sabato, Aprile 11

INTERPRETAZIONI ERRATE DELL’EVOLUZIONE DEGLI STATI UNITI (2/2)

di Thierry Meyssan

Riprendendo l’analisi delle errate interpretazioni delle azioni dell’amministrazione Trump, esaminiamo le ragioni della chiusura di molte agenzie federali, del progetto di deportazione dei palestinesi e l’approccio alla guerra d’Ucraina.

Rete Voltaire | Parigi (Francia) |4 febbraio 2025

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Questo articolo è il seguito di Interpretazioni errate dell’evoluzione degli Stati Uniti (1/2) di Thierry Meyssan, 28 gennaio 2025

Nel 1838, 4.000/8.000 Cherokee morirono di freddo, fame o sfinimento sul Sentiero delle Lacrime. In applicazione dell’Indian Removal Act, questa tribù lasciò la costa orientale degli Stati Uniti agli europei e accettò di spostarsi a sud del Mississippi. Tuttavia, oggi i Cherokee sono l’unica tribù indiana che non è stata sradicata dagli europei ma è riuscita a tutelare il proprio modo di vivere. Questa deportazione è l’esempio cui s’ispira Trump per trovare una soluzione alla questione israelo-palestinese.

Il ritorno del sudismo

Gli Stati Uniti sono stati sia sudisti che federalisti. I sudisti furono sconfitti alla fine della guerra di Secessione, sicché i vincitori imposero il mito di una guerra in cui si scontrarono schiavisti e abolizionisti. In realtà all’inizio della guerra entrambi i campi erano schiavisti e alla fine della guerra erano entrambi abolizionisti. Il motivo reale del conflitto era decidere se i dazi doganali dovessero rientrare nella giurisdizione degli Stati federati o dello Stato federale.

I jacksoniani, antesignani dei sudisti, propugnavano uno Stato federale minimo. Per questo motivo devolvettero molte competenze agli Stati federati. In questa tradizione si collocava la decisione di Trump durante il primo mandato di trasferire la questione della legalizzazione dell’aborto dallo Stato federale ai singoli Stati federati. Trump sembra non avere un’opinione personale sulla questione. Tuttavia la rivale alle elezioni presidenziali, Kamala Harris, esponente del movimento woke, ha dipinto Trump come un reazionario, commettendo un grave errore. Infatti metà degli Stati federati rispetta il diritto delle donne all’interruzione volontaria della gravidanza. Questa è stata una delle principali ragioni del fallimento di Harris.

L’annuncio di Trump dell’istituzione del Department of Government Efficiency (Dipartimento per l’efficacia del governo – DOGE), rispecchia la volontà di riformare un’amministrazione federale che, da Washington, interferisce nella vita di cittadini che vivono anche a 2.500 chilometri di distanza. Vero che ne ha affidato la realizzazione a Elon Musk, fautore in campo economico del liberalismo radicale, ma la sua intenzione non è ridimensionare lo Stato federale attraverso un liberalismo di stampo reaganiano. Intende sciogliere migliaia di agenzie governative non perché costose, ma perché le ritiene illegittime.

Il dibattito tra sudisti e nordisti, tra confederalisti e federalisti, ricorda sotto certi aspetti quello tra girondini e montagnardi durante la Rivoluzione francese. Ma negli Stati Uniti gli Stati federati avevano alle spalle una storia di breve durata, in Francia invece le regioni avevano una storia feudale millenaria: restituire il potere alle province ha sempre suscitato in Parigi il timore di riabilitare il feudalesimo.

L’espansionismo statunitense

Gli Stati Uniti, che quando furono istituiti erano formati da 13 Stati federati, oggi ne contano 50, oltre al distretto federale e a sei territori. Dal punto di vista degli Stati Uniti (e anche in questo caso non si tratta della posizione personale di Trump), il Paese ha altre possibilità di estendersi. Dagli anni Trenta aspirano infatti ad assorbire l’intero continente nordamericano, inclusi Canada, Groenlandia, Islanda e Irlanda, nonché Messico, Guatemala, Nicaragua, Costa Rica, Panama e tutti i Caraibi [1].

In omaggio a questo spirito nazionalista, durante il discorso di investitura Trump ha annunciato che d’ora in poi gli Stati Uniti avrebbero ribattezzato il Golfo del Messico: Golfo d’America; così è stato: poche ore dopo il neopresidente ha emesso il relativo decreto. Infatti, gli abitanti degli Stati Uniti non si ritengano statunitensi, ma «americani»: la denominazione America non si riferisce alla localizzazione geografica, ma al colonizzatore Amerigo Vespucci.

Il neopresidente non ha annunciato, come anticipato, l’annessione di Canada, Groenlandia e Canale di Panama, bensì la colonizzazione del pianeta Marte.

Tuttavia, contrariamente a quanto si è letto nei commenti della stampa europea, Trump non ha mai parlato di conquista del continente nordamericano con la forza militare, sebbene abbia menzionato lo sviluppo di basi militari in Groenlandia. Trump è jacksoniano, quindi non vuole conquistare, ma acquistare questi territori. Sembra che stia negoziando con la Danimarca in modo particolarmente aggressivo la cessione della Groenlandia, in cambio dell’impegno a difenderla.

