
di Redazione
Che nel Gruppo Gedi stesse arrivando un terremoto lo si intuiva da diverso tempo. Alla caduta verticale delle vendite dei giornali si attribuiva la causa principale. Il gruppo legato a John Elkann, che edita Repubblica e La Stampa, che possiede Radio DeeJay e Capital e che fa capo alla holding Exor, sta facendo una trattativa esclusiva con i greci di Antenna. Si parla di un pre-accordo che definisce cosa si cederà.
John Elkann ha fatto trapelare la cosa, per sbarrare la strada all’interessamento di Lmdvc di Leonardo Maria Del Vecchio. Logiche belliche legate alla ideologia della concorrenza che spesso si traducono, quando si è egemoni in una nazione o in una federazione di Stati, in vere e proprie guerre, come quella tra Unione Europea/NATO/ Ucraina contro la Federazione russa.
L’assemblea dei giornalisti del Gruppo Gedi «prende atto con profondo sconcerto dell’annuncio della proprietà della svendita di quel che resta del nostro gruppo editoriale, che in questi anni è stato smantellato pezzo dopo pezzo dall’attuale editore, John Elkann».
Hanno scoperto “con profondo sconcerto” come i padroni trattano i servi? Eppure il fatto che il contratto collettivo dei giornalisti sia scaduto dal 2016 dovrebbe un indizio probante:
Noi crediamo che i giornalisti di Gedi dovrebbero porsi una domanda: perché veniamo trattati così? Nonostante la nostra adesione all’ideologia del padrone capitalista di turno, dimostrata giorno dopo giorno e articolo dopo articolo? Ovviamente sempre e con abilità nell’uso delle parole, contro i proletari, i loro partiti e le loro rivendicazioni.
Nonostante sia palese che il padrone filosionista vi stia prendendo a calci nel sedere non volete ragionare su cosa sia veramente la libertà d’informazione. Eppure molti di voi dicono che hanno studiato e conoscono gli articoli della Costituzione.
Insomma cari giornalisti avete mai letto cosa dice l’articolo 41? “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali“.
Vi sembra che Gedi abbia svolto la sua azione privatistica nella direzione e nello spirito della Costituzione? Come ha svolto e svolge la sua funzione sociale nei confronti dei lavoratori del settore?
Siete sicuri che per fare del buon giornalismo serva avere un padrone?
La Costituzione negli articoli 42 e 43 afferma: “…La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti [cfr. artt. 44, 47 c. 2]. La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale”.
La libertà d’informazione si ottiene solo dando a tutti i lavoratori del settore la gestione di questo importantissimo comparto. Togliendo quindi dalle mani dei massocapitalisti la possibilità di veicolare solo il loro punto di vista su come e dove, deve andare il mondo e soprattutto cosa sia l’interesse generale in una nazione.
Ma voi giornalisti del gruppo Gedi senza padroni non sapete stare anche se vi presentate come liberi pensatori, voi siete la parte liberal del capitalismo, quella più forte, che ha più mezzi e che usa i reazionari come i nazifascisti nei momenti di crisi del sistema per arginare violentemente le proteste dei proletari e delle classi subalterne.
Avete oggi l’occasione di uscire dalla vostra subalterna condizione e di provare a lottare per una vera emancipazione e trasformare la vostra professione secondo l’indirizzo programmatico dell’articolo 21 della nostra Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.
E per dimostrare la forza della nostra tesi riportiamo dal libro Ipotesi di complotto? Le coincidenze significative tra le morti e le malattie dei segretari del PCI e l’attuale stato di salute dell’Italia (Carmignani Editrice 2014) quale gruppo di massocapitalisti abbia fatto nascere la Repubblica e il Giornale e che contributo abbiano dato per la creazione della piduista seconda Repubblica.

“…L’errore originario per il Partito comunista, secondo Napolitano, era quello di essere comunista.
La P1: da Mazzini al Partito d’Azione di Raffaele Mattioli
È stata l’apertura a quelle componenti massoniche l’inizio del tragico declino politico del Pci. Il principale interprete di questa infiltrazione reazionaria estrema fu il Partito d’Azione che, con uomini come Calamandrei, all’interno della Costituente si batteranno per introdurre i principi politici della massoneria e, quindi, contrasteranno la nascita della Costituzione sociale, basata sul lavoro e non sulla proprietà privata.
