giovedì, Aprile 9

BRIGATISTI, FIANCHEGGIATORI E IL MANIFESTO, CALUNNIANO IL PARTIGIANO COMUNISTA SERGIO FLAMIGNI ANCHE IL GIORNO DELLA SUA MORTE

di Redazione

Davanti a certi comportamenti, non umani, di sedicenti “rivoluzionari” sui social, ma tipici dei reazionari della peggior specie e la loro vita lo ha dimostrato abbondantemente, ci vorrebbe la capacità espressiva di un comunista come Eduardo De Filippo che così apostrofava, prima del celeberrimo PERNACCHIO, il comportamento di un nobile arrogante e reazionario: “Tu sì ‘a schifezza ra schifezza ‘e l’uommene”.

Inqualificabile l’articolo di Mario Di Vito su il manifesto del 10 dicembre, dal titolo È morto Flamigni, padre della dietrologia sul caso Moro e le Br, che ha definito l’appena scomparso Sergio Flamigni: “…padre della dietrologia” perché nel 1988 scrive La tela del ragno. Il delitto Moro, “volume da cui discendono pressoché tutte le dietrologie sul sequestro e l’omicidio del presidente della Democrazia cristiana da parte delle Brigate rosse. Per Flamigni dietro quella vicenda c’era di più: una complessa trama di servizi segreti, ingerenze straniere e trame atlantiche. Niente di tutto ciò èmai stato accertato a livello giudiziario

E ancora secondo Di Vito: “…Altro classico del genere, pubblicato da Kaos nel 2004, è La sfinge delle Brigate Rosse, dove Flamigni sosteneva che Mario Moretti fosse un infiltrato, forse dei servizi italiani o forse di quelli stranieri, all’interno dell’organizzazione. Nemmeno qui, però, i processi hanno mai attestato nulla del genere”. Quanta fiducia nella giustizia borghese da parte di un giornalista che si atteggia a rivoluzionario alla Che Guevara.

Ma scrive un articolo pieno di balle colossali. In primis vediamo chi è realmente Mario Moretti stando alle prove documentali e non alle fantasiose ricostruzioni del duo Mosca-Rossanda, nel libro intervista Brigate rosse. Una storia italiana (Anabasi, 1994): non è mai stato un proletario, ma di estrazione sociale borghese. E’ stato, secondo numerose testimonianze di professori, compagni d’istituto e fidanzate, un fascista iscritto all’Associazione studentesca d’azione nazionale Giovane Italia, organizzazione giovanile del MSI, che svolgeva la sua attività politica nell’Istituto Tecnico Montani di Fermo. E’ stato sponsorizzato per l’assunzione alla SIT-Siemens dai marchesi Casati Stampa di Soncino, proprietari della Villa San Martino di Arcore, poi posseduta dal piduista Silvio Berlusconi, tessera 1816.

Va ricordato che Alessandro Casati Stampa di Soncino (Milano, 5 marzo 1881 – Arcore, 4 giugno 1955), antenato degli anfitrioni di Moretti, è stato un nobile, politico liberale e giornalista italiano, ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo Mussolini. Dopo il 1945 fu Presidente del Consiglio supremo della Difesa quando nasceva la Stay-behind italiana ovvero Gladio e fu Presidente della Delegazione italiana all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, la Comunicazione e l’Informazione… e divenne presidente della Federazione nazionale della stampa italiana, che all’epoca agiva in funzione anticomunista.

Insomma Mario Moretti è interno a quel mondo liberal-borghese anticomunista viscerale, ne è un convinto militante tanto da essere un fanatico anticomunista. E’ il principale nemico, nelle Br, della Prima Repubblica, considerata “borghese”, quella voluta dai partigiani, soprattutto da quelli comunisti. E’ l’artefice della mutazione genetica delle Brigate “rosse”, di Curcio e Franceschini, in un’organizzazione che opera per eliminare tutti coloro che nella società volevano, a livello nazionale e internazionale, l’apertura ai comunisti di Berlinguer, come il presidente della Dc, Aldo Moro. In perdetta coincidenza con il piano del gladiatore-golpista Edgardo Sogno, che ha ricevuto i funerali di Stato alla sua morte.

Nel 1990, il pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti, detenuto nel carcere di Opera insieme a Mario Moretti con cui entrò subito in confidenza, riferisce che ad un certo punto fu lo stesso capo delle “Br” a dirgli che “egli riceveva ogni mese una busta con un assegno circolare dal ministero degli Interni.

