sabato, Aprile 11

EDOARDO, L’AGNELLI RINNEGATO

Vanilla Magazine https://www.youtube.com/watch?v=LgnrBHnBCpM

Nel suo podcast Matteo Rubboli di Vanilla Magazine, cita il libro Ottanta metri di mistero di Giuseppe Puppo, che ricostruisce una serie di circostanze dubbie riguardo alla morte di Edoardo Agnelli.

Nel libro vengono riportate molte altre circostanze che supportano l’ipotesi dell’omicidio e tra queste ci sono quelle emerse dall’indagine svolta da Marco Bava, amico e consulente economico di Edoardo Agnelli: “…il corpo era quasi intatto” dopo un volo di 80 metri? “Non viene disposta l’autopsia”. “Edoardo Agnelli era alto 1.94 e pesava 120 kg; non sono veri i dati scritti nei documenti prodotti il giorno della morte, cioè 1.75 e 75 chili… tracce di terriccio nella mano destra… Una massa di 120 kg che precipita per 80 metri arriva all’impatto a 150 km/h circa, cioè con effetti devastanti che invece qui mancano del tutto”.

Il medico Carlo Boscardini che secondo tutti i media, avrebbe scritto il referto della morte di Edoardo afferma: “Ripeto, non sono stato io a fare nessun referto medico. Io non ho proprio mai visto il cadavere di Edoardo. Anzi, potrebbe intitolare il capitolo del suo libro che parlerà di me: ‘Io non c’ero'”. Infatti c’era il dottor Marco Ellena… quello che “sbaglia” altezza e peso di Edoardo Agnelli.

Un errore che non bisogna commettere quando si analizzano i comportamenti di massocapitalisti come gli Agnelli è pensare che abbiano avuto un’educazione come quella di tutti noi, membri del proletariato, fatta di buoni principi, senso della giustizia sociale, di eguaglianza, di solidarietà umana e cooperazione. Che per noi sono una necessità derivante dalla nostra condizione di sfruttati.

Non è così per i massocapitalisti che hanno avuto un’educazione incentrata sull’egoismo, l’egocentrismo, la competizione, la guerra, il non rispetto delle loro stesse leggi e di ogni tipo di trattato o contratto. Pratiche crudeli che si vedono molto bene nella politica economica e estera fatta dai partiti dei massocapitalisti al governo. Politiche che si possono sintetizzare in fame, malattie, guerra e repressione per le classi subalterne. Ma anche negli omicidi di chi intralcia i loro piani… ed Edoardo Agnelli intralciava o non intralciava i loro piani?

Per comprendere quanto ha inciso negativamente l’avvocato Gianni Agnelli e famiglia nella nostra storia nazionale, riportiamo un brano del libro di Paola Baiocchi e Andrea Montella: IPOTESI DI COMPLOTTO? Le coincidenze significative tra le morti e le malattie dei segretari del PCI e l’attuale stato di salute dell’Italia – Carmignani Editrice, 2014:

“Agnelli, Craxi e la P2
Gianni Agnelli, scomparso il 24 gennaio 2003, non ha mai nascosto la sua avversione nei confronti dei comunisti: riprendiamo a titolo di esempio alcune sue dichiarazioni contenute nell’articolo scritto da Massimo Giannini su la Repubblica del 25 gennaio 2003, in cui riporta le valutazioni che il padrone della Fiat dava della situazione politica nel 1976 all’ennesima tornata elettorale, con il PCI in forte ascesa:
«Se vinceranno le sinistre bisognerà lottare perché rimangano spazi di libertà per tutti…». E negli anni Ottanta, in pieno craxismo, ripeteva spesso, impaziente: «Quanti anni ci vogliono ancora, prima che il PCI scompaia?».
Nello stesso articolo Giannini diceva:
«Ma il suo vero cruccio è stato Enrico Berlinguer. Lo conobbe alla Federazione giovanile. “Si capisce subito che è un leader: come in un film, lo vedi scorrere insieme a tanta gente, la sua faccia spicca, ti rimane impressa, e ti dici: questo non passerà via così”. Infatti non è passato via così. In un tetro settembre dell’80 si fermò alla Porta 5 di Mirafiori, a portare la solidarietà agli operai durante la terribile vertenza dei 14 mila licenziamenti alla Fiat. Per l’Avvocato fu una ferita mai rimarginata».
Che gli Agnelli tramassero contro i comunisti e contro la Costituzione nata dalla Resistenza è cosa conosciuta alla maggioranza di coloro che si sono occupati di eversione. Tra questi il giornalista ed ex partigiano Fulvio Bellini, che nel 1978 è stato coautore con il figlio Gianfranco della prima edizione de Il segreto della Repubblica, libro ristampato nel 2005 da Selene Edizioni, con un importante contributo di Paolo Cucchiarelli. In questo prezioso libro, nella nota 56 (pagg. 153-154) si precisa il ruolo degli Agnelli e non solo il loro:
«Se Gianni Agnelli, con la sua intervista a Time, dimostrava di conoscere perfettamente lo sbocco finale della manovra scissionista patrocinata da Saragat, la Fiat, tramite la Fondazione Agnelli, rivelava la precisa intenzione di non volersi accontentare di un semplice ritorno al centrismo ma di puntare a una soluzione “extra sistema”. Il compito di preparare il “nuovo progetto” che avrebbe dovuto scavalcare e abrogare la Costituzione repubblicana a favore di uno Stato gerarchizzato e presidenzialista era stato affidato a un gruppo di politologi tra cui spiccava Giorgio Galli. Questi approdava così al gollismo dopo essere stato, via via, liberale, compagno di strada dei gruppuscoli di estrema sinistra pre-sessantotto (trotzkisti, neobordighiani), “scrittore ombra” di Giulio Seniga (famoso per aver sottratto dalle casse del Pci un milione di dollari), saragattiano, socialista unitario, e dopo aver lavorato per istituzioni pseudo-culturali notoriamente finanziate dalla Cia. Tale grado di spregiudicatezza aveva spinto lo stesso Donat Cattin, non certo uno sprovveduto in fatto di manovre e di trasformismo, a denunciarlo dalla tribuna del XIII Congresso della DC (marzo 1976) come un frequentatore abituale dell’ambasciata americana di Parigi: “Galli, quello che studiava per la Fondazione Agnelli le premesse del gollismo italiano. E io lo ricordo Galli, con Faravelli, alle riunioni che l’USIS [United States Information Service, nda] organizzava all’ambasciata americana di Parigi”. Ed era appunto con l’apporto di questi ‘scienziati’ della politica che la Fondazione Agnelli stava elaborando una via d’uscita dalla crisi del centro-sinistra che andasse ben oltre gli orizzonti della strategia saragattiana».Ulteriori conferme del ruolo degli Agnelli e della Fiat nella lotta contro il PCI e nell’interferire nelle vicende di questo nostro martoriato paese, appaiono con estrema chiarezza nel libro Fratelli d’Italia di Ferruccio Pinotti (pagg. 340-341):
«Ma più di un analista ha parlato dei finanziamenti degli Agnelli al Gran Maestro Salvini e a esponenti della P2 di Gelli. Su denuncia dell’ingegner Siniscalchi, il procuratore della Repubblica di Firenze, Giulio Catelani, aprì un’inchiesta sulla destinazione di 3.000 assegni emessi dall’azienda torinese fra il 1971 e il 1976 per un valore di 15 miliardi. Maria Cantamessa, cassiera generale della Fiat, e Luciano Macchia, funzionario dell’Ifi (la finanziaria attraverso la quale gli Agnelli controllano la Fiat) – entrambi collegati a Edgardo Sogno – ammisero che i finanziamenti andarono alla massoneria, al fine di impedire l’unità sindacale».
Al vertice di questa politica anticomunista c’erano gli Agnelli, “animatori” senza obbligo di iscrizione della loggia Montecarlo, una formazione superiore alla P2 oggi chiamata Masonic Executive Committee, con le loro strutture politico-culturali: padroni de La Stampa e presenti nel Corriere della Sera, sono la famiglia che su mandato dei grandi banchieri internazionali, soprattutto i Lazard-André Meyer, inseriti nel superesclusivo Gruppo dei 17 (di cui fa parte anche Carlo De Benedetti, vedi “il Mondo” dell’11 maggio 1987), nel Bilderberg e nella Trilateral Commission, aveva il compito di esercitare tutto il potere per impedire al PCI di andare al governo e modificare, quindi, gli assetti tra le classi nell’area del Mediterraneo, fondamentale nella più generale lotta al comunismo rappresentato dai paesi dell’Est Europa.
Non far arrivare il PCI al governo rappresentava una fase di un progetto più vasto, che ne prevedeva la scomparsa: per far sparire il PCI c’è voluto il lavoro occulto della massoneria e in particolare della P2, con il suo Piano di rinascita democratica, scoperto il 17 marzo 1981 ma redatto in precedenza da Gelli, si presume nel 1976 con l’apporto di altri, in particolare Francesco Cosentino segretario generale della Camera dei deputati e poi tessera P2 1618.

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