Si batteranno contro le componenti comuniste (in particolare contro Togliatti che l’ha proposto) e cattoliche dossettiane per non introdurre l’articolo 18, che vieta l’associazionismo segreto e quindi le attività politiche occulte della massoneria. Tutte battaglie che il Partito d’Azione perderà, assieme a quelle sull’adozione del sistema elettorale maggioritario e il conseguente “bicameralismo imperfetto” di stampo anglosassone, con una Camera alta e una bassa, tecnica di governo elaborata per bloccare le istanze dei proletari e delle classi subalterne.
Dopo le sconfitte nella Costituente, il Partito d’Azione cambia strategia: si scioglie e i suoi componenti si infiltrano nel Pci e in quasi tutti i partiti, da quello repubblicano a quello socialista, fino alla DC, continuando a proporre gli obiettivi politici e sociali che non sono riusciti a far scrivere nella Costituzione. Entrano nel Pci Alatri e Trentin, (il sindacalista che svende, nel 1980, gli operai della Fiat e Berlinguer che ne aveva sposato la causa); nel PSI entrano Riccardo Lombardi, Francesco De Martino, Tristano Codignola e Norberto Bobbio; nel PSIUP Vittorio Foa; nei radicali Bruno Zevi; nel Movimento federalista europeo Altiero Spinelli; nel PSDI Aldo Garosci, Ferdinando Facchiano e Sergio Fenoaltea, uno dei capi del “partito americano” in Italia (i suoi cugini Francesco ed Enrico saranno i notai che redigono il contratto d’affitto con Mario Moretti per l’appartamento di Via Gradoli 96, nella vicenda Moro); nel Partito repubblicano Ugo La Malfa, Oronzo Reale, Bruno Visentini, Michele Cifarelli e Leo Valiani.
Qualche parola in più sul ruolo del Partito d’Azione, che ha tratto ispirazione nel nome e negli ideali da quello creato nel 1853 da Giuseppe Mazzini, il politico liberal-repubblicano teorico del terrorismo borghese, che più che unire gli italiani lavorava al servizio della Corona britannica e dei suoi interessi geopolitici nel Mediterraneo. Nato nel 1942 dalla fusione di tre realtà preesistenti: il Movimento Giustizia e Libertà dei fratelli Rosselli (dei veri antifascisti), Alleanza Nazionale (un nome poi tornato di moda) di Mario Vinciguerra e il Gruppo Liberalsocialista di Guido Calogero e Aldo Capitini, il Partito d’Azione ha rappresentato una realtà trasversale, una struttura palese della massoneria, in grado di condizionare dall’interno le scelte della politica italiana dal fascismo fino ai nostri giorni. Un partito legato ai grandi capitali anglosassoni e quindi in Italia alla Banca Commerciale Italiana diretta dal massone Raffaele Mattioli, e al suo pupillo Enrico Cuccia, azionista di lunga data che, con Mediobanca, ha rappresentato il tramite tra gli interessi delle grandi famiglie del capitalismo italiano (Agnelli, Pirelli, etc.) con il capitale internazionale (Banca Lazard, Deutsche Bank, ecc.) che operava lungo l’asse Parigi-Londra-New York.
È proprio Enrico Cuccia che, sapendo in anticipo come finirà la seconda guerra mondiale, va in missione a Lisbona nel 1942, lo stesso anno della nascita del Partito d’Azione, su mandato di Raffaele Mattioli, Ugo La Malfa, Adolfo Tino e Ferruccio Parri, con la copertura dei filobritannici Savoia e di André Meyer della Banca Lazard, per stabilire contatti con esponenti degli Stati Uniti e gettare le basi per il capitalismo italiano nel dopoguerra. Tra Cuccia e Meyer nasce in quei giorni un sodalizio fondato su un progetto politico: quello di ristabilire il primato della finanza e del capitalismo sulla politica e contrastare con ogni mezzo il loro vero e unico nemico, il comunismo.
