di Redazione

Martedì scorso è scomparso José Pepe Mujica, l’ex presidente dell’Uruguay e simbolo della sinistra latinoamericana. Mujica era noto per il suo stile di vita di volontaria semplicità, e riceveva dallo Stato uruguaiano un assegno di 260.259 pesos, poco più di 8mila auro al mese per il suo lavoro alla guida del Paese, ma ne donava circa il 90% a favore di organizzazioni non governative e a persone bisognose.
Per capire meglio chi fosse questo compagno riportiamo una parte dell’intervista che rilasciò alla giornalista del giornale web spagnolo CTXT Ana María Mizrahi: “«Non vedo vie d’uscita». Non sembra ci sia una soluzione politica e se l’esito è militare «la guerra durerà un bel po’». Afferma preoccupato che l’umanità sta percorrendo un cammino diretto a un «olocausto ecologico» e torna a chiedere unità, questa volta per migliorare l’insieme di «barbarità che abbiamo creato nella natura».
Gran parte dell’intervista è ovviamente indirizzata anche sulla situazione spagnola, ma molto di quanto detto e raccontato da Mujica e “universale” partendo dal racconto della visione di unità della sinistra in Uruguay. Mujica fa un excursus storico. “La sinistra uruguayana, spiega Mujica ha avuto una presenza marginale nella politica per più di mezzo secolo: dal 1900 fino alla fondazione del Fronte (Ampio), era ridotta a due partiti tradizionali (il Partito socialista e il Partito comunista) e ad alcuni raggruppamenti di tradizione libertaria molto legati ai vecchi movimenti sindacali. Come in tante parti dell’America, i sindacati furono fondati dalle correnti libertarie importate dagli immigrati, con una certa presenza di studenti, però non furono mai capaci di richiamare le masse in modo importante, fatto che invece avrebbe permesso di incidere sul destino del Paese. Ricordo che quando ero giovane, noi che andavamo al Primo Maggio ci conoscevamo tutti: eravamo come una grande famiglia di conoscenti, molto lontani dall’essere partito di massa, ed era molto difficile unirci. Si arrivò a tre “centrali dei lavoratori” [o sindacati, Ndr] e ognuna rispondeva a una corrente ideologica. Negli anni Cinquanta si raggiunse un accordo tra sindacati indipendenti e sindacati un po’ più politicizzati che rispondevano a varie correnti, per costituire un’unica centrale con la caratteristica di essere una confederazione. Non una centrale che si imponesse, ma una che metteva assieme chi era d’accordo; mentre chi non era d’accordo non veniva coinvolto. Si rispettavano le differenze. Questo è importante perché è l’antefatto di ciò che sarebbe successo poi: la costruzione del Fronte Ampio. Individuammo progressivamente i raggruppamenti di sinistra con cui valeva la pena unirsi, negoziare le nostre divergenze e adoperarsi per programmi brevi; non volevamo metterci d’accordo fino al giudizio finale, ma ci rendevamo conto che questo ci separava e alcuni cominciavano a rivendicare: «le azioni ci uniscono, le parole ci separano». Questo fu un processo lungo alcuni anni e nel Paese ci fu un cambiamento molto deciso quando terminò la guerra in Corea. Il mondo in cui eravamo cresciuti cambiò, perché cambiarono le leggi di scambio commerciale: ciò che vendevamo all’Europa aveva prezzi sempre più bassi e quello che compravamo aveva prezzi sempre più alti. Così si generò una crisi economica e una trasformazione abissale nella politica del Paese, che per novant’anni era stato governato da un solo partito, il Partito Colorado. All’inizio del ’50 il Partito Colorado aveva vinto le elezioni nazionali e tutti i distretti locali (in Uruguay si chiamano “dipartimenti”). Quattro anni dopo perse tutto e rimase al governo solo nel dipartimento di Artigas e da lì arrivò un governo alternativo più di destra, con una serie di riforme. Cosa stava succedendo? Anche se non ci rendevamo conto, i termini degli scambi stavano danneggiando la nostra economia e il settore tradizionale del Paese, a lungo socialdemocratico ma ora non più, e si generò una crisi lunga molti anni. La stessa crisi che rimosse Perón in Argentina, qui rimosse il Partito Colorado. La componente di fondo era il valore sempre più basso del nostro lavoro in quanto Paese esportatore e si faceva sempre più difficile. Le classi possidenti non volevano perdere i propri privilegi, così cominciò un taglio graduale. La risposta politica è unirci di più di fronte alla crisi. Siamo figli di una crisi. Imparammo che per difenderci dovevamo unirci e per unirci non potevamo continuare a trincerarci in una proposta ideologica chiusa; dovevamo farlo attorno a un programma breve per alcuni anni. E così arrivammo a fondare il Fronte, dove confluirono tra 25 e 30 raggruppamenti di varia origine.
