

12 Febbraio 2026
- di Piero Orteca
Elezioni presidenziali e referendum popolare sul trattato di pace il passaggio obbligato, affinché l’Ucraina continui a godere dell’assistenza americana. Più che un invito, un vero e proprio ultimatum che -rivela il Financial Times-, Zelensky si sarebbe impegnato a rispettare entro il 15 maggio. Anche se, per ora, il governo di Kiev tace.

Due visioni della guerra
Ormai lo sanno pure le pietre: Trump non vede l’ora di fermare, in qualche modo, la selvaggia mattanza in Ucraina. Una guerra che sta finendo di mandare all’aria i residui e fragili equilibri politici internazionali, così come si erano parzialmente stabilizzati dopo la fine della Guerra fredda. Una crisi senza fine, che ha di fatto abbastanza compromesso le relazioni transatlantiche, tra Washington e l’Europa, e che ha accelerato lo spostamento verso l’Indo-Pacifico del centro di gravità strategico (politico, militare e commerciale) del pianeta. Insomma, l’Europa conta improvvisamente molto di meno e gli Stati Uniti si vogliono sganciare. Pensano, dunque, un po’ cinicamente, di lasciare gli alleati di una vita a cuocere nel loro brodo, per concentrarsi sul ‘competitor’ più pericoloso. La Cina. Per questo hanno bisogno di spostare progressivamente risorse, uomini e mezzi, dal Vecchio continente verso l’Asia. Insomma, l’Europa se la dovrà sbrigare da sola con Putin e, per parlare di cose più pratiche (e di soldi) probabilmente dovrà farsi carico, quasi interamente, della ricostruzione dell’Ucraina. Un processo costoso, che si presenta sempre più impegnativo, mano a mano che la guerra va avanti. Finora i ‘poteri forti’ europei, a torto o a ragione, non hanno però condiviso la fretta ‘pacificatrice’ di Trump. Anzi. Diciamo che da Macron a Merz, fino alla Von der Leyen, in diversi si sono messi di traverso, ‘frenando’ la disponibilità di Zelensky alla trattativa. C’è infatti negli ‘alti comandi’ occidentali la convinzione che, fino a quando gli ucraini continueranno a morire in prima linea, Putin sarà così logorato da non poter cullare nuovi sogni imperialistici.
Washington dà l’ultimatum
Ma il tempo stringe, il marasma internazionale aumenta e le elezioni di ‘Mid term’ americane incombono. E se il Presidente Usa non vorrà perdere la maggioranza del Congresso, diventando una ‘anatra zoppa’, un Presidente dimezzato, dovrà aumentare il suo gradimento in economia e in politica estera. Chiudere la tragedia ucraina con qualsiasi tipo di trattato (anche una sorta di ‘armistizio coreano) sarebbe certamente un colpaccio per Trump, in termini di consenso. Ecco cosa rivela (in esclusiva) il Financial Times: «Zelensky pianifica elezioni in Ucraina e voto per un accordo di pace. L’Amministrazione Trump ha fatto pressione sul leader ucraino affinché tenga entrambe le votazioni entro il 15 maggio o rischierà di perdere le garanzie di sicurezza». Secondo il quotidiano finanziario londinese, Kiev ha cominciato a pianificare elezioni presidenziali e referendum solo sotto le violente pressioni esercitate dalla Casa Bianca. Il programma è in linea con le aspettative elettorali di Trump, che ha parlato esplicitamente di siglare assolutamente l’intesa con Putin entro giugno. Zelensky, parlando con i giornalisti, ha ribadito che l’Amministrazione Usa pretende anche un programma organizzativo elettorale chiaro e trasparente. Una richiesta, aggiunge il FT, che dovrà tenere conto del fatto che il Paese è sotto legge marziale, milioni di lettori sono sfollati e che, inoltre, il 20% del territorio è occupato dalle forze russe.
Buon viso a cattivo gioco?
Il Financial Times è prodigo di particolari nel dare la notizia delle possibili elezioni in Ucraina e dei retroscena che potrebbero portare a questa decisione. Diplomatici di alto livello ucraini ed europei coinvolti nella questione, sostengono che Zelensky potrebbe annunciare i particolari del piano per le elezioni presidenziali e per il referendum il 24 febbraio. Una data simbolo, in quanto si tratta del quarto anniversario dell’invasione russa. Pur certo delle sue fonti, il giornale londinese tuttavia sottolinea che mancano finora conferme ufficiali della notizia. Alti funzionari, invece, giudicano la proposta americana ufficiosamente confermata, ma sostanzialmente irrealistica. Proprio per le insormontabili difficoltà organizzative alle quali accennavamo prima. In verità, dicono queste fonti, Zelensky si sarebbe deciso ad accettare il diktat di Trump, giudicandolo irrealizzabile, solo per dimostrargli la sua buona fede e con l’obiettivi di non irritarlo oltremodo. Certo, la situazione resta caotica e altri analisti vedono nelle titubanze ucraine lo specchio di palesi fratture che attraversano la società e la politica del Paese. E che sicuramente avranno ripercussioni anche alle Presidenziali, visti i sondaggi sulla popolarità di Zelensky, dati sicuramente in calo dal Financial Times.
Ma Kiev smentisce
Come nel più classico dei giochini dell’oca, la pace in Ucraina fa sempre un passo avanti e due indietro. Le speranze alimentate dal Financial Times, con la notizia su elezioni presidenziali e referendum, sono state subito smentite dall’Ufficio di Zelensky, contattato dal Kiev Indipendent. Il giornale apre la sua edizione di ieri titolando sul fatto che “Zelensky non annuncerà nessuna elezione nell’anniversario della guerra”. L’Indipendent spiega: «Al momento, il Presidente Volodymyr Zelensky non ha intenzione di annunciare elezioni presidenziali o un referendum su un possibile accordo di pace con la Russia il 24 febbraio, ha dichiarato una fonte dell’Ufficio presidenziale a conoscenza della questione. ‘Non aveva intenzione di farlo’, ha detto la fonte quando le è stato chiesto se il Presidente avrebbe fatto un annuncio del genere il 24 febbraio. ‘Quando non c’è sicurezza, non c’è nient’altro’, ha concluso».
E batte cassa
La guerra costa e, a poco a poco, sta per diventare un fardello fin troppo significativo per l’Europa. Mercoledì il Parlamento dell’Unione ha approvato un prestito complessivo di 90 miliardi di euro per l’Ucraina. In un comunicato si legge che «60 miliardi di euro serviranno a rafforzare la difesa, mentre 30 miliardi andranno all’ assistenza macrofinanziaria e come sostegno al bilancio. Kiev dovrà impegnarsi a proseguire le riforme democratiche e la lotta alla corruzione. Il prestito sarà finanziato tramite indebitamento comune dell’UE. L’Ucraina lo rimborserà una volta ricevute le riparazioni di guerra dalla Russia».
Naturalmente, a quest’ultima condizione non crede proprio nessuno. Saranno invece i contribuenti europei, con le loro tasche, a dover continuare a sostenere le mille battaglie di Zelensky. A questo punto, l’impegno ad andare a elezioni può anche essere considerato una sorta di ‘garanzia democratica’, offerta dagli ucraini per poter incassare i corposi aiuti finanziari in arrivo da Bruxelles.