Enrico Cuccia aveva nella sua Sicilia un cugino assai importante: l’avvocato Vito Guarrasi del Pri, uno dei padri del separatismo siciliano, che fu presente alla firma dell’Armistizio di Cassibile. Il suo nome appare in un rapporto del 27 novembre 1944 indirizzato al segretario di Stato Usa, in cui il console generale americano a Palermo, Alfred Nester, afferma che Vito Guarrasi, assieme ad altre personalità dell’isola, fu presente a una riunione con alti ufficiali americani in cui si discusse se la Sicilia dovesse separarsi dall’Italia e dichiarare l’indipendenza. Il rapporto del console è significativamente intitolato: Formation of group favoring autonomy of Sicily under direction of Mafia che tradotto significa “Formazione di un gruppo che favorisca l’autonomia della Sicilia sotto la direzione della Mafia”. Guarrasi è l’uomo che ha rapporti con boss mafiosi del calibro di Calogero Vizzini e Giuseppe Di Cristina e che aggancia uomini della destra del Pci, come Emanuele Macaluso.
L’azionista Mattioli, invece, che era stato in ottimi rapporti con Benito Mussolini fin dalla vicenda di Fiume, è stato uno degli strateghi del sistema capitalistico italiano, capace di stringere relazioni con i vertici del Vaticano – con Paolo VI in particolare – ma che ha lavorato anche per egemonizzare la cultura politica del PCI, favorendo la penetrazione del pensiero liberal-keynesiano, per esempio finanziando la Casa della cultura, in Via Borgogna a Milano, che vide tra gli intellettuali promotori Elio Vittorini, Alberto Mondadori, Giulio Einaudi, Ernesto Nathan Rogers, Mario Borsa, oltre allo stesso Mattioli. Fondata nel 1946 da Antonio Banfi, filosofo cattolico-liberale, che nel 1948 entrerà nel PCI grazie alle aperture di Togliatti, Banfi è il maestro di Rossana Rossanda, che ne sposerà il figlio Rodolfo, responsabile dell’Ufficio studi della Banca Commerciale: un think tank da cui usciranno personaggi come Mario Monti, ma anche Dario Cossutta, figlio del più noto Armando.
La Casa della cultura, diretta da Rossana Rossanda per oltre dieci anni, è stata la fucina del migliorismo milanese e ha prodotto figure di revisionisti come Sergio Scalpelli, i gemelli Gianfranco e Giampiero Borghini, Luigi Corbani, Gianni Cervetti e Massimo Ferlini, che sarà presidente della Compagnia delle Opere dal 2000 al 2012. L’operazione della Casa di Via Borgogna è stata a tutto campo e, oltre ai miglioristi, ha sfornato anche Primo Moroni, il teorico dei centri sociali e di quella cultura anarco-nichilista estrema, anticomunista e antipartito che è servita a ghettizzare le generazioni del post sessantotto.
Il modo di lavorare, così capillare ed egemonico, di questa cupola del capitalismo è esplicitato bene dal suo teorico, Augusto Monti, che nel libro Realtà del Partito d’Azione, scritto tra il settembre 1944 e il gennaio del 1945 e stampato il 30 luglio dello stesso anno da Einaudi, afferma:
«Partito d’Azione o Partito Fascista? E il Partito Fascista non fu appunto, purtroppo, nient’altro che un partito d’azione? E il Partito d’Azione non sarà poi un partito fascista di nuova edizione? E per tornare a quegli uomini – agli uomini del P.d’A. di avanti lettera – che cosa c’era, in nome di Dio, che li distinguesse dai fascisti? Mettiamoci noi chiara la domanda prima che altri ce la formuli in pubblico come già da un pezzo la va rimuginando in privato. E rispondiamo: fino a un certo punto, e precisamente fino alla fine del 1918, niente».
Poi nel capitolo dal titolo di trotskista memoria Rivoluzione permanente, Augusto Monti afferma:
«Spieghiamoci dunque meglio: il P.d’A. non è un partito comunista, perché è un partito liberale. Anzi è il partito liberale. E’ l’idea liberale, come precedette – e storicamente preparò – il comunismo, così seguirà il comunismo e lo concluderà; la dottrina liberale comprende l’episodio comunista e gli assegna nella storia il posto che gli spetta».
