

20 Gennaio 2026
- di rem
Davos, il World Economic Forum nel primo compleanno della presidenza Trump a fare i conti in tasca del nuono mondo. Dazi, guerre, IA, Usacentrismo. E la visita di Trump si prospetta di strettissima attualità, all’indomani della tensione crescente con i Paesi Ue, e delle minacce di dazi per gli Stati che si sono apertamente opposti alle sue mire espansionistiche sulla Groenlandia.

Il primo compleanno ed è già troppo
Dopo il ‘rodaggio’ del primo mandato, la presidenza Trump si esprime nella sua pienezza. Suprematismo identitario, anarco capitalismo e millenarismo apocalittico.
«E il mondo ha imparato riconoscere i gerarchi che coniugano la ferocia ed il grottesco del regime: Stephen Miller, architetto squilibrato della pulizia etnica, Russel Vought, sovrintendente alla «decostruzione dello stato amministrativo» e picconatore del patto sociale, Pete Hegseth, ministro delle guerre in versione Marvel, Pam Bondi, gendarme incaricata delle vendette personali del presidentissimo», la sintesi di Luca Celada. «E comprimari come il telepredicatore Mike Huckabee emissario dei ‘sionisti evangelici’ presso il genocidio di Netanyahu, Smodrich e Ben Gvir, e Gregory Bovino, reichsfürer dei commando Ice e patito di sartorialità nazionalsocialista».
Un sunto per gli ospiti di Davos
«Un sunto parziale di un regime con infinite risorse per nuocere e il gusto della sopraffazione proprio dei troll di internet. La banalità del male si sarebbe detto, declinata per il 21esimo secolo attraverso le ramanzine geopolitiche di JD Vance e Marco Rubio. Sopra a tutto un’oligarchia complice di uno storico peculato articolato in cripto affari e smercio di indulgenze, il lucro ostentato della dinastia Trump. ‘La mia moralità è l’unico limite’ proclama il supremo comandante in capo dalla Casa bianca trasformata in palazzo turkmeno».
Ancora per quanto?
Una possibile indicazione sono i sondaggi d’opinione americana sulla punizione «esemplare» inflitta al Minnesota. Il 60% che ritiene oltrepassata ogni misura, sarebbe il serbatoio di voti necessario ad un riequilibrio nei mid-term di novembre – sempre che ci si arrivi dopo un altro anno forsennato, ribadisce il manifesto. «Ma la storia insegna che i fascismi hanno la vocazione, la fatale attrazione per le guerre, la tragedia necessaria ad esaurirne l’energia». E dopo l’ammonimento severo di Celada sul primo anno di catastrofica presidenza Trump dagli Usa sul mondo, adesso alla puntata di prepotenza planetaria che sta per cadere sul mondo da Davos.
L’America meno amata di sempre
E siamo a Davos, Svizzera, Europa. Prima dell’arrivo dei grandi, gli arrabbiati. Le proteste contro tutto ciò che la kermesse economica mondiale rappresenta. Trump rappresentante del peggio di tutto. «La partecipazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump all’incontro rende ancora più importante sollevare una voce contraria». I manifestanti chiedono la fine del capitalismo e delle guerre, misure contro il collasso climatico e auspicano una democratizzazione dell’economia. Tutto il contrario di Trump e della sua rozzezza planetaria.
Usa a Davos modello Venezuela
Con Trump , l’America arriverà in forze al Forum di Davos. Presente ed agguerrita una folta delegazione americana all’insegna del «Maga – Make America Great Again». Il presidente del Wfe, ha assicurato che in questa edizione sarà presente ‘la delegazione americana maggiore di sempre’. Come la flotta Usa nei Caraibi. Con lui sono attesi il segretario di Stato Marco Rubio, quello del Tesoro Scott Bessent, il segretario al Commercio Howard Lutnick e quello dell’Energia Chris Wright. Oltre gli inviati speciali Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner. In agenda anche un ‘focus speciale’ fra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, esteso- almeno per il momento- ai Volenterosi e al segretario generale della Nato che rimane, Mark Rutte.
Ciclone Trump sul «globalismo»
«Davos mentre il mondo attraversa una fase di transizione inquieta, tra rallentamento economico, riallineamenti geopolitici e un’accelerazione tecnologica che corre più veloce delle regole», la sottolineatura di Paolo M. Alfieri su Avvenire. Il titolo del Forum quest’anno, ‘A Spirit of Dialogue’, suona quasi come una necessità, per quel dialogo che sembra spezzarsi su più fronti. Il Forum si è aperto infatti nel contesto geopolitico più complesso dal secondo dopoguerra, come ha ammesso lo stesso presidente del Wef, Borge Brende. Guerre aperte ai confini dell’Europa, il conflitto in Medio Oriente, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, la crisi dell’ordine multilaterale, la frammentazione degli scambi e delle catene del valore.
Previsioni verso il peggio
A fotografare il clima è il Chief Economists’ Outlook, pubblicato alla vigilia. «Il 53% dei capi economisti interpellati prevede un peggioramento delle condizioni economiche globali nel 2026. Gli Stati Uniti mostrano prospettive in miglioramento, con il 69% che si aspetta una crescita moderata e l’11% ‘forte’, l’Asia sudorientale corre trainata dall’India, la Cina resta in una zona grigia. L’Europa appare l’anello più debole: una guerra dei dazi con gli Usa, ha avvertito il cancelliere tedesco Merz, danneggerebbe tutti». Grandi presenze e poche certezze. In questo scenario Davos riunisce quasi 3.000 partecipanti da oltre 130 Paesi. Circa 400 leader politici, tra cui quasi 65 capi di Stato e di governo. il presidente Usa arriva da protagonista e, secondo molti osservatori, rischia di ribaltare l’equilibrio multilaterale che Davos ha sempre rivendicato come propria cifra.
Opportunismi filo Trump
Molti osservatori fanno notare come l’agenda del Forum di quest’anno sembra aver messo al bando il globalismo liberal, nella Washington di oggi bollato come ‘woke’ (attenti alle ingiustizie sociali, economiche e razziali), forse per ‘omaggio’ a Trump. A differenza dagli anni scorsi, non c’è infatti in programma nessun riferimento ai cambiamenti climatici o alla necessità di una transizione energetica, solo la promessa di affrontare «le questioni più importanti per popoli, economie e pianeta». In secondo piano ambiente e sostenibilità, sparite le sessioni dedicate a ‘diversity’, equa tassazione, anti-corruzione, eguaglianza di genere e giustizia sociale, sostituite da formulazioni come «costruire la prosperità all’interno dei confini planetari» o «investire nei popoli».
Segno dei tempi, forse, in un sistema internazionale sempre più frammentato e diffidente. Davos non decide formalmente nulla, ma influenza molto: è il luogo in cui si misurano rapporti di forza e si intrecciano interessi. In mezzo a tante contraddizioni globali, anche quest’anno, tra montagne innevate e porte chiuse, si prova a capire in che direzione andare.