

19 Agosto 2026
di rem
Una forca per l’impiccagione e “cabine di osservazione” per i parenti: Ben-Gvir supervisiona i lavori del centro per la pena di morte per i palestinesi condannati per terrorismo. «Avevo promesso di peggiorare le condizioni dei terroristi nelle carceri e abbiamo mantenuto la promessa. Avevo promesso di approvare la legge sulla pena di morte e l’abbiamo fatto. E ora anche il braccio della morte e l’area per le esecuzioni stanno prendendo forma», vanta il ministro israeliano.
La disumanità cerca altri voti barbari
Una forca al centro di un reparto carcerario e, tutt’attorno, cabine da cui i parenti delle vittime potranno guardare. È il cantiere che il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir ha voluto mostrare ieri, 18 agosto: un’area per le esecuzioni per impiccagione dei palestinesi condannati per terrorismo, in allestimento dentro il braccio della morte di una prigione del centro di Israele, arroganza della disumanità esibita diffusa nel dettaglio dal glorioso settimanale l’Espresso.
La vanteria politica
«Avevo promesso di peggiorare le condizioni dei terroristi nelle carceri e abbiamo mantenuto la promessa – ha dichiarato Ben-Gvir su Telegram -. Avevo promesso di approvare la legge sulla pena di morte per i terroristi e l’abbiamo fatto. E ora anche il braccio della morte e l’area per le esecuzioni stanno prendendo forma». Ben-Gvir esibisce la sua disumanità come merito politico a favore di consensi disumani quanto lui e la sua gang-partito, in attesa di resa dei conti con la giustizia del mondo.
Dettagli sulla ‘Camera della morte’
Le “cabine di osservazione” saranno riservate alle vittime del terrorismo e ai loro familiari, che potranno assistere alle impiccagioni “come avviene in molti Paesi”, con permessi di ingresso dedicati. L’ubicazione esatta del sito non è stata resa nota: nel reparto verranno trasferiti i condannati in attesa dell’esecuzione e la forca sarà collocata al centro dell’ala. «Stiamo facendo la storia», azzarda il ministro con molte confusioni in testa. «I nostri terroristi meritano una sola cosa: la morte per impiccagione”. Il messaggio è arrivato in un video girato davanti al cantiere, a poco più di due mesi dalle elezioni politiche del 27 ottobre».
Ministro della forca
Il leader di ‘Otzma Yehudit’, la sua ‘gang-partito’, ha spinto per la legge sin dall’inizio del suo mandato, indicandone l’approvazione come condizione dell’accordo di coalizione con Benjamin Netanyahu, e ha poi legato a essa anche il sostegno del partito alla legge di bilancio. Quando il testo superò la prima lettura, nel novembre 2025, festeggiò distribuendo dolci ai parlamentari – l’immagine diventata simbolo di quella campagna. Fino a quel momento il provvedimento era stato frenato dai vertici politici e di sicurezza, che temevano ripercussioni sui negoziati per la liberazione degli ostaggi israeliani a Gaza.
L’Israele truce di Netanyahu
La legge è passata in via definitiva il 30 marzo con 62 voti favorevoli e 47 contrari, con Netanyahu in aula a votare a favore e rende l’impiccagione la pena predefinita per i palestinesi condannati dai tribunali militari per attentati mortali, mentre ammette il carcere a vita «solo in circostanze speciali non meglio definite e fissa l’esecuzione entro 90 giorni dalla sentenza». Una norma di fatto esclude i terroristi ebrei. Il 17 maggio dal Comando Centrale, il generale Avi Bluth ha firmato l’ordine che la rende operativa in Cisgiordania. A giugno Ben-Gvir ha nominato sei familiari di vittime del terrorismo, “ispettori ufficiali” sull’attuazione.
La forca e il nazismo
In Israele la pena capitale è stata eseguita sino ad oggi una sola volta, con l’impiccagione del criminale nazista Adolf Eichmann nel 1962. Contro la forca ‘BenGvir-Netanyahu’ esistono ricorsi all’Alta Corte presentati da Adalah e da altre organizzazioni per i diritti umani insieme a deputati arabi, che la definiscono una negazione del diritto alla vita e una pena crudele rivolta essenzialmente ai palestinesi.
Il giudice ebreo di turno ha però rifiutato di congelarne subito l’applicazione. Prima del voto finale i ministri degli Esteri di Italia, Germania, Francia e Regno Unito avevano chiesto alla Knesset di ritirare il testo, mentre esperti Onu ne avevano denunciato il carattere discriminatorio