“Qualche tempo dopo – rivela ancora Fonti – un brigadiere che credo si chiami Lombardo mi confida che, per recapitare i soldi elargiti mensilmente dal ministero dell’Interno lo hanno fatto risultare come un insegnante di informatica, e in quanto tale è stato retribuito. L’ennesimo dei misteri del caso Moro, dico a me stesso; l’ennesima zona grigia in questa storia tragica”.

Queste ultime notizie su Mario Moretti sono nel libro: Io Francesco Fonti pentito di ‘ndrangheta e la mia nave dei veleni (Falco Editore, 2009).

Crediamo che squallidi personaggi come questi che insultano la memoria di Sergio Flamigni, sono pochi e squalificati individui che hanno contribuito alla sconfitta politica, sociale e culturale di un movimento, che rivendicava giustamente il diritto a governare il nostro paese sui principi della Costituzione e che venne indicato da Pasolini con parole indimenticabili:

“Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano. È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro”.

Voi, costanti denigratori del Comunismo e dei comunisti come Sergio Flamigni avete pasteggiato le briciole alla tavola del capitalismo e dei suoi salotti e avete contribuito allo sfacelo del nostro Paese. Ma a voi questo non importa. A voi interessa solo apparire servendo i Berlusconi di turno, gli Agnelli/Elkann, i De Benedetti, ma anche potenze imperiali come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, Israele o il Vaticano.

Quanti di voi, maestri dell’inganno, oggi lavorano per dimostrata capacità professionale, nei media massocapitalisti?

Per capire di più di questo schifoso mondo di prostituzione politica vi rimandiamo a questo illuminante capitolo tratto dal libro uscito nel 2014 di Paola Baiocchi e Andrea Montella dal titolo: Ipotesi di complotto? Le coincidenze significative tra le morti e le malattie dei segretari del PCI e l’attuale stato di salute dell’Italia – Carmignani Editrice in cui si portano le prove di come hanno operato i vari gruppi anticomunisti atlantici, dall’esterno e dall’interno del Partito Comunista Italiano, per porre fine allo strumento principale di resistenza allo sfruttamento massocapitalistico.

…Si deve a Longo il primo serio tentativo di togliere la pregiudiziale anticomunista sulla possibilità di governare, per sbloccare la situazione politica italiana ingessata dagli accordi di Yalta, dai veti americani e russi e dai dirigenti dei partiti italiani loro alleati. Anche se la sua posizione sul compromesso storico sarà critica, così come quella di Terracini. Negli anni della sua segreteria il PCI aveva saputo togliere dalle mani degli avversari politici la questione democratica: i comunisti si erano dimostrati in Emilia Romagna, Toscana e Umbria, dove avevano governato, rispettosi delle regole democratiche, non in modo formale ma sostanziale, ottimi amministratori immuni da politiche di stampo clientelare o mafioso, avevano garantito una maggior trasparenza perché non disposti a coprire eventuali abusi commessi da loro dirigenti e amministratori.

Grazie a questa coerente scelta politica il PCI otteneva una vastissima egemonia tra i proletari e disarticolava il centro, sottraendo elettori da aree sociali tradizionalmente conservatrici. Longo, quindi, grazie al consenso acquisito stava per realizzare una serie di azioni politiche che avrebbero prodotto interessanti aperture al suo partito, avendo trovato interlocutori importanti all’interno del mondo cattolico, Moro in particolare, che si rendevano conto di come la continua ascesa elettorale del partito dei lavoratori ponesse la questione comunista al centro dell’agenda politica in modo non più eludibile. Il percorso si rivela pieno di ostacoli: ad opporsi è un fronte formato dalla destra reazionaria e alcuni dei gruppi extraparlamentari più conosciuti.

Come nel 1971, in occasione dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Longo raggiunge un’intesa con Moro per far eleggere Amintore Fanfani in cambio dell’apertura politica ai comunisti, creando un asse preferenziale tra democristiani e comunisti che isola le componenti liberali e socialdemocratiche. All’interno della DC i dorotei fanno saltare questa prospettiva e al posto di Fanfani viene eletto Giovanni Leone.

Fuori dal Parlamento, tra i massimi oppositori a questo tentativo di Longo, troviamo Lotta Continua di Adriano Sofri, che inizia una forsennata campagna conosciuta con il nome di “Fanfascismo”. La propaganda di Lotta Continua coinvolgerà vaste aree dell’estremismo degli anni settanta, compreso il gruppo de il Manifesto. Non aderisce alla campagna solo Avanguardia Operaia, che ridicolizza Lotta Continua e il Manifesto con un’iniziativa politica riassunta dallo slogan “il presidente chiunque esso sia è sempre un servo della borghesia”.

