

09 Giugno 2026
- di Piero Orteca
Il mitico servizio segreto israeliano è al centro di forti polemiche, perché il Premier lo ha “decapitato”, imponendo al vertice un suo protetto. La cosa non è di poco conto: per come la racconta Haaretz, questa mossa può avere effetti decisivi sulle prospettive di pace con l’Iran. E le prime dichiarazioni non lasciano prevedere nulla di buono.
Una scelta ragionata
Non vorremmo fare come i profeti del giorno dopo, ma quello che sta succedendo in questo momento tra Iran e Israele, con la scusa del Libano, cammina a braccetto con la svolta che si è avuta (abbastanza sotto traccia) a Tel Aviv. Nella sede del Mossad, infatti, si è insediato il nuovo direttore, Roman Gofman, un generale dell’esercito che, guarda caso, è anche il principale consigliere militare di Netanyahu. Sostituisce David Barnea, il capo uscente, che dopo cinque anni, però, prima di lasciare il suo posto (dopo essere stato “dimissionato”), ha praticamente dichiarato guerra allo stesso Premier, contestando la nomina di Gofman. Secondo lui, il prescelto avrebbe dovuto essere il suo vice, un superagente segreto noto solo come “Mr. A”. E, invece, per questioni di bottega (politica) come vedremo, Netanyahu ha preferito avere al Mossad “un amico sicuro” e togliersi dai piedi un capro espiatorio. Ma restiamo alla cronaca, per ora, con le dichiarazioni espresse alla cerimonia di insediamento del nuovo direttore. Un prezioso elemento, per capire i veri umori che promanano ai vertici dello Stato ebraico e, soprattutto, quali siano le vere intenzioni strategiche dell’attuale blocco di potere. Perché, è chiaro che la nomina di Gofman si incastra perfettamente nel complicato mosaico assemblato dal Premier, per mantenere la poltrona ed evitare di finire a giudizio (definitivo) davanti ai tribunali. Perno di questa strategia è la necessità di tenere la nazione in un’emergenza continua, che può solo venire da un perenne stato di guerra “a bassa intensità”.
L’obiettivo: rovesciare gli ayatollah
Secondo quanto riporta Haaretz, durante la cerimonia di insediamento di Roman Gofman, Netanyahu ha dichiarato: “Il Mossad rimarrà in prima linea nella nostra lotta contro l’aggressione iraniana. In linea con la politica che perseguiamo con coerenza da anni, non permetteremo al regime iraniano di tornare indietro nel tempo. Non gli permetteremo di ottenere armi nucleari e non gli permetteremo di minacciare la nostra esistenza”. Riferendosi al regime di Teheran, Netanyahu ha affermato che “i suoi giorni sono contati e noi contribuiremo a far sì che ciò accada. Questa è la mia direttiva, e questa è la vostra missione”. Da parte sua, invece, Gofman ha detto che “l’asse sciita, che ha fatto della distruzione del nostro Stato la sua missione principale, ha subito un duro colpo. Ma il lavoro non è finito e dunque vi prometto che il Mossad continuerà a sviluppare le capacità e i metodi necessari per sorprendere, plasmare e influenzare gli eventi”. E qui bisogna fare un passo indietro, perché qualcosa non quadra e, anzi, le illazioni si fanno preoccupanti. In Israele, gli addetti ai lavori sono convinti che “Mr. A” abbia perso il posto di Barnea (che in linea di successione logica gli sarebbe toccato) per il grave errore di valutazione sull’Iran. In particolare, sulla possibilità di alimentare una rivolta interna generalizzata, che facesse crollare il regime. Però… incredibile ma vero, anche “Mr.A” è un grande amico di Netanyahu. Anzi, forse di più. Solo che “Bibi” lo ha buttato a mare quando si è visto stretto dalle critiche e gli ha attribuito tutti i fallimenti. E forse quello più grosso non è l’Iran, ma la catastrofe del 7 ottobre e la carneficina fatta da Hamas.
Chi è il misterioso “Mr. A”
“Considerato uno degli ufficiali più decorati del Mossad – scrive Haaretz – ‘Mr. A’ è noto per i suoi stretti legami con il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e i membri della sua cerchia ristretta. Secondo alcune fonti, avrebbe contribuito a convincere Netanyahu, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e alti funzionari della Casa Bianca che il Mossad avrebbe potuto contribuire al crollo del regime iraniano, qualora fosse stata lanciata una campagna militare contro la sua leadership. ‘Mr. A’ avrebbe promosso piani per il trasferimento di migliaia di palestinesi da Gaza verso Paesi africani, tra cui Somalia e Somaliland. Sebbene tali piani non si siano mai concretizzati, avrebbero rafforzato la sua posizione tra i collaboratori di Netanyahu. Prima di diventare vice capo, dirigeva la divisione dell’Agenzia responsabile delle operazioni di influenza e promuoveva iniziative volte a incoraggiare gli iraniani a insorgere contro il regime, oltre ad altri piani di emergenza”. Ora, non solo non ha avuto la promozione, ma per farla completa è stato pure cacciato dal Mossad.
Il castello di Macbeth
Senza bisogno di scomodare Shakespeare, a leggere la cronaca israeliana di questi ultimi mesi, l’idea che ci si fa del Mossad è quella del castello di Macbeth. Già l’istituzione è tutta un programma, aggiungeteci il corredo di veleni, tradimenti, giravolte politiche e risse istituzionali e avrete lo specchio di ciò che è diventato Israele sotto il regno di Netanyahu. Una democrazia a modo suo. Niente a che vedere, comunque, con i valori occidentali, da John Locke in poi. Perché, non basta avere le istituzioni democratiche, bisogna anche vedere come funzionano. “La nomina di Gofman è stata confermata lunedì dall’Alta Corte di Giustizia israeliana – scrive Haaretz – che ha respinto una serie di ricorsi cui che contestavano la sua nomina, a causa del suo presunto coinvolgimento nel caso relativo al reclutamento di un adolescente”.
“Dopo la sentenza, l’ex direttore David Barnea ha invitato il personale del Mossad a sostenere Gofman. Anche se -ricorda sempre il giornale di Tel Aviv – prima c’è stata l’esplicita opposizione del Procuratore generale Gali Baharav-Miara e delo stesso Barnea, i quali, secondo Channel 12 News, hanno affermato in una lettera a Netanyahu che ‘Gofman ha seri problemi di immoralità e di capacità di stabilire limiti in modo indipendente”. Insomma, la politica israeliana è un vero rettilario. E se non si raccapezzano gli analisti più scafati di diplomazia, immaginatevi cosa mai possa capire Trump, quando parla al telefono con Netanyahu.