
Due mozioni per chiedere a Pretoria di sostenere anche una missione di fact-finding sulle violenza da parte dell’organismo
Il governo propone un altro approccio: “Organizziamo una conferenza continentale sul tema”. Intanto, in centinaia di migliaia lasciano il paese
31 Luglio 2026
Articolo di Redazione

La sessione del Parlamento dell’Unione Africana. (Foto dalla pagina Facebook del Parlamento)
Il parlamento dell’Unione Africana vuole che il Sudafrica si adoperi per mettere fine alla violenza xenofoba contro i migranti africani che da mesi colpisce il paese, con centinaia di migliaia di persone straniere espulse o che sono ritornate volontariamente nei loro Stati di origine per sfuggire alla violenza solo negli ultimi mesi.
L’organo dell’UA è in realtà privo di un vero potere legislativo, ma la sua presa di posizione è comunque importante: segnala infatti le sempre crescenti pressioni di diversi paesi del continente verso Pretoria, accusata di non fare a sufficienza per frenare le violenze.
La situazione è già degenerata in un aperto impasse diplomatico con il Ghana e rischia di far peggiorare i rapporti tra il Sudafrica e diversi altri stati della regione.
Un problema che non passa
Non è la prima volta che il Sudafrica si trova a fare i conti con delle ondate di violenza contro i migranti, soprattutto quelli africani neri. Nel 2008 le aggressioni portarono alla morte di oltre 60 persone e allo sfollamento di decine di migliaia.
L’attuale fase di ostilità verso i cittadini stranieri è cominciata già l’anno scorso, quando due organizzazioni xenofobe che si autodefiniscono di vigilantes – March and March e Operation Dudula – hanno lanciato una campagna per impedire alle persone migranti di accedere a scuole e strutture sanitarie pubbliche.
Dopo aver carsicamente attraversato gli ultimi mesi di vita sociale sudafricana, la violenza è tornata a riaffacciarsi con forza da marzo scorso. Le organizzazioni promotrici delle proteste affermano di prendersela con i migranti irregolari, che accusano di commettere crimini, competere irregolarmente per i posti di lavoro e le attività commerciali e saturare i servizi sociali.
Diversi analisti e studiosi hanno evidenziato come le origini dell’emergenza appaiano piuttosto di natura politica e sociale: il Sudafrica è alla prese con una governance politica fortemente deficitaria e con alti tassi di disoccupazione, criminalità e disuguaglianza economica.
I migranti sarebbero allora un comodo capro espiatorio, anche per la politica, cui diverse componenti stanno appoggiando anche apertamente le mobilitazioni contro i migranti.
Lo spettro del 30 giugno
La situazione negli ultimi mesi è andata via via peggiorando e ha raggiunto il culmine lo scorso 30 giugno, giornata che i movimenti xenofobi avevano indicato come termine per il rimpatrio forzato di tutti i migranti irregolari presenti nel paese.
La data, cerchiata in rosso sul calendario della polizia e dei servizi di sicurezza sudafricani, non ha portato a violenze di massa ma ha inaugurato una serie di manifestazioni settimanali.
March and March ha reso noto che i cortei proseguiranno fino a novembre, mese in cui sono previste le elezioni amministrative in tutte le maggiori città sudafricane.
Da marzo a oggi intanto, almeno quattro persone avrebbero perso la vita durante le proteste contro i migranti. Stando ai dati rilasciati dal governo sudafricano, solo nelle ultime cinque settimane sono state deportate fuori dal paese 68mila persone, per la quasi totalità originarie del Malawi (81%) e dello Zimbabwe.
Mettendo insieme i dati sui rientri volontari comunicati dai vari paesi, emergerebbe che negli ultimi mesi circa 160mila persone hanno fatto ritorno nelle loro terre di origine, di cui circa 100mila nel solo Zimbabwe.
Altri paesi che hanno effettuato rimpatri o accolto i loro cittadini di ritorno sono Malawi, Mozambico, Nigeria, Ghana, Repubblica democratica del Congo e Kenya.
Cosa hanno deciso i deputati panafricani
Questo è il contesto in cui va calata la decisione del Parlamento dell’UA. L’assemblea è stata istituita nel 2004 ed è composta da 275 deputati designati dai rispettivi parlamenti dei 54 stati membri.
L’istituzione è nata con l’obiettivo ultimo di diventare il vero e proprio braccio legislativo dell’organismo regionale africano, con tanto di elezione diretta dei suoi membri. Questa evoluzione istituzionale non è però ancora avvenuta, e a oggi il Parlamento detiene un potere meramente consultivo e di supervisione e controllo del bilancio.
