
di Redazione
Prendiamo spunto dall’articolo che alleghiamo di REMOCONTRO per tentare una riflessione sulla deriva d’Israele in senso fascista e antimondo e sue istituzioni come l’ONU e la Corte internazionale di giustizia.
Lo abbiamo scritto e pubblicato diverse volte la migliore analisi che spiega quello che sta accadendo oggi tra israeliani e palestinesi l’ha scritta nel 1843 l’ex ebreo Karl Marx ne La questione ebraica. L’unica analisi seria sull’ideologia che unifica, partendo da quella ebraica, le religioni monoteistiche – comprese quelle occulte come il wotanismo nazista e quello massonico del grande architetto dell’universo – con particolare attenzione al protestantesimo cristiano e ai suoi risvolti mercificanti emersi con la nascita degli Stati Uniti, essendo il paese che meglio ha sviluppato la vera essenza del rapporto tra la divinità, la ricchezza, il denaro e la politica. L’imperialismo USA essendo la nazione egemone su tutto l’Occidente ha ovviamente diffuso con il modo di produzione capitalistico e con la sua circolazione monetaria, il suo giudaismo in tutte le nazioni che controlla, trasformandoci così tutti, come afferma Marx in giudei. Ecco la ragione per cui contro Israele, anche se si comporta come un paese nazista, la politica dei paesi occidentali non può nulla… salvo se smettiamo di essere adoratori del denaro e delle merci. Come lavoratori dobbiamo superare la condizione di lavoratori salariati e lottare conseguentemente per eliminare la circolazione monetaria, costruendo una realtà politico-sociale dove l’ora di lavoro delle persone prestata alla società, sono il nuovo parametro universale per avere beni e servizi. Superando il consumismo insito nel valore di scambio attuale della società giudaizzata e riposizionando il valore d’uso delle merci, antitetico al consumismo, di una società solidale e comunista.
Riportiamo per chiarezza espositiva un illuminante brano tratto da La questione ebraica di Karl Marx:
“Dato che alla fine della Questione ebraica Bauer aveva concepito il giudaismo solo come la grossolana critica religiosa al cristianesimo, e aveva quindi conferito ad esso un’importanza “soltanto” religiosa, era da prevedersi che anche l’emancipazione degli ebrei si sarebbe trasformata in un atto filosofico-teologico.
Bauer intende l’essenza ideale astratta dell’ebreo, la sua religione, come la sua intera essenza. A ragione perciò egli conclude: “L’ebreo non dà nulla all’umanità quando sdegna per se stesso la sua legge limitata”, quando sopprime interamente il suo giudaismo (p. 65).
Il rapporto tra gli ebrei e i cristiani diviene di conseguenza il seguente: l’unico interesse del cristiano all’emancipazione dell’ebreo è un interesse generalmente umano, un interesse teoretico. Il giudaismo è un fatto oltraggioso per l’occhio religioso del cristiano. Non appena il suo occhio cessa di essere religioso, questo fatto cessa di essere oltraggioso. In sé e per se, l’emancipazione dell’ebreo non è un lavoro per il cristiano.
L’ebreo, viceversa, per liberarsi ha da sostenere non soltanto il suo proprio lavoro, ma anche il lavoro del cristiano, la Critica dei sinottici, la Vita di Gesù [1], ecc.
“Questo è affar loro: essi determineranno a se stessi il proprio destino; la storia però non si lascia beffare” (p. 71).
Noi cerchiamo di rompere la formulazione teologica della questione. La questione della capacità dell’ebreo ad emanciparsi si trasforma per noi nella questione di quale particolare elemento sociale sia da superare per sopprimere il giudaismo. Infatti la capacità ad emanciparsi dell’ebreo d’oggi è il rapporto del giudaismo verso l’emancipazione del mondo di oggi. Tale rapporto risulta necessariamente dalla posizione particolare del giudaismo nell’asservito mondo odierno.
Consideriamo l’ebreo reale mondano, non l’ebreo del Sabbath, come fa Bauer, ma l’ebreo di tutti i giorni.
Cerchiamo il segreto dell’ebreo non nella sua religione, bensì cerchiamo il segreto della religione nell’ebreo reale.
Qual è il fondamento mondano del giudaismo? Il bisogno pratico, l’egoismo.
Qual è il culto mondano dell’ebreo? Il traffico. Qual è il suo Dio mondano? Il denaro.
Ebbene. L’emancipazione dal traffico e dal denaro, dunque dal giudaismo pratico, reale, sarebbe l’autoemancipazione del nostro tempo.
