

26 Maggio 2026
di Remocontro
«Netanyahu non sta funzionando». Con lui «Israele ha perso influenza negli sviluppi regionali cruciali». Sono solo un paio di critiche, e nemmeno le più dure, cadute sulla testa del premier israeliano nelle ultime ore, mentre si parla con insistenza di un accordo vicino, ma non ancora raggiunto, tra Usa e Iran. «La rivalsa del premier israeliano sarà la solita: continuare i raid contro il Libano e la Striscia di Gaza», prevede Michele Giorgio.
La guerra ha reso l’Iran più forte
In Israele più che negli Usa è palpabile la delusione per un conflitto che, nei fatti, non è stato vinto, dopo le iniziali fanfare della vittoria-lampo. L’Iran ha ricevuto colpi duri; eppure, è rimasto in piedi. E ha messo in scacco l’intero Golfo alleato di Washington e in crisi l’economia mondiale, chiudendo lo stretto di Hormuz. Non solo, è riemerso da bombardamenti feroci con un’inattesa capacità di manovra al tavolo negoziale e non lascia immaginare in alcun modo una sua perdita di influenza nella regione, denuncia il Manifesto.
Si stanno avverando gli incubi di Netanyahu
E tutto ciò non potrà non pesare in campagna elettorale. Non a caso l’opposizione, di ogni orientamento, attacca da destra e con spirito guerrafondaio il primo ministro e il suo governo. Yair Lapid, il capo dell’opposizione, ha detto che l’accordo che sta prendendo forma è «un disastro, il regime non è caduto, si è rafforzato», evidenziando che non affronta la questione dei missili balistici iraniani. È «assurdo», ha proseguito, che l’accordo venga stipulato senza Israele al tavolo: «La situazione attuale è il risultato di un continuo fallimento del governo». Israele, ha incalzato Lapid, è un «paese sovrano» e non un protettorato americano. Contro Netanyahu anche Yair Golan, capo del partito “I Democratici”, secondo il quale il premier è vecchio, stanco e malato e, inoltre, sotto processo. «La sua condizione ha trasformato Israele in una potenza debole a livello regionale e globale».
L’accordo Usa e Iran in discussione il fallimento
Il premier ha sempre sostenuto che solo la pressione, la deterrenza e la forza avrebbero sconfitto Teheran. E si è mosso lungo quella linea per anni, ottenendo una serie di successi tattici che ora sono sfociati in un clamoroso fallimento strategico. L’analista Danny Citrinowicz scriveva ieri su Israel Hayom che Netanyahu, dopo anni di pressioni, ha ottenuto ciò che voleva dalla Casa Bianca. L’attacco lanciato a fine febbraio aveva il fine di raggiungere tre obiettivi principali: il programma nucleare, i missili e il crollo della Repubblica islamica. «L’Iran però non si è arreso e anche se ulteriori attacchi dovessero danneggiare infrastrutture critiche, ciò non ne garantirebbe il crollo. Anzi, il risultato concreto oggi è un Iran più radicalizzato e pericoloso, un paese che persino Washington ora esita ad attaccare nuovamente.
Troppa sicurezza da parte dei due
«C’era un eccesso di sicurezza rispetto alle capacità indebolite dell’Iran. Quando il regime si è reso conto che si trattava di una guerra esistenziale, ha attivato quello che considerava il suo strumento strategico più potente: non il programma nucleare, ma Hormuz». E Teheran ha vinto la sua scommessa. Citrinowicz afferma infine che la guerra ha avuto l’effetto di rafforzare l’Iran, pur avendolo indebolito militarmente, ma solo per qualche tempo. La scelta come nuova Guida suprema di Mojtaba Khamenei, più radicale del padre Ali Khamenei, e l’ulteriore rafforzamento della Guardia rivoluzionaria iraniana sono un’altra rappresentazione del fallimento della dottrina Netanyahu.
E gli Accordi di Abramo?
E nessuno crede che le monarchie arabe aderiranno in massa agli Accordi di Abramo, ossia normalizzeranno i rapporti con lo Stato ebraico, come esorta a fare Trump, forse per offrire a Israele una sorta di risarcimento per l’accordo in via di definizione. Netanyahu ha solo una carta in mano per provare a scardinare la delusione degli israeliani per l’esito della guerra all’Iran. Ed è l’attacco incessante al Libano e, forse, di nuovo a Gaza per «disarmare Hezbollah e Hamas», come ripete. Chiederà agli Usa di avere mano libera. Libanesi e palestinesi saranno il bersaglio della rivalsa di Netanyahu.