo regionale del Brandeburgo spesso contro la linea ufficiale del ‘governo semaforo’ e contro quella iper ecologista europea riconfermata dalla sua concittadina Von der Leyen.
Difesa dei territori e nodo alleanze
Woidke si è battuto fino all’ultimo per ottenere sussidi per le miniere di lignite in Lusazia – la regione da cui proviene – e si è opposto alla loro chiusura anticipata. Ha favoito l’arrivo della Gigafactory Tesla a Gruenheide. E ora sta lottando per tenere aperti i 66 ospedali del land, nonostante le minacce di tagli del suo collega di partito da Berlino, il ministro della Sanità Karl Lauterbach, segnala Tonia Mastrobuoni su Repubblica. Woidke ha vinto la scommessa, anche grazie a una partecipazione straordinaria al voto: l’affluenza è stata del 74%, ben 13 punti sopra al 2019.
Ancora CDU, ma futuro ‘creativo’
Per formare un governo, parlerà anzitutto con la Cdu, suo attuale alleato. Ma vista la disfatta dei Verdi che non entrano in parlamento, Woidke ha già detto di non essere contrario a un’alleanza a tre con il candidato Robert Crumbach, del partito di Sahra Wagenknecht, il partito populista di sinistra in inarrestabile crescita e che preme , alla spalle della vecchia politica. Un uomo che, prima di bussare a gennaio alla porta della leader ‘rossobruna’ (definizione ingenerosa), era stato per 40 anni nella Spd.

Scissione a sinistra
Una scissione a sinistra che ha rotto tutti i collegamenti col tradizionale universo social-comunista. E una serie di principi condivisi anche dalla sua ala più moderata. L’Alleanza Sahra Wagenknecht, ‘Bsw’ (ex capogruppo di Linke in Parlamento), non ha più nulla a che fare con i sindacati, la fondazione Rosa Luxemburg, e tutte le altre realtà storicamente legate alla sinistra tedesca.
Immigrazione e Ucraina
«Chi non ha le carte in regola per rimanere se ne deve andare dalla Germania. Urge un limite all’ingresso degli immigrati. I nostri confini vanno controllati» dichiara l’ex capogruppo di Linke all’indomani dell’attentato Isis al festival di Solingen. Soluzione alla guerra in Ucraina: «rimettersi al tavolo con Putin «che è certamente da condannare» ma resta pur sempre l’interlocutore-chiave per terminare il conflitto».
Troppa Nato fa male all’Europa
«Basta essere servi della Nato e no agli euromissili del governo Scholz» è la sua frase che colpisce tra tedeschi dell’Est che fino al 1990 nel Patto di Varsavia e hanno sempre vissuto l’Alleanza atlantica come il pericolo mortale. Di fatto Sahra «ha riempito un vuoto con una politica sociale di sinistra e una politica della sicurezza di destra», sottolinea il Manifesto.
Populismi contrapposti, ma non troppo
Distinguere l’alternativa tra Bsw e ‘ala moderata di Afd non prettamente filo-nazi non è semplice. Bsw sta coi palestinesi mentre Afd nonostante l’antisemitismo nel suo Dna vede Bibi Nethanyhau come il difensore delle radici-ebraico-cristiane contro la barbarie islamica: stesso ruolo attribuito a Putin e Trump.