Un’organizzazione della società che eliminasse i presupposti del traffico, dunque la possibilità del traffico, renderebbe impossibile l’ebreo. La sua coscienza religiosa si dissolverebbe come un vapore inconsistente nella vitale atmosfera reale della società. D’altro lato: se l’ebreo riconosce come non valida questa sua essenza pratica e lavora per la sua eliminazione, egli si svincola dal suo sviluppo passato verso l’emancipazione umana senz’altro, e si volge contro la più alta espressione pratica dell’autoestraneazione umana.
Noi riconosciamo dunque nel giudaismo un universale elemento attuale antisociale, il quale, attraverso lo sviluppo storico, cui gli ebrei per questo lato cattivo hanno collaborato con zelo, venne sospinto fino al suo presente vertice, un vertice sul quale deve necessariamente dissolversi.
L’emancipazione degli ebrei nel suo significato ultimo è la emancipazione dell’umanità dal giudaismo.
L’ebreo si è già emancipato in modo giudaico. “L’ebreo che, ad es. a Vienna, è solo tollerato, con la sua potenza finanziaria determina il destino di tutto l’Impero. L’ebreo, che nel più piccolo Stato tedesco può essere privo di diritti, decide delle sorti dell’Europa.
“Mentre le corporazioni e i mestieri sono chiusi all’ebreo o non gli sono ancora favorevoli, l’arditezza dell’industria si fa beffe della ostinatezza degli istituti medioevali” (B. Bauer, Judenfrage, p. 114).
Questo non è un fatto isolato. L’ebreo si è emancipato in modo giudaico non solo in quanto si è appropriato della potenza del denaro, ma altresì in quanto il denaro per mezzo di lui e senza di lui è diventato una potenza mondiale, e lo spirito pratico dell’ebreo, lo spirito pratico dei popoli cristiani. Gli ebrei si sono emancipati nella misura in cui i cristiani sono diventati ebrei.
Il pio e politicamente libero abitante della Nuova Inghilterra, riferisce ad es. il colonnello Hamilton, “è una specie di Laocoonte, il quale non fa neppure il più piccolo sforzo per liberarsi dai serpenti che lo avvincono. Mammona è il loro idolo, essi lo pregano non soltanto con le loro labbra, ma con tutte le forze del loro corpo e del loro animo. La terra ai loro occhi altro non è se non una Borsa, ed essi sono convinti di non avere quaggiù altra destinazione che quella di diventare più ricchi dei loro vicini. Il traffico si è impossessato di tutti i loro pensieri, lo scambio degli oggetti forma il loro unico svago. Quando viaggiano, si portano in giro, per così dire, le loro merci e il loro banco sulla schiena, e non parlano che di interessi e di guadagno. Se per un istante perdono d’occhio i loro affari ciò avviene soltanto per ficcare il naso in quelli degli altri”.
Invero la signoria pratica del giudaismo sul mondo cristiano ha raggiunto nel Nordamerica l’espressione non equivoca, normale, così che l’annunzio stesso dei Vangelo, la predicazione cristiana è divenuto un articolo di commercio, e il commerciante fallito traffica in Vangelo come l’evangelista arricchito traffica negli affari. “Tel que vous voyez à la tête d’une congrégation respectable a commencé par être marchand; son commerce étant tombé, il s’est fait ministre; cet autre a débuté par le sacerdoce, -mais dès qu’il a eu quelque somme d’argent à sa disposition, il a laissé la chaire pour le negoce. Aux yeux d’un grand nombre, le ministère religieux est une véritable carrière industrielle” (Beaumont, op. cit., pp. 185, 186).
Secondo Bauer, è una situazione ipocrita, che in teoria all’ebreo vengano rifiutati i diritti politici, mentre in pratica egli possiede un potere enorme ed esercita en gros la sua influenza politica, che en détail gli viene ridotta (Judenfrage, p. 114).
La contraddizione in cui si trova la potenza politica pratica dell’ebreo con i suoi diritti politici, è la contraddizione della politica e della potenza del denaro in generale. Mentre la prima sta idealmente al di sopra della seconda, nel fatto ne è divenuta la serva.
Il giudaismo si è mantenuto a lato del cristianesimo non soltanto come critica religiosa del cristianesimo, non soltanto come dubbio vivente sulla nascita religiosa del cristianesimo, ma parimenti perché lo spirito pratico-giudaico, perché il giudaismo si è mantenuto nella società cristiana, anzi vi ha ottenuto la sua massima perfezione. L’ebreo, che sta nella società civile come membro particolare, è solo la manifestazione particolare dei giudaismo della società civile.
