di Angelo Ruggeri

Ripartire dalla lotta per la democrazia sociale prefigurata dalla nostra Costituzione nella convergenza politico-culturale di Dossetti e Togliatti, ci consentirebbero il controllo sociale dell’economia. Inoltre questo tipo di lotta bloccherebbe lo sbrego che vogliono attuare sulla Costituzione, sbrego tanto invocato da Cossiga e da Miglio (che altro non sarebbe che un colpo di stato) e che ora si sta cercando di attuare (nonostante Cossiga e Miglio non ci siano più).
La Costituzione, testimonia l’inerenza inscindibile tra l’impegno per una democrazia sociale, prospettata dai Costituenti e antagonista della concezione autoritaria dello stato liberale, oltre che del totalitarismo fascista. Ma la Costituzione testimonia anche l’impegno per la trasformazione dei rapporti sociali e politici, sia mediante uno sbocco conseguente della sovranità popolare in un parlamento autonomo dai vertici ristretti e burocratizzati, sia con la creazione di un sistema di garanzie volte ad ottenere un uso legittimo della politica e delle leggi democratiche, che sconfiggano le prevaricazioni dei soggetti dominanti. Proprio per questo i Costituenti hanno sottratto la magistratura dai condizionamenti delle forze politiche e dei governi.
Anche l’attacco alla magistratura (come il rafforzamento dell’esecutivo col presidenzialismo modello di premierato) va interpretato come frutto delle insistenti pressioni del capitalismo.
Alla luce del duplice rovesciamento tentato dai tanti; la questione del ritorno della stabilità e del decisionismo contro quello della conflittualità e dell’autonomia delle forze sociali; il diritto del lavoro, che le imprese non accettano poiché aumenterebbe il livello di democratizzazione dello Stato (che si è faticosamente fatto strada e che oggi renderebbe impossibile un caso come quello di Tortora). Ma anche il pluralismo e la dialettica democratica delle vituperate correnti devono esistere in nome dell’indipendenza dell’ordine giudiziario, mosse dall’idea di uguaglianza sia sostanziale che formale di tutti i soggetti di fronte alla legge (art. 3 della Costituzione italiana). Le imprese attualmente detengono posizioni di potere che di fatto permettano loro di contrastare gli stessi poteri costituzionali, perché non sopportano che ci sia una autorità costituzionale che possa a loro comminare sanzioni o anche degli ordini, come ad esempio ordini di reintegrare lavoratori ingiustamente licenziati, come accaduto anche in casi recenti, tra cui quello di un lavoratore della Scala. Nella logica becera del profitto, il capitalismo attua qualsiasi azione gli permetta il mantenimento del suo stesso potere.
Se sommiamo questo governo fascista, al sottosegretario Mantovano e al livello politico di Giorgia Meloni non ne uscirà nulla, infatti non hanno né idee né programmi, se non quelli forniti dalle 12 potenti fondazioni capitaliste della trumpiana estrema destra americana, anche nominata MAGA.
Già in passato hanno avuto la possibilità di copiare altri Stati e lo hanno fatto, basti pensare al nome dell’Inno d’Italia. Da lì in poi, non hanno fatto altro che emulare, copiando ora anche l’idea di una costituzione-anticostituzionale che permetta al governo e alla sua capa di gestire le istituzioni e il paese come Berlusconi ha gestito le proprie imprese.
Esistono, infatti, costituzioni che sono soltanto nominali, nel senso che si impadroniscono del nome ma che si riducono ad essere “la formalizzazione della localizzazione effettiva del potere politico a esclusivo beneficio dei suoi effettivi detentori”, senza limiti costituzionali. Appunto, la costituzione che interessa a Meloni come ai Berlusconi di turno, che designa la trasformazione di una costituzione vera e propria (nel significato garantista del termine) in una farlocca, chiamata impropriamente costituzione, ma che è soltanto l’organigramma di come vorrebbero organizzare l’esercizio del potere, concentrandolo solo apparentemente in una autorità personale, che essendo anacronistica rispetto alla società contemporanea, si configura inevitabilmente come potere delle corporazioni e delle lobby. Una c.d. autorità personale, dietro cui compare il grande capitale: cioè il cuore vero del potere, del padronato e del management dell’impresa, di cui i neofascisti, leghisti, ecc., fanno le mosche cocchiere, credendo di essere loro a controllare lo spostamento a destra, che perseguito in nome del governo forte è esattamente quella controrivoluzione conservatrice e reazionaria perseguita fin dal 1948, quando fu approvata la Costituzione, dal capitalismo nazionale e internazionale.