Il tema della xenofobia in Sudafrica è stato discusso alla sessione inaugurale della settima legislatura dell’organo. I parlamentari hanno approvato due mozioni sulla questione, presentate da quattro deputati di tre paesi: Costa d’Avorio, Senegal e Kenya (con due rappresentanti).
I deputati hanno quindi richiesto con la prima mozione che il Parlamento condannasse gli attacchi xenofobi. Con la seconda invece, hanno esortato Pretoria a “rafforzare la protezione di tutte le persone presenti sul suo territorio, indipendentemente dalla nazionalità, a garantire che i responsabili siano assicurati alla giustizia e a sostenere l’istituzione di un meccanismo indipendente di accertamento dei fatti e di monitoraggio dell’Unione Africana per valutare la portata, le cause e le ripercussioni umanitarie degli attacchi segnalati”.
La campagna del Ghana
Non è il primo tentativo dall’inizio della crisi di portare la questione del razzismo a livello di istituzioni continentali. Il paese che è stato più attivo su questo fronte è sicuramente il Ghana, che ha iniziato a prendere provvedimenti già lo scorso maggio, dopo che un video con degli abusi a un migrante ghanese in Sudafrica era circolato online.
A oggi Accra ha rimpatriato quasi 1.000 persone e in settimana ha annunciato di essere pronta a riprendersi altri 1.000 suoi cittadini. Il governo ghanese ha anche lamentato la morte di almeno due connazionali nelle violenze, anche se le autorità sudafricane non hanno confermato.
Nelle scorso settimane, il paese dell’Africa occidentale ha anche rinviato una visita del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa prevista per agosto alla luce delle tensioni.
La settimana scorsa il presidente John Mahama ha anche chiesto al presidente della commissione dell’Unione africana, Mahmoud Ali Youssouf, di inserire la questione nell’agenda del prossimo vertice dell’UA, previsto per febbraio 2027.
Questa settimana poi, una proposta simile è stata nuovamente avanzata dal Ghana nel corso di una riunione del Consiglio esecutivo dei ministri degli Esteri. Accra ha proposto di dibattere della xenofobia già nel corso di un incontro di più basso profilo che si terrà a ottobre. La mozione non è stata però accolta, anche a causa della aperta opposizione del ministro degli Esteri di Pretoria, Roland Lamola.
La versione sudafricana
Pur condannando fermamente la violenza xenofoba, il governo sudafricano sta mostrando di non condividere le pressioni mosse dagli altri stati africani. Anzi, Pretoria sta proponendo un approccio diverso.
Il capo delegazione sudafricano al Parlamento dell’UA, Mdumiseni Ntuli, ha detto che la narrazione secondo cui i sudafricani sarebbero xenofobi è priva di qualsiasi riscontro e ha invitato gli altri paesi a considerare che “affrontare le sfide migratorie non può essere responsabilità esclusiva del Sudafrica” poichè “richiede una risposta continentale coordinata”.
Ed è questo il punto su cui più sta insistendo Pretoria. Ieri 30 luglio il ministero degli Esteri ha pubblicato una nota in cui si “ribadisce il proprio sostegno alla decisione di lunga data dell’Unione Africana di convocare una conferenza continentale sulla migrazione”. Decisione, si specifica, che risale per la prima volta al 2015.
Nel comunicato il ministero degli Esteri riafferma la condanna della violenza e l’impegno a portare i responsabili degli abusi davanti alla giustizia e si sostiene che “una soluzione duratura alle pressioni migratorie non possa essere raggiunta attraverso approcci selettivi che isolano o denigrano i singoli Stati membri.
Richiede un dialogo onesto sui fattori di spinta e di attrazione che guidano i flussi migratori nei paesi di origine, transito e destinazione, nonché sulle responsabilità che tutti gli stati devono assumersi”.
In conclusione, Pretoria afferma di “rimanere fermamente impegnata nel panafricanismo e nella solidarietà africana. Le preoccupazioni, gli interessi e le aspirazioni collettive del continente restano al centro della politica estera e dell’identità democratica del Sudafrica”.
Una chiusura che potrebbe sembrare solamente formale ma che invece mostra quanto la questione della xenofobia interroghi la tenuta del principio panafricanista come collante fondamentale tra i paesi del continente.
Un aspetto significativo per tutti i paesi e ancora di più per il Sudafrica, che durante la sua lunga lotta contro il regime razzista di apartheid poté beneficiare del sostegno dei governi di molti paesi africani, come il Ghana a esempio, che accolse nel paese anche l’ex presidente e icona della lotta per la libertà, Nelson Mandela, mentre era un combattente clandestino.