lunedì, Agosto 10

CHI E’ IL SECONDO “SANTO” LIBERATO DAI “CATTIVONI” VENEZUELANI

Close-up of a bankruptcy petition

di Federica Cresci

Redazione – L’articolo di Federica Cresci speditoci dal compagno Claudio Balzanelli è molto interessante e ricco di utili informazioni su come si trasformano, da parte dei media massocapitalisti, dei personaggi equivoci in martiri.

CHI E’ IL SECONDO “SANTO” LIBERATO DAI “CATTIVONI” COMUNISTI VENEZUELANI.

Mario Burlò non è un cittadino qualunque finito per caso sotto i riflettori. È un imprenditore torinese, attivo da anni nel settore dei servizi e dell’outsourcing, con una forte esposizione pubblica anche nello sport (Auxilium Basket Torino) e un preciso retroterra politico. Secondo quanto riportato dalla stampa, ha avuto un passato nella Democrazia Cristiana piemontese ed è poi transitato nell’orbita del centrodestra, con rapporti e vicinanze con l’area di Forza Italia, cioè quello stesso mondo politico che oggi sostiene il governo. Questo dato non è un dettaglio folkloristico: è parte del contesto che spiega perché oggi la sua vicenda venga raccontata in modo così selettivo e indulgente. Sul piano giudiziario italiano, Burlò non è mai stato estraneo ai tribunali. È stato coinvolto nel processo Carminius, una delle più importanti inchieste sulla ’ndrangheta in Piemonte. In quel procedimento è stato assolto in Cassazione, ma va detto con precisione, senza slogan: non perché sia stata accertata la sua innocenza, bensì per insufficienza di prove a sostenere l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. È una differenza enorme. La Cassazione non ha certificato che Burlò non avesse rapporti o responsabilità, ma che le prove raccolte non erano sufficienti per una condanna. In uno Stato di diritto questo basta per assolvere — giustamente — ma non equivale a una patente morale. E soprattutto, quella non è l’unica storia giudiziaria che lo riguarda. In Italia Burlò ha ancora processi aperti. È imputato nel procedimento sul crac dell’Auxilium Basket, dove la Procura contesta gravi irregolarità fiscali, l’uso di crediti tributari inesistenti e indebite compensazioni. La sua posizione è stata stralciata e rinviata, non archiviata. Quel processo deve ripartire e, in caso di condanna, le conseguenze non sarebbero simboliche: anni di reclusione, sanzioni economiche pesanti, possibili interdizioni. C’è poi il procedimento di Terni, per violazioni tributarie strutturate, legate a meccanismi di accollo dei debiti e compensazioni fittizie. Anche qui: se rinvio a giudizio e condanna arriveranno, si parla di reati che prevedono il carcere, almeno sulla carta. E allora la domanda vera — politica, non morale — è inevitabile:

che cosa ci fa un imprenditore con questo curriculum giudiziario in Venezuela?. Non un cooperante, non un turista sprovveduto, ma un soggetto con procedimenti penali pendenti e rischi concreti di condanna in Italia. Quale razionalità, quale prudenza, quale senso delle istituzioni porta una persona in quella posizione ad andare in uno dei Paesi più “instabili” e opachi del mondo, (perche’ cosi il Venezuela e’ considerato dai liberatori esultanti di centro destra e i lecchini democratici a comando del centro sinistra che di sinistra c’ha solo la falsa morale)? E soprattutto: perché, una volta tornato, diventa improvvisamente un simbolo mediatico?. Perché il suo racconto della detenzione viene amplificato senza che quasi nessuno ricordi cosa lo aspetta qui? Perché si costruisce una narrazione emotiva che lo trasforma in vittima assoluta, mentre le carte giudiziarie italiane finiscono in fondo, quando va bene, o scompaiono del tutto?. Qui entra la questione più scomoda. Un governo che ha fatto dell’anticomunismo di maniera, della demonizzazione del Venezuela e della propaganda “law & order” una cifra politica — il governo di Giorgia Meloni — ha tutto l’interesse comunicativo a esibire un caso come questo. Serve a rafforzare una linea ideologica, a parlare alla propria base, a costruire consenso. Ma cosa ottiene Burlò in cambio di questa esposizione? Solo attenzione mediatica? O anche un clima più indulgente, più distratto, più pronto a dimenticare che in Italia non è un perseguitato politico, ma un imputato in procedimenti penali seri?. La riflessione dura è questa: in Italia la galera vera spesso non la fa chi ha soldi, avvocati, relazioni e tempo, ma chi non ha voce. Burlò, paradossalmente, ha conosciuto il carcere all’estero prima di affrontare davvero i suoi conti con la giustizia italiana. E oggi rischiamo di assistere a un copione già visto: santificazione pubblica, vittimismo mediatico, silenzio sulle carte giudiziarie, e poi — magari — prescrizioni, sconti, pene alternative, oblio.

Ma c’è un’ultima ipocrisia da smascherare, perché questo non è un gioco esclusivo del centrodestra.

Lo stesso schema viene praticato dal centrosinistra che ama definirsi progressista, ma che nei fatti è un centrosinistra svuotato, sinistrato, perfettamente integrato nel sistema di potere. È lo stesso campo politico che santifica mercenari italiani, contractor, personaggi ambigui coinvolti in teatri di guerra, in nome di falsi diritti umani a geometria variabile. Diritti buoni per i comunicati, ma del tutto compatibili con politiche di guerra, riarmo, esportazione di armi e fedeltà cieca agli interessi geopolitici dominanti.

Il centrodestra usa casi come Burlò per propaganda ideologica.

Il centrosinistra usa casi analoghi per ripulire figure discutibili e giustificare interventi militari e politiche belliche. Cambiano le parole, non la sostanza. Cambiano i colori, non il meccanismo.

Alla fine, se non è zuppa è pan bagnato.

E questo è il punto politico centrale: non siamo davanti a una battaglia per la giustizia o per i diritti, ma a una gestione cinica delle narrazioni, dove le persone diventano strumenti, i processi vengono messi tra parentesi e la responsabilità penale resta sempre un problema di qualcun altro. Finché questo schema non verrà rotto, destra e finto centrosinistra continueranno a giocare la stessa partita, con gli stessi silenzi, le stesse assoluzioni morali anticipate e la stessa, eterna, impunità selettiva.

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