Il rafforzamento dell’esecutivo oggi riproposto in nome del presidenzialismo dagli eredi ed epigoni in sedicesimo del fascismo, al quale già una volta, appunto, è ricorso il capitalismo proprio per ottenere con esso il rafforzamento dell’esecutivo che infatti col fascismo ha raggiunto il suo acme, nella misura in cui raggiunge il suo apice con il presidenzialismo modello di premierato e del federalismo della Lega varesina di Bossi, non sono altro che il riflesso delle reiterate sollecitazioni del capitalismo ad avere istituzioni strettamente funzionali ai suoi obbiettivi di dominio sulla società. Schiavo del sistema, l’attuale governo arriva a mistificare con tanta grossolanità la cosiddetta teoria della divisione dei poteri, perché il potere esecutivo in verità è e diventerebbe ancor di più il potere dominante delle istituzioni statali, sovvertendo così la Repubblica delle autonomie, sociali, locali e l’autonomia della magistratura, persino mirando a cancellare un organo costituzionale come il Consiglio Superiore della Magistratura, dividendolo in due anzi, in tre organi e consigli, per indebolire ancora la magistratura e in questo modo renderla subalterna al dominio autocratico. Il governo ha già messo in atto tale dinamica, in una situazione drammatica come quella della democrazia, resa ancor più drammatica ormai da quasi quattro anni per gli effetti reali che il presidenzialismo ha esercitato ed esercita senza ancora essere formalmente in vigore, col passaggio dei pieni poteri al governo. Il che rende indispensabile richiamare, anche ma non solo con queste allegate repetita juvant, elementi di una memoria storica così sopita da aver indotto forze emergenti, sia progressiste che conservatrici ad assimilarsi, favorendo ora questo uovo fascismo tabuizzato.
Tabuizzato solo perché si rinuncia a porre in una prospettiva storica la materia delle forme reazionarie del potere del fascismo, anche quando, come oggi in Italia, con l’attuale governo si ripropongano le stesse teorie reazionarie gerarchiche e le stesse forme di potere proprie del fascismo. Alcuni (tra cui pseudo filosofi come Cacciari) ritengono che il fascismo sarebbe solo quello realizzato negli anni ‘20 del 900 in Italia, come non fossero fasciste le forme di potere cileno e di tanti stati del Centro-Sud America, o dell’Asia o, persino, dell’Europa, come il salazarismo e il franchismo in Portogallo e Spagna..
Quando Bobbio e il centrosinistra con i socialisti avviarono una controffensiva contro il ruolo del Parlamento, in cui Bobbio già allora sostenne che l’ideale per un regime presidenziale è quello di un governo forte, gli ex comunisti hanno dimenticato che sia Amendola che Ingrao risposero entrambi respingendo sia le premesse che le conclusioni di Bobbio. Dopo Amendola intervenne Ingrao, che nel confermare l’inaccettabilità di un pregiudizio secondo cui il miglior sistema parlamentare è quello fondato sul bipartitismo che esclude l’opposizione dalla funzione di direzione dello stato e fa del parlamento il solo luogo del controllo (come auspicato invece oggi da tutte le formazioni politiche che da destra e da sinistra si contendono la palma della vittoria elettorale – non avendo più contrasti sulla natura del sistema sociale), Ingrao precisò che la democrazia repubblicana imperniata sulla Costituzione, va intesa come partecipazione delle masse. Il ruolo attivo del parlamento presuppone dunque uno sviluppo e una esaltazione dei partiti come programmi e non come uomini, clientele, gruppi di potere. Puntando con ciò a fare del parlamento il luogo di una dialettica reale, veicolando la partecipazione popolare al fine di favorire l’allargamento di tale partecipazione delle masse che dai luoghi di produzione giunga fino alla sovrastruttura politica stante l’esigenza delle grandi riforme sociali, del decentramento politico, della politica di piano: problemi tutti non solo aperti, ma affrontati contraddittoriamente dal centro-sinistra sotto l’incalzare dell’opposizione di sinistra.