Il giudaismo si è conservato non già malgrado la storia, bensì per la storia.
Dalle sue proprie viscere la società civile genera continuamente l’ebreo.
Qual era in sé e per sé il fondamento della religione ebraica? Il bisogno pratico, l’egoismo.
Il monoteismo dell’ebreo è perciò, nella realtà, il politeismo dei molti bisogni, un politeismo che persino della latrina fa un oggetto della legge divina. Il bisogno pratico, l’egoismo, è il principio della società civile, ed emerge come tale puramente, non appena la società civile abbia completamente partorito lo Stato politico. Il Dio del bisogno pratico e dell’egoismo è il denaro.
Il denaro è il geloso Dio d’Israele, di fronte al quale nessun altro Dio può esistere. Il denaro avvilisce tutti gli Dei dell’uomo e li trasforma in una merce. Il denaro é il valore universale: per sé costituito, di tutte le cose. Esso ha perciò spogliato il mondo intero, il mondo dell’uomo come la natura, del valore loro proprio. Il denaro è l’essenza, fatta estranea all’uomo, del suo lavoro e della sua esistenza, e questa essenza estranea lo domina, ed egli l’adora.
Il Dio degli ebrei si è mondanizzato, è divenuto un Dio mondano. La cambiale è il Dio reale dell’ebreo. Il suo Dio è soltanto la cambiale illusoria.
La concezione che si acquista della natura sotto la signoria della proprietà privata e del denaro, è il reale disprezzo, la pratica degradazione della natura, che esiste bensì nella religione ebraica, ma esiste soltanto nell’immaginazione.
In questo senso Tommaso Münzer dichiara insopportabile “che tutte le creature siano diventate proprietà, i pesci nell’acqua gli uccelli nell’aria, le piante sulla terra: anche la creatura dovrebbe diventar libera”.
Ciò che si trova astrattamente nella religione ebraica, il disprezzo della teoria, dell’arte, della storia, dell’uomo come fine a se stesso, è il reale, consapevole punto di partenza, la virtù dell’uomo del denaro. Lo stesso rapporto sessuale, il rapporto tra uomo e donna ecc., diviene un oggetto di commercio! La donna è oggetto di traffico.
La chimerica nazionalità dell’ebreo è la nazionalità del commerciante, in generale dell’uomo del denaro.
La legge, campata in aria, dell’ebreo è soltanto la caricatura religiosa della moralità campata in aria e del diritto in generale, dei riti soltanto formali, dei quali si circonda il mondo dell’egoismo.
Anche qui il rapporto più alto dell’uomo è il rapporto legale, il rapporto verso le leggi, che per lui valgono non perché siano le leggi della sua propria volontà ed essenza, ma perché esse dominano e perché la loro trasgressione viene punita.
Il gesuitismo giudaico, il medesimo gesuitismo pratico che Bauer indica nel Talmud, è il rapporto del mondo dell’interesse individuale con le leggi che lo dominano, la cui astuta elusione è l’arte suprema di questo mondo.
Invero, il movimento di questo mondo entro le sue leggi è necessariamente una costante soppressione della legge.
Il giudaismo, come religione, non ha potuto, da un punto di vista teorico svilupparsi ulteriormente, poiché la concezione del bisogno pratico è per sua natura limitata e si esaurisce in pochi tratti.
La religione del bisogno pratico, per la sua essenza, poteva trovare il compimento non nella teoria ma soltanto nella prassi, appunto perché la sua verità è la prassi.
Il giudaismo non poteva creare un nuovo mondo; esso poteva solo attirare nell’ambito della propria attività le nuove creazioni ed i nuovi rapporti del mondo, perché il bisogno pratico, il cui intelletto è l’egoismo, si comporta passivamente e non si amplia a piacere, ma si trova ampliato con il progressivo sviluppo delle condizioni sociali.
Il giudaismo raggiunge il suo vertice col perfezionamento della società civile; ma la società civile si compie soltanto nel mondo cristiano. Soltanto sotto la signoria del cristianesimo, che rende esteriori all’uomo tutti i rapporti nazionali, naturali, etici, teoretici, la società civile poteva separarsi completamente dalla vita dello Stato, lacerare tutti i nostri legami dell’uomo con la specie, porre l’egoismo, il bisogno particolaristico, al posto di questi legami con la specie, dissolvere il mondo degli uomini in un mondo di individui atomistici, ostilmente contrapposti gli uni agli altri.
Il cristianesimo è scaturito dal giudaismo. Nel giudaismo esso si è nuovamente dissolto.
