

28 Luglio 2026
di Ennio Remondino
I coloni incendiano, i soldati rapiscono. Cisgiordania in fiamme, moschee comprese, mentre le forze israeliane hanno arrestato palestinesi in raid in tutto il territorio. Era il prologo programmato. Predoni di stato. Chi cerca la guerra civile per non perdere le elezioni. I vertici dell’intelligence e dell’esercito avvertono: le violenze mettono a rischio Israele. Eppure peggiorano di giorno in giorno. E contro i pogrom riemergono i Comitati popolari.
La moschea brucia e l’esercito arresta
Al Jazeera mostra dei ‘video verificati’ dove le fiamme divorano la moschea nella città situata a sud di Nablus. La moschea è stata incendiata dai coloni mentre le forze israeliane avevano lanciato una campagna di arresti nella Cisgiordania occupata dopo gli scontri che avevano causato la morte di quattro palestinesi e due soldati israeliani. Le forze israeliane hanno imposto severe restrizioni al traffico e numerosi posti di blocco sulle principali strade e agli ingressi dei villaggi in tutta la Cisgiordania occupata.
Predoni di stato
«I coloni incendiano, i soldati rapiscono. Cisgiordania in fiamme», titola il Manifesto. Con Eliana Riva che aggiunge: «I vertici dell’intelligence e dell’esercito avvertono: le violenze mettono a rischio Israele. Eppure peggiorano di giorno in giorno». Grazie ai due ministri guastatori e fuorilegge Simotich e Bel Gvir, nel gioco delle parti col loro mentore e padre politico Netanyahu, il viaggio verso la Casa bianca. Con gli ‘zuccherini’ da offrire alla stampa Usa molto disponibile. L’ingresso a Gaza – limitato e graduale – dell’Amministrazione tecnocratica palestinese (Ncag) e della Forza internazionale di stabilizzazione (Isf). Mentre le squadre di soccorso hanno recuperato i resti di 99 palestinesi tra le macerie del palazzo delle famiglie Abu Sharia e Al-Hassayneh a Gaza City, il premier ha dichiara di «voler espandere il cerchio della pace intorno a Israele». Sempre a modo suo.
Tra pace semplice e ‘pace eterna’
La sua «pace», ha spiegato Netanyahu, significa garantire «sicurezza e potenza dello stato ebraico». È per questo che incontrerà oggi il presidente Usa, per l’ottava volta dal suo secondo mandato: un primato mondiale di cui Netanyahu insiste a vantarsi. E come commiato prima delle elezioni, il leader israeliano porta negli Stati uniti l’ok del gabinetto di sicurezza all’ingresso degli organismi voluti e controllati dal ‘Board of Peace’ di Trump. Tanto per far finta che.
La pace di Trump-Netanyahu
Chi entra a Gaza lo deciderà solo Israele, si affretta a chiarire la stampa governativa, mentre l’esercito internazionale, che dovrebbe sostituire i caschi blu dell’Onu, sarà composto esclusivamente da stati amici e alleati di Tel Aviv. Marocco, soprattutto, e Uganda ma solo in una piccola «area pilota» di Rafah e con numeri limitati rispetto ai piani americani. Un involucro vuoto. L’Amministrazione tecnocratica palestinese, il Ncag, ha chiarito che non entrerà a Gaza finché l’esercito israeliano non si ritirerà. Richiesta di Washington di un ritiro dell’esercito da Siria, Libano e Gaza che Tel Aviv continua a escludere.
Cure vietate e barbarie
Per recarsi all’ospedale è necessario chiedere il permesso alle autorità militari che, anche se si tratta di un’urgenza, possono rifiutarsi di aprire i blocchi e di far passare le ambulanze, o ritardano i permessi. È accaduto a pazienti in dialisi che hanno dovuto attendere ore prima di riuscire a raggiungere l’ospedale di Nablus. Diverse donne in travaglio hanno dovuto partorire in ambulanza, in auto o centri non attrezzati. I media locali hanno riferito lunedì di un aborto spontaneo dopo che un’ambulanza è stata trattenuta dai soldati israeliani al posto di blocco di Awarta.
Contro i pogrom i comitati popolari
Contro i ‘Predoni di stato’, segnala Michele Giorgio, «I villaggi palestinesi organizzano l’autodifesa da raid e violenze degli estremisti israeliani. Non abbiamo più paura». Volontari scrutano per tutta la notte la campagna intorno ai villaggi, facendo turni di guardia. Non hanno armi, nelle mani stringono solo torce per illuminare e mandare segnali. In alcune aree hanno accumulato pietre pronte da lanciare contro i coloni intenzionati a compiere raid nei loro villaggi. «L’organizzazione dei comitati migliora di giorno in giorno e così la determinazione della nostra gente», aggiunge. «Non sempre si riesce a fermarli, ma la mobilitazione di tante persone ha già avuto un effetto deterrente, almeno nei centri più grandi e meno in quelli piccoli e isolati che sono più difficili da salvaguardare».
Bande di coloni armati
Dall’inizio del 2026 oltre 3.200 palestinesi hanno dovuto lasciare le proprie case a causa della combinazione di violenza e demolizioni, riferisce OCHA (Onu). Nel 2026, aggiunge, la media è stata di sei attacchi al giorno con morti, feriti e danni alle proprietà palestinesi. «La paura è passata, ora è tempo di difenderci». A cosa porterà l’escalation cercata e voluta dai coloni è la domanda che si pongono un po’ tutti. Sullo sfondo c’è l’ipotesi di una rivolta di massa dei palestinesi sotto occupazione. Ma coloro che in questi giorni parlano maggiormente di una Terza Intifada che cova sotto la cenere non sono i palestinesi, bensì funzionari israeliani della sicurezza, attuali ed ex, che ritengono che la Cisgiordania si stia rapidamente avvicinando al punto di rottura e che l’attuale governo stia creando le condizioni per uno scontro incontrollabile.
‘Modelli di resistenza’
A cosa porterà l’escalation voluta dai coloni è la domanda di tutti. Per Shin Bet e Mossad, i pogrom dei coloni, insieme all’indebolimento dell’Autorità palestinese, rischiano di mettere a ferro e fuoco la Cisgiordania. La finta quiete di questi anni ha consentito a Israele di imporre i suoi piani di occupazione e pulizia etnica nel silenzio complice dei governi, al riparo dalla stampa internazionale. E coloro che parlano di una Terza Intifada che cova sotto la cenere non sono i palestinesi, bensì funzionari israeliani della sicurezza, attuali ed ex, che ritengono che la Cisgiordania si stia rapidamente avvicinando al punto di rottura e che l’attuale governo stia creando le condizioni per uno scontro incontrollabile
«I comitati palestinesi di autodifesa che potrebbero trasformarsi in ‘modelli di resistenza’». Invece, per l’analista Ghassan Khatib, il ritorno sulla scena dei comitati popolari, risponde al bisogno espresso da milioni di palestinesi minacciati.