In termini espliciti, va ricordato che si era nel pieno dello scontro che aveva come epicentro la concezione di quella programmazione economica che – in nome dell’attuazione dell’articolo 41 della Costituzione e del ruolo che da sinistra si voleva attribuire alla legge e quindi al parlamento nella fissazione dei vincoli sociali al sistema produttivo – elevava al massimo la tensione tra gli opposti fronti governativi e della opposizione comunista (e del partito socialista di unità proletaria). Mentre la destra vedeva sempre più ridursi quel ruolo che aveva tentato comunque di far valere sia per bloccare l’avvento del centro-sinistra sia per condizionare nei limiti del possibile l’aspro contrasto tra le correnti della Dc. Per quanto oggi della programmazione economica democratica quello che è ancora noto è solamente quella politica dei redditi (cioè di un reddito solo volto a ridurre il reddito dei lavoratori come succede da 40 anni e che ha portato l’Italia ad avere i salari più bassi di tutta l’Europa), che le forze governative di centro sinistra volevano ad ogni costo imprimervi, fino al punto che per questo si è passati dal progetto 1965-1969 di Giolitti, al progetto 1966-1970 di Pieraccini. In una fase di cui rileva il fatto l’ostinazione dura con cui, nel Paese e in Parlamento, il PCI contrastò il centro-sinistra in nome di una concezione democratica della programmazione stessa, capace sia di prevedere i contenuti vincolanti nei confronti del sistema delle imprese private e pubbliche, e nel contempo di spostare l’asse del potere politico-sociale dal primato dell’esecutivo, alla centralità del parlamento, e quindi anche delle organizzazioni sindacali e delle regioni, per passare ad una loro effettiva introduzione nel sistema democratico, nonché a quello che è stato definito come lo Statuto dei lavoratori e delle lavoratrici, anche se con dei limiti – che portarono i parlamentari del PCI ad astenersi, salvo il voto favorevole di Lama – che hanno permesso e permettono ancora – alla CISL, ad esempio – di interpretare lo Statuto più che dei lavoratori, come quello dei sindacati e del loro vertice.
In una situazione nella quale pertanto lo scontro di classe si faceva sempre più acuto – preconizzando il già accennato e ben più radicale passaggio del ’68 – il problema del ruolo della democrazia nei rapporti, non solo tra cittadini e stato, ma anche tra lavoratori, impresa e stato, era affrontato da ogni punto di vista: come testimonia quella critica che si è convenuto chiamare estremistica e che meglio si definirebbe rivoluzionaria e unilaterale di fronte all’estremismo che sarebbe improprio negare alle posizioni di destra convergente da diverse parti verso la necessità del rafforzamento dell’esecutivo, con tutte le implicazioni di tipo autoritario che ne derivano con riguardo ad ogni rapporto sociale e non solo istituzionale, privato oltre che pubblico. E il punto di vista che diede una nuova e forte caratterizzazione alla sinistra marxista, fu il nuovo tipo di analisi delle lotte operaie rispetto lo sviluppo capitalistico nella fase dell’automazione, che ha portato quel rilancio del marxismo fatto con la critica dell’uso capitalistico delle macchine. Una analisi e una critica che ha avuto e mantiene quanto meno il merito di aver smascherato in anticipo il limite di chi da destra interna al PCI puntava solo – e ben lo si è visto bene prima a Varese dove hanno permesso la nascita della Lega varesina di Bossi e del primo nucleo di sociale reazionario che poi si è esteso all’intero Nord del Paese e dagli anni ottanta in poi, con il passaggio dal PCI al PDS -, in forza di un PCI succube sia della Lega di Bossi e del Psi di Craxi-Amato, entrambi consigliati e da Miglio e fautori del suo esplicito invito ad aprire uno sbrego nella Costituzione – a contrapporre al primato politico della lotta in fabbrica – ispirata da motivazioni rivoluzionarie anche se dentro i sui limiti soggettivistici – il primato della lotta politica per insediarsi nello Stato da loro inteso solo come governo, cioè come denunciato da Gramsci, uno stato-governo- apparato, burocrazia e anche polizia nazionale e internazionale e non come sintesi dei rapporti capaci di incidere sia socialmente che politicamente, sul potere economico e capitalistico in senso emancipante.
