

11 Settembre 2026
di rem
Per la prima volta dalla fine formale della dittatura, il governo cileno non organizzerà una cerimonia ufficiale per commemorare l’11 settembre, anniversario del golpe del 1973 contro Salvador Allende. Il presidente José Antonio Kast sarà impegnato in attività nella regione di Los Ríos. La decisione ha suscitato critiche anche all’interno della maggioranza, mentre l’opposizione ha chiesto al capo dello Stato di ricordare che governa tutti i cileni, comprese le famiglie delle vittime della dittatura.
Riassunto di Storia
Il colpo di Stato in Cile del 1973 fu il rovesciamento del governo democraticamente eletto presieduto da Salvador Allende da parte dell’esercito e della polizia nazionale, avvenuto l’11 settembre 1973. Evento fondamentale della storia del Cile il colpo di Stato è assurto a simbolo della guerra fredda e dell’ingerenza degli Stati Uniti d’America nelle questioni interne dei paesi dell’America Latina. Il colpo di Stato ha origine nel risultato delle elezioni presidenziali del 1970 che vide prevalere la coalizione di sinistra dell’Unità Popolare sulla coalizione di destra composta da Partito Nazionale e Democrazia Cristiana.
Diversi settori della società cilena continuavano a opporsi alla sua presidenza, così come gli Stati Uniti. L’11 settembre 1973 le forze armate cilene rovesciarono Allende, che morì durante il colpo di Stato. Una giunta militare guidata da Augusto Pinochet prese il potere.
La destra pinochettista di nuovo al potere
A 53 anni dal golpe fascista ordito dagli Usa per porre fine all’esperimento socialista di Allende, la destra pinochetista è di nuovo al governo. E sta lavorando a un altro stato di eccezione, avverte Claudia Fanti. Che a sua volta ricostruisce.
«Erano circa le nove dell’11 settembre di 53 anni fa quando Salvador Allende, asserragliato nel palazzo della Moneda insieme ai suoi fedelissimi, veniva informato che un aereo era pronto a condurlo in salvo fuori dal paese. Come se per lui la fuga fosse accettabile. «Io non rinuncerò», aveva assicurato nel suo ultimo, immortale discorso, diffuso da Radio Magallanes in mezzo a rumori di esplosioni e spari: «pagherò con la mia vita la lealtà del popolo». Così, dopo aver organizzato l’evacuazione del palazzo, Allende si era diretto al Salón Independencia, si era seduto su un divano, si era messo tra le ginocchia il fucile AK-47 regalatogli da Fidel Castro e si era sparato».
La messinscena del suicidio
Terminava nel modo più tragico, l’esperienza di governo di Unidad Popular, con le sue riforme economiche e sociali: la nazionalizzazione del rame e delle principali banche e industrie, l’espropriazione delle grandi proprietà terriere per ridistribuire la terra ai contadini e creare cooperative agricole, la tassazione delle plusvalenze, l’aumento dei salari, il miglioramento dei servizi sanitari pubblici, il potenziamento dell’accesso all’istruzione per le classi popolari. Ma era impensabile e che gli Stati uniti lo accettassero. Kissinger, all’epoca segretario di Stato di Nixon, si era attivato contro Allende addirittura prima che venisse eletto. Celeberrima, e agghiacciante, la frase da lui pronunciata in una riunione del 1970:
«Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli».
L’orrore del dopo che cercano di cancellare
Da allora i carri armati per le strade, i rastrellamenti, i sequestrati ammassati nello Stadio Nacional della capitale, diventato il più grande campo di concentramento, detenzione e tortura a cielo aperto del paese, per il quale sarebbero transitate tra le 12mila e le 20mila persone, tra studenti, operai, sindacalisti, giornalisti ed esponenti politici legati al governo deposto. Lì, in quello stadio, il 21 novembre di quell’ anno il Cile si sarebbe qualificato per i mondiali di calcio giocando da solo senza avversari, con un grottesco gol a porta vuota, a causa del rifiuto categorico dell’Unione sovietica di scendere in campo, decretato agibile dalla Fifa della vergogna, nonostante i prigionieri fossero stati semplicemente nascosti o trasferiti altrove.
Ma mentre in tutto il mondo cresceva la preoccupazione per le violazioni dei diritti umani da parte del regime di Pinochet, Kissinger nel giugno 1976 portava i suoi omaggi al macellaio cileno: «Vogliamo aiutarti, non indebolirti. Hai reso un grande servizio all’Occidente rovesciando Allende».
Il ‘Grande servizio di Pinochet all’Occidente’
Dopo 17 anni di dittatura, il «grande servizio all’Occidente» si sarebbe tradotto in oltre 3.200 persone scomparse o giustiziate e in più di 40mila vittime totali di abusi, arresti illegali e torture documentate, mentre, per il carnefice che quel servizio lo aveva offerto, i guai giudiziari sarebbero cominciati solo nel 1998, con il mandato di cattura internazionale emesso contro di lui per la scomparsa di cittadini spagnoli avvenuta durante la dittatura. Accusato di genocidio, terrorismo e tortura, Pinochet viene arrestato a Londra, ma il 2 marzo 2000 il ministro dell’interno britannico Jack Straw lo rimette in libertà permettendogli di tornare in Cile. Incriminato finalmente anche nel suo paese, riesce a farla franca evitando una condanna definitiva e morendo d’infarto nel 2006, a 91 anni.
A farla franca ha continuato anche da morto: 53 anni dopo il golpe, invece del sogno di Allende – quello dei «grandi viali per dove passerà l’uomo libero per costruire una società migliore» – è la realtà brutale della sua eredità a dominare la scena. Con l’attuale presidente che non esclude di l’indulto ai «condannati per crimini di lesa umanità commessi durante la dittatura». Pinochet, dalla sua tomba, non fa che ridere.