

17 Maggio 2026
di Antonio Cipriani
Nei giorni scorsi mi è tornata in mente la battaglia sui media contro le fake news. Con corrispondente crescita dei guru del fast checking. Tradotto in termini italiani: l’informazione si preoccupa delle false notizie e intende porre riparo. Come? Semplice, sempre traducendo: con il controllo veloce.
Mi è tornato in mente pensando alla quantità di menzogne vestite a festa che compongono il senso comune mediatico che sulle fast news, fake o non fake, hanno costruito i giornali. Insomma, un sistema informativo che imbriglia i lettori con notizie prese qua e là, di provenienza sconosciuta, senza verifiche e scritte velocemente e in modo impreciso, continua a puntare il dito sulle false notizie con questo controllo rapido che in teoria dovrebbe essere la base del mestiere giornalistico. Soprattutto, non frettoloso ma col tempo giusto, approfondendo.
Perché poi mentre cresceva la retorica delle fake news, diminuiva l’attenzione sulle notizie normali, non definite fake, che quotidianamente passano sugli organi di informazione e nelle televisioni. Notizie di dubbia provenienza, con fonti non qualificate, talvolta tristemente incappucciate. O, peggio ancora, notizie dimezzate, passate in modo rapido e impreciso per non avere valore informativo. Insomma, il sistema ha alzato un polverone su un aspetto, facendo finta di non vedere le omissioni, la cattiva coscienza; le notizie sul lavoro e sulla vita di ognuno di noi ignorate e quelle sui Garlasco di turno fatte esplodere a occupare tutto lo spazio mediatico.
Cosi vanno le cose. Poi quando vedo i guru di sempre spiegarcele mi sento male. Soprattutto pensando alle loro lunghe discussioni sui divani buoni amicali, sfibranti per loro, noti guardiani del diritto del più forte a stabilire le regole del gioco, a decidere ciò che è giusto e ciò che non lo è. A stabilire, tra un buon vino d’annata e un inglesismo fast, ciò che è vero e ciò che non è vero. O per dirla meglio non è truth.