di Redazione

Pubblichiamo un articolo del compagno Angelo Ruggeri del 2002 che ripercorre gli errori commessi dalla cosiddetta “sinistra”. Un articolo utile per capire chi sono stati quelli che hanno tradito i compagni di Partito e i Padri Costituenti.
FEDERALISMO (La Prealpina, novembre 2002)
di Angelo Ruggeri (Centro “Il Lavoratore)
In una politica in cui non contano le idee ma solo l’empirismo e i politici non vogliono più studiare ma solo apparire e comandare, si continua a discutere senza vera cultura del “federalismo”, che “destra della sinistra” e “sinistra della destra” classificano più come parola che come sostanza. Non volendo ammettere che il “federalismo” – respinto dalla Costituente – è incostituzionale e che per ciò, senza una rottura costituzionale, fallita da ben tre commissioni bicamerali, ogni revisione “federale” è impedita dai principi della “Repubblica unica e indivisibile”.
La bicamerale D’Alema, però, ha dato frutti avvelenati: cercando d’allearsi con la Lega, i DS hanno usato la Costituzione come merce di scambio, elaborando un “federalismo” tra virgolette. Con questo, fallita la bicamerale, truccarono semanticamente da “federalismo” la loro “devoluzione” di modifica del Titolo V della C. Creando “appetiti”, “ambiguità e strascichi devianti”, come dicemmo nella “Analisi del Documento programmatico VII Legislatura della Regione Lombardia”, commissionataci dalla CGIL Lombardia (Centro “Il Lavoratore”, settembre 2000, Milano).
Era facile prevedere (vedi il nostro “Si scrive federalismo si legge privatizzazione”, Prealpina 5/10/01), che “il pseudo e quindi più pericoloso federalismo dell’Ulivo, è l’anticamera” ambigua di ogni “di più” di “federalismo declamatorio”, qual è anche la “devoluzione” leghista, e del presidenzialismo. Contro cui il principale responsabile di tutti gli “strascichi devianti”(D’Alema), ha avuto la faccia di proclamare: “li fermeremo con il referendum” (sic), plaudito dell’estrema destra referendaria radical-pannelliana.
Persino un Sartori ora ammette che “la sinistra ha fatto da battistrada” alla destra e alla “devolution” leghista; e che si è detta “federalista per opportunismo elettorale“, pur se “il federalismo” non è “di sinistra”. (Corsera, 23/11/02). Infatti è cultura di destra assunta dalla c.d. “sinistra” (“Poco spremuti ma nessuno contento”, Prealpina 6/11/02).
Per quanto si dubiti che a “sinistra” si sia in grado di intelligere sulla “vexata questio” dello stato, vero tallone d’Achille delle presunte “sinistre”, si vuole qui insistere nel ricordare, almeno per la storia, che il “federalismo” è diventato tema per due questioni concorrenti, legittimate dalla “sinistra”: il leghismo e la sovranazionalità. Inseguendo la Lega da un lato e l’Europa dall’altro, si è incrociato il “federalismo” “interno” con quello “esterno”, in un vuoto su che cosa è veramente, che ha del tutto ignorato che è una concentrazione di potere nei vertici di stati e regioni, che annulla il territorio-sociale. Come negli USA, dove il “cittadino” scompare e non ci sono più “soggetti sociali” organizzati se non come persona giuridica (cioè, l’impresa. Una forma sofisticata e autoritaria che, secondo i canoni classici e neoclassici della separatezza tra economia e stato, più di altre assume il primato dell’economia, facendo dello stato “sovrano” il meccanismo che, in tale separatezza, opera in funzione del potere capitalistico, agendo sulla parallela scissione tra “cittadino” soggetto “privato” e “cittadino” soggetto “sociale”. Col fine di sostenere il produttore capitalista nel nome dello sviluppo dell’economia stessa.
Si guardi al carattere fondante dei rapporti economici messo in luce dalle tappe di costruzione del federalismo europeo, che ha per suo nucleo di fondo la garanzia della libera concorrenza economica, e “solo” come suo “contorno” le norme istituzionali e sulla cittadinanza, che plasticamente sanciscono il carattere derivato del diritto e delle istituzioni dal sistema determinato e determinante dei rapporti di produzione. E’ “federalismo dell’economia di mercato”, del processo produttivo. La forma più amata dal grande capitale industriale e finanziario, che la Lega dice di contrastare ma di cui è succube e sposa sul piano “interno” le forme di potere, perché ha la sua stessa ideologia: quella d’impresa. La stessa ideologia assunta dalla “sinistra”, che l’ha portata a legittimare e inseguire la Lega, e a far nascere Berlusconi sposando l’economicità contro la socialità (in trasporti, sanità, scuola, economia); e poi a sostenere l’Europa di Maastricht, disegnata dai monetaristi che da Chicago si sono riversati in Europa.