Un una cosi sopita memoria storica, tale da portare una sinistra trasformista a convergere con la destra neofascista, nel sostenere il riarmo nazionale ed europeo, per e pur di continuare con la interposta ucraina, la strategia guerra euro-angloamericana – mirata a realizzare un cordone sanitario attorno alla Russia come quello realizzato dai paesi occidentali al tempo di Lenin e della rivoluzione bolscevica – perché resteremo a fianco di Kiev fino alla sconfitta militare della Russia, come dissero pubblicamente Giorgia Meloni e il ministro della guerra, Crosetto; e per imboccare la strada di un ritorno pieno alla tradizione con una pedissequa concezione dello stato come strumento di gestione degli interessi generali quali quelli risultanti, decisi e definiti, dagli obbiettivi strategici del capitalismo internazionale e nazionale.
Il che corrisponde all’idea di qualunque forma di governo – presidenziale o parlamentare, pluripartitico, bipartitico o a partito unico – secondo cui il nucleo di fondo del potere di governare delle istituzioni statali di qualunque forma di governo – comporta l’annullamento della forma di governo parlamentare come quella prevista dalla Costituzione italiana e del tipo di rappresentatività realizzata con la legge elettorale proporzionale, mediante il sistema maggioritario che consente a questo governo, anche se rappresenta un’infima minoranza del corpo elettorale e del popolo italiano, di presentare come riforma della Costituzione quel che ai sensi dell’Art.138/C. di carattere proporzionalista è vietato e preclude a maggioranze ce non sono elette col sistema elettorale proporzionale ma col maggioritario. E allora, bisogna evitare l’errore di non obbiettare sulla incostituzionalità di revisioni sostenute da maggioranze formatesi ed elette mediante la manipolazione maggioritaria dei voti, cioè evitare l’errore già compiuto da quanti non hanno eccepito l’incostituzionalità del principio maggioritario per contraddizione con i principi generali dell’ordinamento giuridico italiano, come pregiudiziale assoluta al potere della stessa revisione costituzionale, per contrastare sia la creazione dello stato presidenziale sia del passaggio allo stato federale che è l’altra faccia della medesima ipotesi in mente di quanti vogliano una rivincita sulla fase costituente del 1944-47.
Cioè, proprio per esautorare quelle assemblee parlamentari la cui eliminazione dal modello istituzionale il fascismo ha potuto persino omettere dal 1925 al 1939 stante la forza antidemocratica del plebiscitarismo e del consenso nella società di massa, nella misura in cui naturalmente, tali assemblee facciano solo da supporto subalterno al governo del capo e ben lungi dall’esprimere potere, in nome del ribadito rafforzamento dell’esecutivo che con il fascismo – appunto – raggiunse il suo acme,smascherando la falsa democraticità dei sistemi liberali dei quali viene predicata la stabilità e l’efficienza proprio perché un solo partito, o coalizione, è al governo e domina l’assemblea e l’altro partito, o coalizione, escluso dal governo, deve rigorosamente essere escluso dal potere di indirizzo politico, relegato ad una secondaria funzione di controllo in nome di valori condivisi tra i partiti di sistema, che anche quando si alternano al governo si alternano appunto,al governo e non al potere che resta e viene lasciato saldamente nelle mani del capitale e del capitalismo finanziario che in quanto tale coinvolge e asservisce il governo a sostenerlo economicamente, politicamente o direttamente o indirettamente anche militarmente, per contribuire alla concorrenza e alla conquista di spazi nel mercato internazionale.