Se all’epoca si poteva pensare che dietro i comportamenti dei vertici di Lotta Continua ci fosse solo dell’estremismo giovanile, molti anni più tardi si capiranno i perché delle scelte di quel minipartito, assai strano, a partire dall’estrazione sociale dei suoi capi – Adriano Sofri, figlio di un ammiraglio della Marina militare; Giorgio Pietrostefani, figlio di un prefetto – scoprendone il ruolo destabilizzatore e anticomunista attraverso le carte della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 (Doc. XXIII n.2-quater/7/II) che conteneva l’informativa del 2 agosto 1973, riportante:

«[…] “LOTTA CONTINUA” otteneva finanziamenti dal PSI, cui pervenivano dal noto ing. Nino ROVELLI della “SIR” tramite l’allora capo della Polizia, dr. Vicari».

Sempre dal documento si ricava che uno degli interlocutori principali di Lotta Continua, sia sul piano politico che economico, era il socialista Giacomo Mancini, colui che nel 1976 defenestra Francesco De Martino dalla guida del PSI e pilota il Comitato centrale del Congresso socialista dell’Hotel Midas all’elezione di Bettino Craxi.

Di Lotta Continua si parlerà anche in seguito: nel 1978 esce un pamphlet scritto da esponenti del Partito radicale bolognese, dal titolo La Rosa rubata, in polemica con le aperture ai fascisti (tese a legittimarli), fatte dal segretario Marco Pannella.

Uno dei capitoli del libello si intitola “Una curiosa storia di tipografie italo-americane (e di altre non divertenti storie…)”. Vi si descrive che la tipografia Stacmor che stampava “Notizie radicali” era una sigla vuota, perché in realtà a pubblicare era la Dapco, editrice del Daily American, organo d’opinione della comunità americana a Roma, che era appartenuta a una società di cui era amministratore unico Robert Hugh Cunningham, fino al momento della sua cessione a Michele Sindona. Secondo un servizio de “l’Espresso” – riportava La Rosa rubata – il Daily American, negli anni in cui era amministratore Cunningham, sarebbe stato finanziato dalla Cia.

Il giornalista d’indagine ed ex partigiano Marco Nozza, nel 1988, per Il Giorno riprende la notizia e aggiunge particolari. Perché negli stessi locali della Stacmor di Via Dandolo 10, avevano sede anche la redazione del giornale Lotta Continua e la sua tipografia Art Press, di cui erano proprietari i Cunningham, padre, madre e figlio, Robert Hugh Cunningham junior.

Nozza ricostruisce che il padre «[…] era un collaboratore eminente di Richard Helm, quando Richard Helm era capo della Cia» e che ha avuto rapporti con Samuel Meek che aveva amministrato il Daily American dal 1964 per conto della Cia, però come fiduciario, perché il vero agente era Robert Hugh Cunningham. Nozza conferma quello che avevano scritto i radicali bolognesi, cioè che nel 1971 la gestione del Daily American passava a Michele Sindona; il giornale fallisce subito dopo la caduta del bancarottiere e a Roma compare un altro quotidiano per i cittadini statunitensi, il Daily News, di cui sono proprietari i due Cunningham, padre e figlio.

Nello stesso periodo Lotta Continua cambia tipografia, facendo nascere una cooperativa, Tipografia 15 giugno, di cui sono soci noti esponenti di LC, come Angelo Brambilla Pisoni, Pio Baldelli, Marco Boato, Lionello Massobrio, Gianni Sofri, ma anche Robert Hugh Cunningham junior, che adesso ha preso il posto del padre.

E ormai, dice Nozza:

«[…] si muove meglio del padre, perché non soltanto si dà da fare (molto bene) con quelli di “Lotta continua”, ma tiene sotto controllo (sotto controllo?) anche le frange accalorate di “Autonomia”, di cui divulga (su giornali e riviste) le idee più eversive, più deleterie. Verso gli anni Ottanta, prende a languire lo slancio di “Lotta continua”. Il giornale si spegne proprio mentre, negli Stati Uniti, appare la stella nuova, quella di Reagan. A questo punto, da parte di Cunningham junior non c’è nemmeno più la preoccupazione di nascondere quello che, effettivamente, rappresenta. E Reagan, appena eletto presidente degli Stati Uniti, lo nomina responsabile del partito repubblicano in Europa. Per che cosa? Per l’informazione.

