domenica, Agosto 16

FUGHE CELEBRI E NON SEMPRE GLORIOSE

C’era una volta…

16 Agosto 2026

di Giovanni Punzo

Per sfuggire un pericolo o trarsi fuori da una situazione scomoda, a volte, la soluzione imposta è sottrarvisi. Ci sono fughe e fughe però, anche se compierle sono re o capi di stato. Quando Giulio Cesare dovette raggiungere la sua armata a Durazzo, a Brindisi si imbarcò su una piccola imbarcazione che attraversò l’Adriatico in tempesta. Con il mantello Cesare si era coperto il volto per non farsi riconoscere: secondo alcuni storici lo fece nel timore di un attentato.

Tradito da una moneta

Nella notte tra il 21 e il 22 giugno 1791 Luigi XVI, la famiglia reale e un piccolo nucleo di fedelissimi escono di nascosto dalle Tuilleries e prendono posto su carrozze diverse. Da mesi il re è prigioniero nel palazzo, sorvegliato dalla Guardia Nazionale di Parigi, e da altrettanti mesi sta anche progettando di fuggire. Il piano sulla carta sembra perfetto ed è il re in persona che ha affidato gli incarichi e stabilito i ruoli nei più minuti particolari. Superate le porte della città esibendo documenti falsi, si aprirono le strade verso nord, ma a quel punto banali ritardi e contrattempi si susseguirono facendo in modo che nella tarda serata del 22, alla stazione di posta di Varennes, il sovrano in fuga sia riconosciuto per caso: pare che il sindaco della cittadina, dopo aver avuto tra le mani una moneta d’argento con il profilo del re, si fosse insospettito e non avesse creduto alla versione del ‘viaggiatore’. Nell’agosto 1792 fu dichiarata la fine della monarchia e proclamata la repubblica. Quanto a Luigi, dopo un processo, fu ghigliottinato il 21 gennaio 1793.

Trasloco a cura della Royal Navy

Alla rivoluzione francese seguirono in Europa altre rivoluzioni e  guerre. Alla prima campagna d’Italia di Napoleone ne seguì una seconda nel corso della quale Ferdinando IV, re di Napoli, dovette abbandonare la capitale per raggiungere la Sicilia. Con arroganza e molto convinto della saldezza del suo esercito, il re aveva dichiarato  guerra alla Repubblica Romana (effimera avventura giacobina) nel mese di novembre del 1798, ma – dopo una clamorosa sconfitta da parte del generale francese Championnet – esattamente un mese dopo il 21 dicembre era stato costretto a fuggire a Palermo sotto la protezione della flotta inglese comandata da Orazio Nelson. Mentre il re inveiva con atteggiamento poco regale e linguaggio colorito nei confronti della moglie Carolina e del suo ministro Acton imputando a loro la responsabilità della sconfitta, per giorni la flotta inglese caricò nelle stive i tesori di Napoli: gioielli, vasellame prezioso, opere d’arte, mobilio e biancheria, dieci milioni e mezzo di ducati, vale a dire tutto il residuo deposito contante del Regno, presero la via di Palermo.

Pio IX

Il 1848 è ancora salutato come ‘la primavera dei popoli’ perché quasi ovunque in Europa, da Parigi a Vienna e Berlino, si ebbero dei moti per ottenere costituzioni e riforme. Anche a Roma, ancora sotto il dominio pontificio, iniziarono dei moderati cambiamenti. Papa Pio IX, la cui elezione al soglio pontificio aveva destato qualche preoccupazione in Austria, concesse la costituzione nominando presidente del consiglio dei ministri un giurista di fama internazionale, Pellegrino Rossi. Nel frattempo – nonostante a Roma si tentasse di dare vita ad un’unione doganale tra gli stati italiani come primo passo verso l’unità – la situazione stava precipitando ed era scoppiata la guerra tra il regno di Sardegna appoggiato da alcuni contingenti italiani e l’impero d’Austria. Perduta la guerra la tensione salì ancora: fu assassinato Pellegrino Rossi e a Roma scoppiarono dei gravi disordini. A Pio IX non restò che fuggire: uscì dal Quirinale travestito da prete e su una semplice carrozza a due cavalli raggiunse Gaeta dove fu accolto non senza un certo sospetto dal re di Napoli.

Cavisottomarini

Settembre 1943: Roma-Ortona-Brindisi

Che la guerra fosse perduta era chiaro dal 25 luglio 1943 e dalla caduta di Mussolini. Il maresciallo Badoglio, diventato presidente del consiglio, iniziò in gran segreto delle trattative con gli alleati per concludere un armistizio, ma il timore dei tedeschi e di una eventuale reazione era la maggiore preoccupazione. Da quando l’armistizio fu finalmente firmato a Cassibile il 3 settembre, tra tergiversazioni e stratagemmi, si attese fino al giorno 8 la comunicazione ufficiale e scoppiò il finimondo. I tedeschi, che avevano già circondato Roma, intensificarono la pressione sulla capitale. Il re e il suo governo erano minacciati direttamente e la soluzione escogitata fu quella di raggiungere una parte d’Italia non ancora occupata dai tedeschi e vicina agli alleati che stavano risalendo la penisola. Un corteo di auto con a bordo il re, la regina, il principe ereditario, Badoglio e altri generali partì senza dirlo a nessuno. Nel frattempo l’esercito rimase senza ordini e quasi seicentomila soldati furono catturati dai tedeschi. Il re si imbarcò ad Ortona e raggiunse Brindisi, ma nelle stesse ore centinaia di convogli ferroviari trasportarono in prigionia in Germania i soldati italiani la stragrande maggioranza dei quali vi rimase per venti mesi.

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