Il cristiano era fin da principio l’ebreo teorizzante, l’ebreo è perciò il cristiano pratico, ed il cristiano pratico è diventato nuovamente ebreo.
Solo in apparenza il cristianesimo aveva superato il giudaismo. Esso era troppo nobile, troppo spiritualistico per rimuovere la grossolanità del bisogno pratico in altro modo che mediante l’elevazione nel puro aere.
Il cristianesimo è il pensiero sublime del giudaismo, il giudaismo è la piatta applicazione del cristianesimo, ma questa applicazione poteva diventare universale soltanto dopo che il cristianesimo in quanto religione perfetta avesse compiuto teoricamente l’autoestraneazione dell’uomo da sé e dalla natura.
Appena allora il giudaismo poteva pervenire alla signoria universale e fare dell’uomo espropriato, della natura espropriata oggetti alienabili, vendibili, caduti sotto la schiavitù del bisogno egoistico, del traffico.
L’alienazione è la pratica dell’espropriazione. Come l’uomo, fino a che è impigliato nella religione, sa oggettivare il proprio essere soltanto facendone un estraneo essere fantastico, così sotto il dominio del bisogno egoistico egli può operare praticamente, praticamente produrre oggetti, soltanto ponendo i propri prodotti, come la propria attività, sotto il dominio di un essere estraneo, e conferendo ad essi il significato di un essere estraneo: il denaro.
Il cristiano egoismo della beatitudine nella sua pratica compiuta si capovolge necessariamente nell’egoismo fisico dell’ebreo, il bisogno celeste in quello terreno, il soggettivismo nell’egoismo. Noi spieghiamo la tenacia dell’ebreo non con la sua religione, ma piuttosto col fondamento umano della sua religione, il bisogno pratico, l’egoismo.
Poiché l’essenza reale dell’ebreo nella società civile si è universalmente realizzata, mondanizzata, la società civile non poteva convincere l’ebreo della irrealtà della sua essenza religiosa, che è appunto soltanto la concezione ideale del bisogno pratico. Non quindi nel Pentateuco o nel Talmud, ma nella società odierna noi troviamo l’essenza dell’ebreo odierno, non come essere astratto ma come essere supremamente empirico, non soltanto come limitatezza dell’ebreo, ma come limitatezza giudaica della società.
Non appena la società perverrà a sopprimere l’essenza empirica del giudaismo, il traffico e i suoi presupposti, l’ebreo diventerà impossibile, perché la sua coscienza non avrà più alcun oggetto, perché la base soggettiva dei giudaismo, il bisogno pratico si umanizzerà, perché sarà abolito il conflitto dell’esistenza individuale sensibile con l’esistenza dell’uomo come specie.
L’emancipazione sociale dell’ebreo è l’emancipazione della società dal giudaismo“.
REMOCONTRO
- Israele-Palestina
- 20 Luglio 2024
- Piero Orteca

Israele Stato occupante e razzista con l’ordine Onu di ritirarsi
La sintesi più efficace è del britannico Guardian: «La Corte Onu ordina a Israele di porre fine all’occupazione dei Territori palestinesi». E lo Stato ebraico, «dovrebbe andarsene il più rapidamente possibile, risarcendo integralmente gli atti illeciti commessi». La reazione di Israele e del governo Netanyahu, sulla scia di quanto continua ad accadere a Gaza e in Cisgiordania.

Furore biblico contro la Corte di giustizia
Per la Corte internazionale di giustizia, l’occupazione dei Territori palestinesi deve essere considerata una «annessione di fatto». Feroce la reazione del governo israeliano. Il premier Netanyahu, ha lanciato un guanto di sfida all’Onu, dichiarando che «il popolo ebraico non è occupante nella propria terra, inclusa la nostra capitale eterna Gerusalemme, né in Giudea e Samaria (la Cisgiordania, n.d.r.), la nostra patria storica. Nessuna opinione assurda all’Aja può negare questa verità storica o il diritto legale degli israeliani a vivere nelle proprie comunità, nella nostra casa ancestrale». Il Ministro della Giustizia, Yariv Levin, ha detto che la Corte «mente, perché la terra di Israele appartiene al popolo d’Israele». Il Ministro degli Esteri, Israel Katz ha parlato di «sentenza pericolosa, che fa il gioco degli estremisti e incoraggia l’ANP a continuare sulla strada della diffamazione». Anche il Presidente, Isaac Herzog, è intervenuto per dire che le parole dei giudici «minano l’intera nozione del processo di pace». Le reazioni più sanguinose sono arrivate dai ministri estremisti.