I pericoli sono oggi rappresentati dal fatto che unica è la matrice delle due distinte ma equivalenti soluzioni, maggioritaria o presidenzialista (con la sofisticata variante dell’elezione popolare del Presidente del Consiglio); ed è perciò necessario non già per autoflagellazione ma per un’irrinunciabile esigenza autocritica dare evidenza oggi per evitare altri supporti da sinistra a trasformazioni istituzionali che la destra non avrebbe mai potuto provocare se non si fosse sguarnita la Costituzione da sinistra, da quando (non solo Ingrao per primo, ma poi Occhetto con più determinazione) si è inopinatamente affermato che andava dato più potere agli elettori superando la proporzionale; tenuto conto, come vorrei rimarcare senza poterne riferire qui dettagliatamente come pure sarebbe utile, che una cosa è il nucleo del ragionamento teorico, laddove Ingrao facendo espresso riferimento alla Costituzione e non ad una particolare teoria di partito, in “Masse e potere” rivendicava come concezione istituzionale democratica e quindi incompatibile con la concezione liberale e della forma di stato e della forma di governo, quella di un ruolo delle assemblee rappresentative impostato in una duplice angolazione, per fare cioè di esse degli organi di decisione politica, di lavoro, e per affermare nuovi istituti, di intervento e di controllo, che organizzino il rapporto tra le assemblee e le masse e allarghino sempre più la partecipazione delle masse alla gestione della cosa pubblica.
Altra cosa, senza voler far giudizi sommari su leader importanti eppure diversi del comunismo italiano, è dire come Ingrao nel 1989 – ma in tutti i suoi saggi prima si parlava addirittura del farsi stato del movimento operaio – che la “Costituzione non già in alcuni elementi particolari ma nel suo principio fondante nasce e muore contemporaneamente”, perché il modello produttivo del capitalismo assimilato dall’Italia con l’ingresso nel Patto Atlantico compiva già il “rovesciamento reale dell’ipotesi emancipativa delle relazioni sociali prospettata dalla Costituzione”; altro è dire invece, con Enrico Berlinguer che quella che “con eufemismo non privo di ipocrisia viene chiamata la costituzione materiale è quel complesso di usi e di abusi che contraddicono costituzione scritta ed ha aperto la strada al formarsi e al dilagare di poteri occulti eversivi”, che si configurano, quindi, come colpo di Stato.
O come quando analizzando le proposte presidenzialiste risalenti al PSI e valutando i tentativi del presidenzialismo empirico di Cossiga, i ricercatori del Centro presieduto da Ingrao e lo stesso Ingrao, hanno sostenuto la linea di principio che la forma di governo presidenziale non è di per se contraria ad alcun principio di democrazia, non va perciò demonizzata – dissero – ciò che varrebbe solo se ed in quanto, come da parte di questi, si perviene a scindere – ciò che alla Costituente non era avvenuto – il nesso tra forma di stato e forma di governo, che per l’appunto ha portato ad aderire, anziché ad obbiettare, alla incostituzionalità del principio maggioritario e che oggi porta a tacere sulla incostituzionalità dei testi dei ddl costituzionali del governo eletto col manipolatorio sistema maggioritario, che, con metodo da colpo di stato, come quello attuato da De Gaulle, appunto come deroga alle procedure costituzionali, ora puntano più organicamente a cancellare l’intero disegno della nostra forma di stato e di governo, approfittando, magari, della naturale maggiore attenzione popolare ai provvedimento capestro di natura finanziaria,tanto più polarizzata sulla drammatica situazione sociale e di grave sofferenza in cui versano la gente, i lavoratori e il popolo, resi centrali come oggetti delle manovre economiche, quanto più nel contempo si sta manovrando obliquamente sulle c.d. riforme istituzionali e costituzionali, per eliminarli definitivamente dal ruolo di soggetti di partecipazione, titolari di poteri di decisione che la Costituzione, spesso disapplicata, riconosce loro.