Dai democristiani fino ai marxisti, come si conformò il Fronte Ampio?
Sì, democristiani, marxisti, comunisti, socialisti e liberi pensatori.
La chiave fu l’unità?
Si, la chiave fu l’unità. Durante gli anni Sessanta, con l’impatto della rivoluzione cubana e altre come quella in Algeria, all’interno della sinistra ci fu una discussione sulle modalità. Alcuni, me incluso, abbiamo optato per il ricorso alle armi come in varie parti dell’America. In ogni caso, abbiamo tenuto un piede di qua e uno di là, nelle due modalità, finché alcuni di noi furono catturati e appoggiammo la costituzione del Fronte. Cioè era un’alternativa e decidemmo di appoggiare un percorso elettorale: mandammo la gente della lotta armata a dipingere cartelli, ecc. In generale, i gruppi guerriglieri non hanno mai avuto tanta flessibilità quanta in Uruguay, perché per molti anni mantenemmo la doppia militanza, da un lato illegale e dall’altro legale.
Fu un processo lungo e costituimmo il Fronte, che è una meraviglia espressa nello Statuto. È così esigente che non si può cacciare nessuno e alla lunga fu meraviglioso. Perché? Perché stando assieme cominciammo a costruire un’alternativa agli occhi della gente per strada: non eravamo più dei pazzi contestatori, eravamo dei pazzi che potevano proporre un’alternativa al governo. Cominciammo a crescere, e fu possibile perché eravamo uniti e, fatto curioso, ciò non vuol dire che non ci fossero divergenze e differenze. Ma questo grande recinto dal nome Fronte Ampio creava queste circostanze: quando c’erano discrepanze da una parte, andavamo da un’altra, e rimanevamo comunque dentro al grande recinto. Alcuni di coloro che dissentivano, se ne andarono e sparirono politicamente. Col passare del tempo la sigla Fronte Ampio cominciò a essere una compagine attrattiva, finché si trasformò in una tradizione. Ci impiegò degli anni, ma riuscì a trasformarsi in una tradizione anche agli occhi della gente. Come fu possibile? Grazie alla flessibilità e perché sapevamo che sostenere l’unità moltiplicava la nostra forza. Ciò significò imparare, a volte dissentire, o ingoiare un rospo, ma sostenere l’unità. Non è un percorso idilliaco, ma uno in cui scoppiano scintille e differenze. Tuttavia, siccome ci era chiarissima l’importanza del tutto, di mantenere l’unità, le discrepanze non potevano essere così gravi da romperlo. Perché? Perché guelfi e ghibellini perdono, cioè perdiamo tutti“.
A dare la notizia è stato l’attuale capo di Stato, Yamandú Orsi.
Nato a Montevideo nel 1935, Mujica visse mille vite: guerrigliero Tupamaro negli anni ’70, prigioniero della dittatura per 12 anni, poi senatore, presidente e infine simbolo mondiale di onestà e sobrietà. Rifiutò i privilegi del potere, vivendo in una casa modesta e donando buona parte del suo stipendio. Durante il suo mandato (2010–2015), legalizzò aborto, matrimonio egualitario e cannabis, trasformando l’Uruguay in un laboratorio progressista.
Ateo convinto, anticonformista, restò sempre fedele alle sue idee: “Non sono povero, sono sobrio. Non voglio che le cose mi rubino la libertà”.