Robert Hugh Cunningham diventa l’uomo più reazionario dell’équipe di Washington. Rambo tra i Rambo».

Come il giovane Cunningham, anche molti ex di Lotta Continua e dei movimenti extraparlamentari sono diventati autorevoli esponenti del sistema mediatico borghese: Paolo Mieli, Paolo Liguori, Gad Lerner, Lucia Annunziata, Michele Santoro, Gianni Riotta, Enrico Deaglio, Toni Capuozzo, Erri De Luca, solo per ricordarne alcuni.

Molti di questi giornalisti si sono formati alla scuola de il Manifesto. Vediamo se riusciamo a capire come si può conciliare l’aggettivo comunista, scritto sulla testata del giornale, coi nomi dei finanziatori provenienti da importanti settori del capitalismo, che nel 1971 hanno dato soldi a questo giornale nel momento della sua trasformazione da periodico a quotidiano.

Tra gli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 (Doc. XXIII n. 2-quater/7/II Volume VII Tomo II Roma 1987 pag. 561) spuntano i contributi di Assofarma, Fondazione Agnelli, Pirelli, Feltrinelli, Gulf, Eni, Montedison, Associazione Industriali Brescia e Lanerossi S.p.A.. I finanziamenti arrivavano sul c/c 41000628 del Banco di Sicilia, Agenzia n. 1, intestato a Rocco Ventre. Per capire che ruolo ha svolto il Banco di Sicilia nel nostro paese basta ricordare cosa disse in proposito Michele Sindona quando il giornalista del New York Times, Nick Tosches, gli chiese (poco prima della misteriosa morte del banchiere): «Quali sono le banche usate dalla mafia?» Sindona rispose: «In Sicilia il Banco di Sicilia, a volte. A Milano una piccola banca in Piazza dei Mercanti», che era la Banca Rasini, legata a Giulio Andreotti tramite uno dei suoi fondatori, Giuseppe Azzaretto; in questa banca lavorava Luigi Berlusconi, padre di Silvio. Nel 1974 i Rasini lasciano la banca e nel 1983 Giuseppe Azzaretto la cede a Nino Rovelli della Sir, l’imprenditore legatissimo ad Andreotti che abbiamo appena incontrato tra i finanziatori di Lotta Continua.

Ci sono ulteriori conferme di questi finanziamenti nei documenti desecretati dei servizi segreti inglesi di Kew Garden, raccolti nel libro Il golpe inglese (Chiarelettere, 2011) di Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella.

Nel capitolo “Armare la sinistra extraparlamentare contro il Pci”, l’ossessione inglese per le fonti energetiche, rinfocolata da una rinascente strategia in stile Mattei «basata sugli accordi diretti fra le compagnie statali, un tipo di transazione che danneggia le Sette sorelle, togliendo loro denaro e potere» li spinge a costruire rapporti con i movimenti extraparlamentari nel tentativo di mettere i bastoni tra le ruote alle politiche energetiche dell’Eni e alla sua influenza nel governo italiano.

L’Eni, come abbiamo visto, controbilancia queste manovre finanziando a sua volta il Manifesto (pag. 263):

«Mentre la Bp fornisce munizioni ai suoi amici contro l’Eni, la propaganda e l’intelligence britanniche decidono di “armare” la sinistra extraparlamentare contro il Pci e, in modo particolare, “il manifesto”. Il 15 ottobre 1971, il solito Fitzherbert invia a Londra un lungo rapporto sul gruppo degli eretici comunisti. “Oggi – scrive – mi sono incontrato con Luciana Castellina, che è uno dei responsabili del quotidiano di estrema sinistra “il manifesto”.

[…] Secondo lei, al Pci non era mai capitata una scissione a sinistra, e il partito è ancora furente per l’accaduto. La Castellina ha aggiunto che, nel Pci, le generazioni più giovani sono le più staliniste”.

Il diplomatico parla poi del giornale e del suo potenziale di diffusione. Accenna alla possibilità che il gruppo confluisca in un partito “rivoluzionario”. E così conclude: “La gente del ‘manifesto’ è civile. Dobbiamo senz’altro mantenere i contatti con loro. Qui il clima non è deprimente come quello che si respira a Botteghe Oscure”»…

E questa è solo una piccola parte del racconto…

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