Se si intende difendere e quindi rilanciare la Costituzione nei suoi valori sociali portanti, sarebbe imperdonabile tatticismo quello di replicare in sole forme di contenimento alle proposte incostituzionali che vengono riprese ad ogni piè sospinto con la tattica degli emendamenti, e delle riforme istituzionali, badando a segnalare tempestivamente che i tentativi di colpi di stato, suggeriti palesemente da Miglio come sbrego, hanno un precedente storico che la sinistra non ha censurato dopo Togliatti nel caso di De Gaulle, nel sistema, tanto che in nome della ricerca di un’alternativa non più al sistema ma di sinistra nel sistema. Già il PDUP con Lucio Magri nel 1981 ritenne che l’esempio francese senza De Gaulle e con Mitterand cambi di segno, per ragioni soggettive, la portata di un regime in cui il PSI è neo-conservatore, e dovrebbe servire come esempio da imitare per realizzare una elezione anche in Italia dell’esecutivo come è nei voti e intenti propri della cultura istituzionale e quindi socio-politica della destra anche estrema e neofascista: tralasciando il fatto che una sinistra di alternativa-alternanza può anche mantenere il nome simbolico di socialismo o di comunismo per l’organizzazione storica in atto, ma priva ormai di connotati volti a mettere realmente in discussione l’organizzazione del potere capitalistico, che nella sua intransigenza ammette solo a parole che il bipartitismo o il bipolarismo siano alternativi, facendo di tutto per mantenere non solo stabile il sistema sociale e quindi le ineguaglianza dei rapporti di classe ma anche la gestione del potere politico.
Basterebbe ricordarsi dalla questione del Fondo di solidarietà nazionale dell’inizio degli anni Ottanta, alla questione della scala mobile del 1984, sul terreno della regolazione del lavoro nel contesto di una politica industriale ormai sganciata da ogni vincolo di programmazione pubblica; alla questione della programmazione finanziaria come disciplina della economia pubblica e quindi del bilancio dello stato secondo principi di economicità propri dell’economia privata, risolta con la legge n.468/78 per fissare il principio del primato del privato sul pubblico e per condizionare la legislazione di spesa non più a fini sociali ma a fini privati: si sono così poste le prime premesse di quelli che poi, via via sempre più incontrollatamente perché condivisi come linea di tendenza anche dalla sinistra, si sono enfatizzati come cambiamenti (come si sono cominciati a chiamare le controriforme), che comportavano pregiudiziali di costituzionalità non sollevate a sinistra, in uno spirito di progressiva assuefazione ormai al primato del mercato sullo stato – che in verità era primato dell’economico sul politico, e dell’impresa sulla democrazia – , il cui effetto trascinato sul piano più generale dei valori riguardava il superamento dell’ideologia dell’antifascismo – ormai presente solo per i riti ufficiali “relegati” all’ANPI – secondo gli interessi che da tempo il MSI marcava, tanto da trovare in un famoso incontro Craxi-Almirante la sanzione di un’ispirazione presidenzialista del neofascismo risalente già al 1946.