Sia Bezalel Smotrich (Finanze), Orit Strock (Missioni Nazionali) che Itamar Ben-Gvir (Sicurezza Nazionale) hanno reagito con un solo slogan: «Annessione subito!». E, per finire in bellezza, il Presidente delle Commissioni Esteri e Difesa del Parlamento, Yuli Edelstein, ha dato di testa, affermando che la Corte dell’Aja «è sequestrata dagli islamisti e incoraggia il terrorismo».
Le definizioni giuridiche che bruciano
Gli elementi di novità rispetto alla vecchia sentenza del 2004 esistono e sono dirompenti. Innanzitutto, viene definitivamente chiarito che la qualifica di Territori occupati» comprende la Cisgiordania, Gerusalemme est e la Striscia di Gaza. I giudici puntualizzano che la loro sentenza non si occupa degli eventi di Gaza dopo il 7 ottobre, ma che comunque «Israele anche dopo il ritiro dalla Striscia, conservava elementi di controllo del territorio. La pronuncia, che non ha effetti vincolanti, potrebbe comportare pesantissime ripercussioni a livello diplomatico, fino all’adozione di sanzioni internazionali. Secondo il Guardian, «il parere consultivo della Corte, radicale e schiacciante, afferma che l’occupazione viola il diritto internazionale, ed è caratterizzata da discriminazione sistematica, segregazione e apartheid». I giudici parlano inoltre, di ‘discriminazione razziale’ attuata da Israele, dimostrata dalla completa separazione di due popoli.
Gerusalemme Est rubata e Coloni squadristi
La sentenza si occupa anche della situazione esistente a Gerusalemme Est, condannandola con la stessa energia e fa riferimento, come già detto, alla Striscia di Gaza, dove Israele viene definito «forza ancora occupante». Secca la valutazione fornita sulla politica degli insediamenti dei coloni, «che sono stati continuamente ampliati», e sullo sfruttamento delle risorse naturali «incompatibile con la sovranità palestinese». La Corte accusa, inoltre, le autorità di Tel Aviv «del fallimento sistematico nel prevenire la violenza dei coloni». «Questi ultimi – è scritto – hanno di fatto la giurisdizione sulla Cisgiordania». Uno dei passaggi più significativi della pronuncia di ieri, che toglie definitivamente un vecchio alibi alle autorità israeliane, riguarda la «dottrina della sicurezza». «Gli Accordi di Oslo del 1993 – viene stabilito – non autorizzano Israele ad annettersi parte del Territorio palestinese occupato per esigenze di sicurezza. Né lo autorizzano a mantenere una presenza permanente».
La politica di Israele in paranoia
Inutile sottolineare, come la decisione della Corte internazionale di giustizia dell’Aja, abbia avuto un effetto deflagrante sul già rovente dibattito politico all’interno di Israele. Secondo Haaretz, il quotidiano liberal di Tel Aviv, «la sentenza va oltre le peggiori aspettative. È spiacevole e pericolosa, in quanto esige che Israele ponga fine all’occupazione il più rapidamente possibile». Altrettanto drammatica la lettura che viene data dal Jerusalem Post, la cui analisi si spinge a ipotizzare le possibili ricadute pratiche. «Alcune delle conclusioni della Corte – scrive il JP – potrebbero costituire la base per futuri procedimenti per crimini di guerra». Come nel caso della possibile violazione dell’art. 49 della Quarta Convenzione di Ginevra, e dell’articolo 3 del CERD sulla segregazione razziale. Nel complesso, riporta il Jerusalem Post, la Corte sostiene che «la politica di insediamento di Israele, i suoi atti di annessione e le relative misure e legislazioni discriminatorie, violano il diritto internazionale».
L’assordante silenzio americano
Finora, da parte americana un assordante silenzio. Blinken è impegnato in un disperato tentativo di mediazione, per arrivare a un cessate il fuoco temporaneo. E la sentenza, le dure ed esplicite reazioni del governo Netanyahu, che quasi si fa beffa dei giudici, il voto della Knesset contro la politica dei ‘due Stati’, non suscitano grandi ottimismi per l’immediato futuro.
In fondo, forse ha ragione Haaretz quando prevede e scrive che «il governo messianico, estremista e di destra di Netanyahu dirà che la Corte ha espresso un antisionismo che ha oltrepassato la sottile linea dell’antisemitismo». Ma questo, secondo il giornale liberal, non cambierà di una virgola le cose. Anzi. In tutto il mondo aumenterà il consenso per la causa palestinese. Mentre, al contrario, Israele si troverà sempre più isolato.