I poteri che si muovono dietro al Partito d’Azione sono il vertice della massoneria, sono gli stessi che hanno realizzato il golpe nel PCI, trasformandolo in un partito liberale di massa e hanno uniformato, ai bisogni del capitale, le religioni monoteiste, i media (sempre sotto mentite spoglie utopico-progressiste), hanno plasmato il senso comune e nel contempo, a livello finanziario ed economico, operano per selezionare i manager del sistema capitalistico. Rappresentano una potenza di fuoco enorme e la breccia aperta da Togliatti ha creato le condizioni all’interno del PCI per far nascere una vera e propria corrente, quella che verrà chiamata migliorista. Perché lascia spazio a una serie di personaggi di estrazione borghese, che si agganciano particolarmente alla componente amendoliana, e nel tempo lavoreranno per isolare i quadri provenienti dalla lotta partigiana e dalle fabbriche e per dare un indirizzo sempre più liberale al PCI: Giorgio Amendola pochi mesi dopo la morte di Togliatti, in coerenza con la sua natura liberale, sul numero di “Rinascita” del 28 novembre 1964, nell’articolo “Ipotesi sulla riunificazione”, propone ai dirigenti del Partito comunista di prendere atto della crisi del comunismo e di cambiare nome al PCI e di costituire con i socialisti un unico partito «[…] né su posizioni socialdemocratiche né su quelle comuniste» (pag. 316 del libro Togliatti & Amendola. La lotta politica nel Pci, di Ugo Finetti. Ares, 2008).
Questa proposta produce all’interno del PCI lo scontro con la componente ingraiana, che invece puntava a un rapporto più stretto con la base cattolica. In quegli anni il PCI, sotto la pressione della destra interna amendoliana, si trova a sostenere un candidato alla presidenza della Repubblica come Giuseppe Saragat, che aveva spaccato il Partito socialista poco prima delle elezioni del 1948 su indicazioni atlantiche ed era sospettato di appartenenza alla massoneria. Secondo le testimonianze raccolte dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 (Vol. 2, pag. 840), Licio Gelli era di casa al Quirinale durante il settennato di Saragat dal 1964 al 1971, proprio quando si costruisce la strategia della tensione.
Gli amendoliani si alleano tatticamente con Luigi Longo: prendono in mano l’organizzazione del Partito e, in occasione dell’XI Congresso nel 1966, attuano un’epurazione di tutti i dirigenti che erano in disaccordo con le loro posizioni. Tra le vittime illustri anche Enrico Berlinguer, che era su posizioni autonome e viene allontanato dalla politica nazionale e nominato segretario del Partito nel Lazio…”
La maggioranza dei giornalisti e politici di centrodestra e di centrosinistra serve o ha servito i progetti palesi ed occulti di questi signori, compreso Silvio Belusconi l’imprenditore/politico con tessera P2 1816 che ha realizzato gran parte del progetto massonico contenuto nel Piano di rinascita attribuito a Licio Gelli.
La nascita de la Republica di De Benedetti, massone della Loggia Cavour di Torino con brevetto n. 21272 di maestro, avviene il 14 gennaio 1976, che ha il compito di togliere lettori all’Unità organo del P.C.I., per poi farlo sparire dalla scena politica, questo avviene quasi contemporaneamente con la nascita de il Giornale all’epoca di Montanelli ma che nel 1979 divenne di Berlusconi, massone P2 tessera 1816, giornale che ha il compito di organizzare, dando la linea politica alla destra democristiana. Grazie a questo lavorio masssonico oggi destra e sinistra hanno perso di senso in quanto tutti e due i poli sono filocapitalisti e atlantici guerrafondai e per questo sono intercambiabili. Con la distruzione del P.C.I. di Berlinguer si è tolto il futuro all’Italia, a tutta l’Europa e si sono sdoganati. i nazifascisti. E questo fatto è sotto gli occhi di tutti. Ma guai a farsi autocritica, da parte di questi sedicenti democratici all’americana in quota PD nelle redazioni dei giornali.
Oggi a completare il lavoro di Silvio Berlusconi e soci c’è Giorgia Meloni che si è presa il compito di assoggettare anche la Magistratura ai desiderata di tutti i massocapitalisti e quindi i giornali liberal del Gruppo Gedi non servono più. Oggi ai massocapitalisti serve il fascismo col voto inutile e tutto il potere al capo del governo e con partiti, giornali e tv completamente asserviti come sono nella maggioranza dei casi quelli di oggi a causa della mancanza di una vera opposizione che può essere solo qualla comunista.
Allo schifo politico e sociale attuale si è arrivati anche grazie a quello che è stato fatto prima dai cosiddetti giornalisti democratici o liberal contro i comunisti. E oggi ci sono troppi poveri e troppo pochi comunisti.