O almeno tener presente che nelle pieghe di vicende dominate dai tentativi della DC di fare del centrosinistra uno strumento di consolidamento dell’asse del suo potere producendo una rottura nella sinistra con l’inglobamento del PSI in una logica neocentrista, e delle polemiche interne al PCI sul centrosinistra come manifestazione di trasformismo oppure, secondo la destra, PCI come passaggio avanzato di una lotta che per vie intermedie doveva favorire la transizione al socialismo, sulla destra dello schieramento sociale e politico si manifestava la convinzione che non bastasse più l’opposizione legalitaria del MSI, guidato da Almirante padre-padrino della attuale capo del governo, di fronte anche alla sola alla possibilità che la politica di attuazione della Costituzione nei suoi principi economico-sociali fosse destinata a favorire un accordo sia legislativo che governativo con il PCI; donde il profilarsi di un atteggiamento contrario al sistema costituzionale della repubblica in quanto “antifascista”, con una più radicale critica al sistema dei partiti in quanto includente il partito della classe operaia, al parlamento come luogo di quella presenza dinamica in rapporto con i movimenti di massa, alla legge elettorale proporzionale perché era la base fondante di un nuovo tipo di governo parlamentare, critica che sfociava nell’invocazione di una soluzione presidenziali sta come quella in atto in Francia dal 1958, e tenuto conto della presenza di De Gaulle sino al 1969.
Benché, e proprio per la tendenza a sinistra a sottacere il caso francese, si pone a questo punto l’esigenza di fare un richiamo che risulterà chiarificatore dei limiti palesati a sinistra di fronte alla strategia delle “riforme istituzionali” se posto in relazione a quel che, negli anni ottanta, è stato valutato in difformità dalle coerenti posizioni assunte negli anni sessanta sul fenomeno del gollismo, rispetto al quale Togliatti ricordò che “anche il fascismo ha le sue vie nazionali”.
Repetita juvant. www.resistenze.org – osservatorio – Italia – politica e società – 09-03-11 – n. 354
Giustizia e Costituzione alla sbarra, di Angelo Ruggeri (in allegato)
La storia come presente e il presente come storia, fare politica significa fare storia e teoria (Gramsci ) (Per/un) “Archivio– per il rilancio della strategia sociale dell’antifascismo anticapitalista e una nuova strategia di lotta dei movimenti e delle forze politiche e sociali, dell’antifascismo e della “democrazia sostanziale“. LA “DEMOCRAZIA PROTETTA” TRA FASCISMO E DEMOCRAZIA SOCIALE, NELLA EUROPEIZZAZIONE DEL “SEMI” (?)”PRESIDENZIALISMO” . 18 mesi per lottare contro l’intesa Pdl/Pd che ignorando il NO del popolo italiano nel referendum del 2006, ripropone uguale progetto autoritario: un limite temporale che già di per sé è anticostituzionale.
Le frequenti difficoltà di reperimento e di corrispondere a tanti e ad “urgenze” (accumulate) ed anche qualche nostra “indisponibilità”, ci hanno “ritardato” nell’intento di segnalare l’importante sito RESISTENZE Ritrovando quanto è allegato, cogliamo l’occasione per sottolineare che il sito, per il carattere storico sia analitico che documentario che per il suo riferirsi al “fondamento” della democrazia e della Costituzione, contribuisce già di per se ad un “Archivio per nuova strategia di lotta, l’antifascismo e la democrazia ‘sostanziale”.
Anche per dire (ad altri che di volta in volta ce lo hanno chiesto), non serve chiederci “permesso” (al massimo segnalandoci quel che pubblicate), segnaliamo http://accademiadellaliberta.blogspot.it/ che ci ha chiesto tramite Turriti: “Salve possiamo pubblicare anche sul nostro blog qualche suo articolo che ci invia?”: Il giorno 26 febbraio 2013, <angelo-ruggeri@alice.it> ha scritto: “Da una Tangentopoli all’altra delle SpA del capitalismo finanziario d’impresa per abbattere il sistema politico democratico italiano”. http://accademiadellaliberta.blogspot.it/ Il 26 febbraio 2013, <angelo-ruggeri@alice.it> ha scritto: “Il governo degli inventore di quella Finanziaria contro cui sono scesi in piazza milioni di lavoratori”
In senso peggiorativo rispetto agli anni ’50 l’idea reazionaria, anticostituzionale, antisociale e antipopolare della c.d. “democrazia protetta”, nel rapporto tra passato e presente e nella continuità storica tra 900 e XXI secolo, viene riproposta con l’attacco autoritario alla Costituzione.