Si noti che l’amministrazione Trump insiste a minacciare Cuba, nei cui confronti nutre ambizioni coloniali, ma non il Venezuela, che si trova fuori del continente nordamericano. Tuttavia Trump considera entrambi questi Stati «comunisti», quindi da trattare allo stesso modo.
Tenuto conto dell’affinità ideologica di statunitensi e israeliani, che si ritengono entrambi popoli eletti, Trump affronta la questione israelo-palestinese trattando i palestinesi alla stregua degli indiani che attaccavano le diligenze. Il presidente Andrew Jackson decise di mettere fine alle guerre indiane e di negoziare trattati con le diverse tribù. Pochissimi accordi furono applicati, però con i Cherokee fu un successo. Furono deportati a sud del Mississippi ma, nonostante la sanguinosa vicenda del Sentiero delle Lacrime, i Cherokee furono gli unici indiani a rispettare gli accordi. E oggi sono l’unica tribù sopravvissuta salvaguardando la propria cultura. Gestiscono un impero di casinò. Ma lo stesso metodo applicato ai palestinesi non può funzionare: i Cherokee non si ritengono proprietari della loro Terra-madre, possono rimanere Cherokee ovunque si trovino. I palestinesi invece sono attaccati alla propria terra e ritengono che morirebbero culturalmente se la perdessero.

Sostituzione della guerra con il commercio

Ultimo punto importante per i jacksoniani: sostituire la guerra con il commercio. Trump pensa che la maggior parte delle guerre siano massacri inutili, un mezzo per manipolare le masse e raggiungere obiettivi inconfessabili. Siccome spesso si tratta solo di questioni di denaro, è quindi possibile sostituire le guerre con il commercio.

Questa dottrina funziona molto bene nella maggior parte dei casi, ma alcune guerre hanno motivazioni complesse, indipendenti da obiettivi commerciali. In tali casi, e solo in questi, il jacksonismo non può funzionare.

Per esempio nella guerra in Ucraina. Se si parte dal presupposto che lo scopo della Russia è annettere la vicina Ucraina, si può negoziare per soddisfare l’appetito di Mosca lasciando intatta l’integrità territoriale del Paese. Ma se si ammette che l’intenzione di Mosca è portare a termine la “Grande guerra patriottica” (la seconda guerra mondiale) vincendo i nazisti e i nazionalisti integralisti (i banderisti), nessun negoziato potrà fermarla.

È il tallone di Achille dell’amministrazione Trump: a differenza di quanto sostengono gli uomini politici occidentali, la guerra in Ucraina non ha motivazione economica. Mosca vuole davvero denazificare l’Ucraina. Su questo punto gli Stati Uniti dovranno piegarsi o scontrarsi duramente con la Russia.

Se cedessero si porrebbe un secondo problema: la Russia è un territorio immenso di cui è impossibile assicurare la difesa dei confini (oltre 20 mila chilometri). Per questa ragione Mosca pretende che i vicini bellicosi siano neutrali. Da qui ha origine il malinteso sulla Nato: con la Dichiarazione di Istanbul del 2003, la Russia riconosce il diritto di ogni Paese di aderire a una coalizione militare, ma non accetta che questa adesione sia un modo surrettizio per dispiegare armi sul territorio di Paesi terzi [ai confini con la Russia]. Ebbene, durante la presidenza di Boris Eltsin, gli Stati Uniti, nonostante gli innumerevoli avvertimenti, continuarono il loro forcing per includere gli Stati post-sovietici nella Nato: tutti tranne la Russia, che tuttavia lo chiedeva.

I jacksoniani non hanno motivo di continuare ad allargare la Nato, ma rinunciarvi implicherebbe l’abbandono della politica espansionista dei partiti Repubblicano e Democratico per concentrarsi sulla loro propria politica espansionistica: l’espansione del continente nordamericano, appunto.

Per Trump gli Stati Uniti non intendono certamente immischiarsi nel conflitto ucraino. Si propone di far tacere le armi cessando di sovvenzionare il regime corrotto di Kiev. Anche in questo caso l’Unione europea interpreta il ritiro statunitense come un invito a prendere il testimone. È un errore. L’Ue esiste solo perché lo vuole Washington: intervenendo in Ucraina senza che gli Stati Uniti glielo chiedano, l’Unione europea accelererà la propria dissoluzione.

Quanto alla guerra commerciale i non-statunitensi hanno subito uno shock per come Trump intende i dazi: credono che siano un modo per proteggere alcuni settori economici, i jacksoniani li ritengono invece un’arma politica.

Per esempio Trump in poche ore ha innalzato i dazi dei prodotti importati dalla Colombia del 25%, minacciando di alzarli la settimana successiva al 50% se Bogotà avesse insistito a opporsi al rimpatrio dei propri migranti. I dazi sono stati revocati quando Bogotà ha rimpatriato gli immigrati colombiani illegali.

Trump replica la manovra con il Canada e il Messico (15%) e con la Cina (10%). Anche in questi casi la motivazione non è economica, ma politica. Trump ritiene che la Cina fornisca precursori chimici ai cartelli della droga e che il Messico e il Canada permettano l’ingresso di queste droghe negli Stati Uniti.

Per quanto riguarda l’Europa il problema è diverso: Trump vuole riequilibrare la bilancia commerciale. La sua amministrazione potrà introdurre dazi doganali del 10%, ma soltanto su alcuni prodotti. Si tratta di un trattamento convenzionale di questi dazi, anche se non si capisce come si accordi con gli impegni presi aderendo all’Organizzazione mondiale del Commercio (OMC).

Thierry Meyssan

Traduzione
Rachele Marmetti

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