mercoledì, Settembre 30

IL BLOG REMOCONTRO RIVELA COSA HA DENUNCIATO IL NEW YORK TIMES SU GAZA

di Redazione

Ringraziamo Remocontro e Piero Orteca per aver rilanciato le notizie sui crimini israeliani a Gaza. I trattamenti a cui sono sottoposti i palestinesi a Gaza dimostrano, una volta di più, che occorre scavare nella ideologia e nella storia degli aschenaziti/sionisti per non fare di tutti gli ebrei un sol fascio. Gli aschenaziti/sionisti hanno perseguitato non solo i palestinesi ma anche gli ebrei di origine araba, i sefarditi e i falascià come è ben descritto nello splendido saggio di Ella Shohat, LE VITTIME EBREE DEL SIONISMO, Edizioni Q, febbraio 2023, che consigliamo a tutti di leggere e diffondere.

Se non si scava, come sinceri democratici, sulle reali motivazioni per cui i banchieri Rothschild hanno finanziato il sionismo e la nascita di Israele, uno Stato collocato dove c’è il canale di Suez, il petrolio e oggi si scopre il mega-giacimento di metano Leviathan, davanti alle coste di Gaza, non si fa certo un buon servizio a chi lotta contro l’antisemitismo praticato dallo Stato gendarme dei massocapitalisti, Israele, nei confronti dei semiti palestinesi. Gli aschenaziti al vertice di Israele e del sionismo non sono mai stati semiti, la loro cultura è prettamente occidentale e le loro spaventose pratiche colonialiste lo dimostrano.

Occorre sconfiggere il sionismo anche in Israele e far nascere uno Stato unico per ebrei, musulmani, cristiani e atei, uno Stato laico con una Costituzione in cui tutti i cittadine/i sono uguali e hanno gli stessi diritti indipendentemente dal sesso, dal credo religioso, dall’etnia, dalle idee politiche. E che sia soprattutto antifascista.

REMOCONTRO

Rivelazioni-denuncia del New York Times sui prigionieri d’Israele a Gaza

di Piero Orteca

29 Gennaio 2024

«Spogliati, picchiati e poi scomparsi. Il trattamento riservato da Israele ai detenuti di Gaza suscita allarme». Nel titolo del quotidiano americano, la sintesi più efficace sulla sorte delle migliaia di palestinesi incarcerati dalle autorità di Tel Aviv, e sottoposti a vessazioni al limite della tortura.  

«Spogliati, picchiati, scomparsi»

Umiliazioni e percosse, forse torture. Un trattamento indegno per uno Stato  moderno, democratico e civile,  come dovrebbe essere quello israeliano, il primo commento del giornale americano. Uno Stato che, benché mortalmente ferito dall’aggressione terroristica di Hamas, non dovrebbe mai abdicare ai principi basilari che ha scelto come fondanti per la sua stessa costituzione.

Istigazione a delinquere

«A Gaza andiamo a combattere contro animali-umani». Le parole pronunciate dal Ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, e riprese nell’arringa accusatoria della Corte internazionale di giustizia dell’Aja, sembrano quasi una terribile esortazione.

Dall’accusa di genocidio a quella di tortura?

Sempre il New York Times svela che «un ufficio delle Nazioni Unite ha affermato che la carcerazione e il trattamento dei detenuti potrebbero equivalere a tortura. Si stima che migliaia di persone siano state detenute e tenute in condizioni orribili. Alcune sono state liberate indossando solo perizomi».

Accertamenti giornalistici

I giornalisti americani hanno cercato di vederci chiaro, interpellando direttamente i funzionari dell’IDF. Le risposte sono state piuttosto evasive. L’esercito israeliano ha affermato di detenere persone «sospettate di coinvolgimento in attività terroristiche, e di aver rilasciato successivamente coloro che sono stati scagionati». L’unico problema, per usare un eufemismo, è che le procedure utilizzate per accertare il loro coinvolgimento sono quantomeno discutibili.

Sospettabili e galera facile

Se per essere ‘sospettati’ basta poco, per finire in galera ci vuole meno ancora. Regna una vera e propria legge quasi-marziale, che da Gaza alla Cisgiordania, viene applicata col pugno di ferro. Tuttavia, secondo quanto scrive il New York Times, «le autorità israeliane hanno affermato di trattare i detenuti in conformità con il diritto internazionale. Inoltre hanno difeso l’obbligo di costringere uomini e ragazzi a spogliarsi, affermando che ciò serve a garantire che non nascondano giubbotti esplosivi o altre armi».

‘Desaparecidos’ anche a Gaza

Il caso, denunciato dal portavoce della Croce Rossa, Hisham Mhanna, su ben 4000 palestinesi letteralmente scomparsi da Gaza. In base alle denunce ricevute, si ritiene che almeno 2000 di essi siano stati segretamente incarcerati dall’esercito israeliano. È stato possibile avere qualche conferma della loro esistenza in vita, solo in una manciata di casi. E così, arriviamo al punto di quella che, a prima vista, potrebbe essere la causa scatenante di una violazione sistematica dei diritti fondamentali dell’uomo.

‘Tutti terroristi’

L’ipotesi che fanno al New York Times è semplice, ma rabbrividente: «Durante il primo mese di guerra, Israele avvertì coloro che non fuggivano dalle aree sottoposte a ordine di evacuazione che potevano essere considerati partner di un’organizzazione terroristica. Il mese scorso un portavoce del governo di Tel Aviv, Eylon Levy, ha detto che le forze israeliane stavano detenendo uomini in età militare in quelle aree». Evidentemente si ritiene che ogni palestinese maggiorenne, nella Striscia di Gaza, possa essere un miliziano presente o futuro, un semplice fiancheggiatore, o persino un innocuo simpatizzante, dell’organizzazione terroristica Hamas.

‘A Gaza non ci sono innocenti’

E questo corrisponde con quell’affermazione, espressa dall’ex ministro delle difesa  Avigdor Lieberman, sostenitore dell’attuale governo, il quale ha detto che «a Gaza non ci sono innocenti». Se le motivazioni dell’attivismo repressivo israeliano, rivolto contro i civili palestinesi non combattenti di qualsiasi età, dovessero essere queste, si tratterebbe di una interpretazione pericolosa e assolutamente fuorilegge.

Ecco il parere del New York Times: «Francesca Albanese, Relatrice speciale dell’Onu per i Territori palestinesi occupati, ha affermato che designare i civili che non sono stati evacuati come complici del terrorismo non solo rappresenta una minaccia di punizione collettiva, ma potrebbe costituire pulizia etnica».

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