

18 Giugno 2026
- di rem
Inconcepibile che lo Stato ebraico potesse sbarrare le porte o espellere un cittadino di fede ebraica. Sino a ieri, «prima della deriva autoritaria che sta svuotando Israele», denuncia Widad Tamimi, scrittrice nata apolide, da padre palestinese e una madre di origini ebraiche. «Oggi, anche i dogmi come quello della Legge del Ritorno possono crollare»
La legge del Ritorno
«La Legge del Ritorno, pilastro fondativo del 1950, era nata proprio per garantire un rifugio automatico e universale alla Diaspora ebraica, in netta contrapposizione alla politica del Non Ritorno che invece nega categoricamente lo stesso diritto ai profughi palestinesi, per tutelare la maggioranza demografica ebraica». Ma con Netanyahu e il suo ultimo governo autoritario d’ultra destra, tutto può essere tradito. «dogmi come la Legge del Ritorno possono crollare pur di sostenere l’ideologia nazionalista e messianica che guida Israele. Nell’ultimo anno, persino attivisti internazionali ebrei, giunti nei territori palestinesi per progetti di ‘presenza protettiva’ – scudi umani pacifici a difesa dei villaggi palestinesi sotto attacco – sono stati arrestati e deportati con procedure d’urgenza». Il caso della figlia di un rabbino del Vermont processata nel cuore della notte, fino a membri del Center for ‘jewish nonviolence’, il copione si ripete: l’accusa formale è la violazione di «zone militari chiuse», ma la condanna reale è politica.
Fascismo messianico
Strategia della destra ultranazionalista, che da tempo spinge per riforme legislative che escludano i convertiti non ortodossi dall’accesso alla cittadinanza. Una mossa per rompere ogni legame con l’ebraismo riformato e progressista internazionale, che rappresenta la stragrande maggioranza della Diaspora negli Stati uniti e che si dimostra sempre più critico verso le violenze dei coloni e l’occupazione. L’unico ebreo gradito è quello compiacente. Chi manifesta solidarietà con la popolazione palestinese perde il proprio «privilegio» identitario e viene trattato alla stregua di un elemento sovversivo, e sta spingendo chi è dentro ad andarsene.
Crisi demografica e di valori
Israele sta attraversando una crisi demografica e sociale senza precedenti, un vero e proprio «esodo dei laici», insiste Widad. «Tra il 2024 e il 2025, oltre 150mila israeliani hanno lasciato stabilmente il Paese (circa 82.700 solo nel 2024, a fronte di pochissimi rientri). Sebbene il carovita insostenibile e la perenne precarietà securitaria siano i motori materiali di questa fuga, la componente ideologica è il fattore scatenante per la classe media e progressista. Secondo i dati dell’Israel democracy institute, la spinta a emigrare è fortemente polarizzata: oltre il 40% dei cittadini ebrei di sinistra dichiara di voler abbandonare il Paese, contro meno del 20% di chi si identifica con le posizioni della destra. A partire sono soprattutto i giovani tra i 20 e i 30 anni – i medici, gli accademici e i professionisti del settore tecnologico provenienti dall’area liberale di Tel Aviv».
Israele da cui fuggire, gli armati da accogliere
Se la paura della deportazione minaccia di svuotare i territori occupati della presenza di osservatori internazionali, dall’altro la fuga dei cervelli e del dissenso rischia di lasciare Israele (e i palestinesi) in mano a una coalizione teocratica e militarista, la considerazione politica immediata. «Un vicolo cieco in cui lo Stato ebraico, per difendere l’occupazione, sceglie di rinunciare alla sua stessa complessa e plurale identità». Effetto conseguente e contrario, lo sbarco dei riservisti israeliani negli scali europei «con la forza d’urto di una vera e propria occupazione logistica». «Chi si trovava negli aeroporti di Cagliari-Elmas o in Sicilia ha assistito a scene surreali, con voli charter dedicati che scaricavano centinaia di passeggeri accolti non da navette turistiche, ma da dispositivi di sicurezza mai visti in tempo di pace. Flotte di van dai vetri oscurati, scorte armate e un dispiegamento continuo di reparti mobili hanno squarciato la normalità, rendendo immediatamente palese alla popolazione locale che quelle in arrivo nelle nostre regioni non erano affatto comitive di pacifici vacanzieri, ma truppe d’élite di uno Stato in guerra».
Anche vacanze militarizzate
Oasi di relax storicamente aperte al pubblico si sono trasformate, dall’oggi al domani, in cittadelle fortificate e inaccessibili. Cordoni sanitari di forze dell’ordine italiane, cecchini appostati, bonifiche continue degli artificieri e la presenza pervasiva di agenti del Mossad e della sicurezza interna israeliana hanno ridisegnato i confini della sovranità nazionale. Si tratta di un’imponente macchina da guerra finanziata e garantita dallo Stato per assicurare l’assoluta inviolabilità del cosiddetto «riposo del guerriero», blindando chilometri di costa. «Vedere le spiagge occupate per garantire una bolla di lusso e di ‘decompressione’ a chi è appena reduce dalle devastazioni di Gaza ha spinto sindacati, associazioni e comitati studenteschi a rompere il muro del silenzio con picchetti e contestazioni durissime ai cancelli dei complessi alberghieri».
L’ipocrisia delle istituzioni europee
«L’ostentazione di una protezione così asimmetrica svela l’ipocrisia profonda delle istituzioni europee», sul Manifesto: «mentre i decreti internazionali e la diplomazia di facciata invocano tregue e condannano i massacri, i nostri governi stendono i tappeti rossi e mobilitano i nostri eserciti per proteggere, coccolare e nascondere chi quelle violazioni le commette materialmente sul campo. Chiudendo il cerchio di una democrazia svuotata di senso tanto a Tel Aviv quanto in Europa».