

22 Giugno 2025
di Giovanni Punzo
L’Iran che già costò all’America un presidente
Nella notte tra il 24 e il 25 aprile 1980 forze speciali americane tentarono di liberare cinquantadue dipendenti dell’ambasciata americana a Tehran trattenuti da mesi come ostaggi dal regime khomeinista. Si trattò del maggiore fallimento delle forze speciali Usa. La ‘crisi degli ostaggi’ costituì il momento di maggior tensione tra Stati Uniti ed Iran, almeno fino ad oggi. E costò la rielezione al presidente Carter. Mentre adesso Trump ‘riflette’ su cosa fare nella nuova crisi.
La crisi degli ostaggi
All’inizio del 1979, a settimane dalla fuga dello scià, la situazione in Iran era ancora in effervescenza, né Khomeini aveva assunto il potere definitivamente. Tuttavia, nei confronti degli Stati Uniti, che nel 1953 con un colpo di stato avevano rovesciato il governo di Mossadeq e reinsediato lo scià sul trono, esisteva un forte e crescente clima di sospetto che si acuì diventando vera propria avversione di fronte al rifiuto americano di consegnare il fuggitivo per un processo in Iran.
Il 4 novembre si svolse una delle tante manifestazioni che chiedevano l’estradizione del sovrano deposto, ma questa volta fu anche occupata l’ambasciata americana. Se il gesto fosse stato preordinato con il regime degli ayatollah – in quei giorni infatti lo stesso Khomeini aveva lanciato pesanti accuse agli Stati Uniti – o si fosse trattato di una semplice manifestazione della folla sfuggita di mano, è ancora oggetto di discussione, ma resta il fatto che personale all’interno fu preso in ostaggio per ottenere la consegna dello scià e si avviò una spirale di tensione che si sarebbe conclusa solo più di anno dopo.
Sei membri del personale dell’ambasciata riuscirono comunque a fuggire ottenendo protezione dalla sede diplomatica canadese e in maniera avventurosa lasciarono l’Iran, mentre altri tredici (donne, afroamericani e un ammalato) furono liberati in seguito per ‘motivi umanitari’. Il sequestro suscitò indignazione non solo negli Stati Uniti, ma anche in altri paesi perché in ogni caso rappresentò una clamorosa violazione delle consuetudini diplomatiche, senza contare la stessa situazione degli ostaggi, prigionieri all’interno dell’ambasciata fino al maldestro tentativo di liberarli, dopo il quale furono divisi e internati sotto stretta sorveglianza in luoghi diversi.
Operazione «Eagle Claw»
Alla fine degli anni Settanta sulle forze armate degli Stati Uniti pesava ancora l’esperienza negativa del Vietnam, riassunta dalla stampa americana nell’immagine di un potente martello impugnato da un braccio vigoroso che comunque non era riuscito a schiacciare i vietcong, ma poteva ancora farlo con l’Unione Sovietica. Nel caso della liberazione si trattò di un’operazione completamente diversa: si sarebbe dovuto usare un bisturi manovrato a distanza in uno scenario del quale non si conosceva abbastanza.
Data questa premessa – in cui la pianificazione sarebbe dovuta durare mesi, mentre sembra invece che tutta l’operazione sia stata concepita in quarantotto ore – l’esito infelice ne fu una naturale conseguenza. «Eagle Claw» (artiglio dell’aquila), nome dell’operazione, era tutto sommato semplice, forse troppo: quattro aerei e otto elicotteri da trasporto, volando al di sotto della quota radar per non essere intercettati, sarebbero atterrati nel deserto abbastanza lontani da Teheran. Soldati trasportati dagli elicotteri avrebbero liberato gli ostaggi dall’ambasciata ritrasportandoli nella base provvisoria nel deserto da cui gli aerei sarebbero decollati.
A parte il vento molto forte che limitò la visibilità (e non la ‘tempesta di sabbia’ di cui si parlò poi), tutto andò storto, a cominciare dal fatto che per errore un razzo americano colpì una cisterna di benzina di contrabbando sollevando una colonna di fuoco e fumo visibile a chilometri di distanza. Poi toccò ad un furgoncino con civili iraniani che furono fermati ed infine cominciarono i guasti ai velivoli. Prima ancora di iniziare il volo verso Tehran – che comunque distava ancora centinaia di chilometri – gli elicotteri funzionanti erano così diventati cinque. Fu a questo punto che direttamente dalla Casa Bianca fu dato l’ordine di rientro. E al momento della partenza si verificò l’incidente mortale nel quale persero la vita otto militari americani.
Conseguenze politiche americane
Per la propaganda iraniana si trattò di una circostanza sfruttata davanti ai media di tutto il mondo, mentre per gli Stati Uniti divenne un’umiliazione. Il fallimento dell’operazione presso l’opinione pubblica americana si trasformò nella causa principale della sconfitta elettorale del presidente Carter: in realtà Carter godeva ancora di un certo prestigio che gli aveva consentito ad esempio di ottenere la designazione a candidato ufficiale democratico sconfiggendo un candidato di prestigio come Ted Kennedy. Tuttavia nel dicembre 1979 l’Unione Sovietica aveva iniziato l’invasione dell’Afghanistan, si era verificato l’incidente nella centrale nucleare di Three Mile Island e l’economia non si era ancora ripresa dalla crisi petrolifera, per cui oggi si può dire che le cause furono molteplici.
Dove invece si fece sentire il peso maggiore della crisi degli ostaggi e del fiasco militare, fu invece sulle relazioni bilaterali tra l’Iran egli Usa che praticamente non si normalizzarono più ed anzi si complicarono durante la seconda presidenza Reagan con interventi militari statunitensi nel Golfo Persico e l’abbattimento per errore di una aereo di linea iraniano da parte americana.
Chiarite oggi le circostanze e seguendo la cronologia degli eventi fu proprio Carter però a sostenere la via del negoziato per la liberazione degli ostaggi: grazie alla mediazione dell’Algeria e all’opera di Warren Christofer, al tempo vicesegretario di Stato, fu siglato un accordo per la consegna degli ostaggi all’ambasciata del paese nordafricano dopo quattrocentoquarantaquattro giorni di detenzione. Era il 18 gennaio 1988, il giorno del giuramento del nuovo presidente alla Casa Bianca (con un sospettato scambio di favori per favorire la vittoria di Reagan-Bush su Carter, NdR). Ostaggi iberati materialmente il 21 e trasferiti negli ospedali militari delle basi Nato in Germania.