Il vulnus, la violazione, il “golpe” contro l’art. 138 che essendo di natura e carattere proporzionale regola le norme per modificare la Costituzione solo da parte di maggioranze elette con sistema proporzionale, escludendo modifiche da parte di maggioranze elette o acquisite mediante la manipolazione maggioritaria dei voti (come nel caso della coalizione dall’attuale governo neofascista che oltre tutto con poco più del 40% dei già scarsi votanti del 60%, rappresenta il 15% circa del corpo elettorale), che essendo una di quella dette “costituzione rigida” e “lunga” consente solo piccole modifiche, altrimenti si deve parlare non di “modifiche” ma di golpe, di metodi da “colpo di stato”, appunto, come deroga alle procedure costituzionali come è nel caso delle modifiche alla Costituzione introdotte con le “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”), introdotte dall’attuale governo neofascista e qualora tali modifiche diventassero definitivamente legge dello Stato, dovrebbe essere dichiarate costituzionalmente illegittime.
Donde che il vulnus non è solo nella Commissione dei 40 che ricorda quella della Tirannide dei 30 che abolirono la costituzione e la democrazia di Atene e la Commissione dei saggi di Mussolini del 1923, che elaborò le modifiche istituzionale che nel 1925 portarono al regime; c’è anche (e non solo) l’anticostituzionale limite temporale imposto al Parlamento. E deciso da chi? Dal governo come condizione e ricatto per la sopravvivenza lanciato con la solita democristiana faccia ipocrita dal nuovo “mutandone di stato” che Napolitano ha posto a capo del nuovo “governo Tambroni” detto “governo Letta” (con ministro degli esteri una escort della NATO, degli USA, di Israele e del capitale finanziario euro-atlantico)
C’è del marcio non solo in Danimarca. Naturalmente l’attacco autoritario alla magistratura e in particolare a quella parte che mostra di voler applicare oltre che di conoscere la Costituzione come pochi, si è arricchito di nuovi e gravi capitoli tra cui spiccano quelli volti a coprire i rapporti e la trattativa stato-mafia e i relativi crimini, da parte dei vertici di partiti, governi e del Quirinale che dopo aver taciuto per 20 anni ancora non scelgono la “trasparenza” e la collaborazione con la magistratura ma bensì di ostacolarla con mezzi e anche “mezzucci” che nella sostanziale differenza tra legittimità e legalità sono volti a legalizzare l’illegittimità quale quella ad es. di impedire di conoscere i contenuti delle conversazioni telefoniche intercorse tra ex ministri “imputati” e il Colle, la cui gravità è rilevabile già da quanto parzialmente è stato reso pubblico. C’è del marcio non solo in Danimarca.
Basti ricordare che quando era presidente del Senato, a Pirola e ad altri, in un nostro Mattinale, scrivemmo: “La sai l’ultima? Il presidente del Senato Mancino, in risposta a un parlamentare che riferendosi alla Costituzione – la legge delle leggi che sta al vertice della struttura gerarchica del preciso ordinamento legislativo italiano, a cui sono subalternati, in ordine d’importanza, le leggi formali e all’ultimo gradino i regolamenti – protestava contro il regolamento parlamentare che col contingentamento dei tempi permette ai parlamentari dei gruppi parlamentari più numerosi di parlare ore, mentre quelli dei più piccoli possono parlare solo pochi minuti anche su argomenti gravi e importanti, il presidente del Senato ha risposto: “Lei non deve fare riferimento solo alla Costituzione, ma al regolamento”(Sic). Esemplificazione di tutta una pratica politica con cui da anni la maggioranza di sinistra talvolta con l’apporto bipartisan del polo, rovescia con le leggi (a incominciare dalle incostituzionali leggi elettorali maggioritarie) e con i regolamenti, l’ordinamento costituzionale, quindi l’ordinamento democratico, della Repubblica, ponendo leggi e regolamenti al di sopra, cioè fuori, dalla Costituzione. Già questo bastava per dire: in galera…