martedì, Agosto 11

ANCHE A UDINE VALE LA “STRATEGIA” DI LOGORARE LE PERSONE, NEGANDO L’ACCESSO AL DIRITTO D’ASILO

ALTRECONOMIA

5 Agosto 2026

di Alessia Cesana

Decine di persone si accalcano quotidianamente davanti alla questura di Udine, come in molte altre d’Italia. Per essere notati spesso si mostrano documenti -non necessari per presentare la domanda- o eventuali vulnerabilità © Alessia Cesana 

Poter manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale presso la questura della città friulana è sistematicamente limitato, obbligando decine di persone ad attese di settimane o mesi. Tra carenze di risorse e continui stravolgimenti legislativi, si procede a singhiozzo, lasciandone anche cinquanta all’esterno. Volontari, avvocati e realtà dell’associazionismo cercano di combattere e rendere visibili i vuoti lasciati dalla violenza istituzionale. Il nostro reportage

“Torneresti dove sai che ti uccideranno?”. Sono venticinque mattine che Sardar (nome di fantasia) si presenta alla questura di Udine ed è disposto a farlo ancora “domani, domani e domani”, come le altre decine di persone che si accalcano davanti all’ingresso con lui. Alcuni aspettano anche da due mesi: tutti vogliono chiedere asilo.

Non si può prendere appuntamento e non c’è una lista d’attesa, quindi non resta che arrivare ben prima dell’orario di apertura degli uffici e sperare di essere selezionati da chi si affaccerà quel giorno. Nelle lunghe ore di attesa, sole o gelo che sia, sono rimproverati in italiano dagli agenti affinché si distribuiscano più lontano dalle porte, in modo da rimanere nei due metri che separano il marciapiede -su cui non possono salire- e il controviale oppure sullo spartitraffico al di là della strada. Quando qualcuno supera questo confine invisibile, non si esita ad alzare la voce o addirittura trascinare per un braccio.

“È umiliante. Urlano, non c’è rispetto per nessuno. Abbiamo capito cosa vuol dire ‘macchina’ solo perché ce lo gridano in continuazione”, dice il ragazzo, lisciando una cartellina trasparente con alcuni documenti. Come tutti, la sventola in aria quando esce l’ufficiale per decretare chi potrà accedere, in media tra le tre e le cinque persone al giorno.

Sardar è partito dal suo Paese, l’Afghanistan, a 23 anni, sapendo che non avrebbe potuto farci ritorno. Il suo viaggio è durato due anni, in cui ha conosciuto la polizia di frontiera turca e i boschi della Bulgaria. A casa, un padre che era stato in servizio con le forze delle Nato e ora è inviso al regime talebano, una moglie e due figlie. Vorrebbe mandare loro qualche soldo il prima possibile, magari sudato nella cucina di un ristorante: “Tengo duro, non posso fare altro. Non era questo, però, il trattamento che mi aspettavo in Europa”.

Per offrire supporto a chi arriva e si trova respinto dal sistema istituzionale da fine gennaio l’associazione Ospiti in arrivo ha deciso di aggiungere all’unità di strada notturna, che porta abiti e cibo in stazione, un’équipe diurna che va in questura due volte alla settimana; l’attività si è resa necessaria perché almeno da inizio anno a Udine si è registrato un notevole afflusso di persone. La somma delle presenze registrate fino a metà luglio è di 1.407.

L’associazione sottolinea che si tratta di una stima, probabilmente al ribasso, per via della permanenza breve, circa due ore, e a giorni alterni della squadra. In più, il numero delle presenze non corrisponde a quello delle persone effettive perché, appunto, molti sono lì da giorni. “Purtroppo però è facile che qualcuno non venga intercettato dalle maglie della nostra rete e si perda -spiega ad Altreconomia Claudio Bidassi, che si occupa del monitoraggio-. È triste perché per lo Stato non esiste e così rimane invisibile”.

Nello stesso lasso di tempo i volontari hanno compilato 647 schede con testimonianze e dati anagrafici, di solito inviate alla questura per segnalare e fissare per iscritto la presenza della persona in attesa. Delle 184 persone intervistate a giugno, quasi il 75% era in attesa da più di 10 giorni, di cui la metà dichiarava di aspettare da almeno tre settimane. Nella prima metà di luglio la situazione è peggiorata perché dei 111 intervistati il 40% asseriva attese superiori ai 30 giorni.

I volontari raccolgono testimonianze spontanee e inviano pec alla questura per segnalare la presenza in attesa © Alessia Cesana

Il percorso per ottenere un effettivo miglioramento delle condizioni di vita, poi, non si conclude con l’accesso in questura che, anzi, potrebbe allungarsi di diverse settimane perché è necessario completare altri passaggi burocratici o aspettare un posto libero in un centro di prima accoglienza (Veronica Rossi lo ha già raccontato qui). A Udine quest’ultimo è l’ex caserma Cavarzerani, un complesso da 151mila metri quadrati in gestione alla cooperativa Officine sociali che può ufficialmente contenere fino a 600 persone (ma ora ce ne sarebbero 450), sistemate negli edifici centrali.

Per molti, dunque, il luogo prescelto per passare le notti è il parco Moretti: grande, decentrato e, soprattutto, dietro la questura. Ma quando piove o calano le temperature urgono soluzioni diverse. Tra i rifugi di fortuna si sfruttano anche i fabbricati abbandonati che circondano quelli ufficiali del “camp” Cavarzerani, come lo chiamano le persone migranti, nonostante siano pieni di spazzatura, pericolanti, senza corrente o servizi igienici. Malgrado lo scollamento tra bisogni reali e offerta istituzionale, il prossimo bando per la gestione della struttura è solo per la metà dei posti, con l’obiettivo ufficiale di spostare le persone in accoglienza diffusa e avviare il progetto di “rigenerazione urbana” che trasformerà il luogo in “polo della polizia di Stato”.

L’equipe notturna di Ospiti in arrivo porta abiti donati, prodotti per l’igiene e un pasto caldo alla stazione di Udine, fino al passaggio dell’ultimo treno © Alessia Cesana

I risultati del monitoraggio indicano inoltre che circa quattro persone su cinque sono afghani, seguiti da nepalesi, pakistani e bengalesi. Pochi però provengono dalla rotta balcanica come Sardar. Molti vengono da altri Paesi europei, dove hanno vissuto e lavorato per anni prima di ricevere un rigetto alla domanda di protezione internazionale. L’ondata di dinieghi, nonostante la situazione disastrosa in cui si trova Kabul, potrebbe essere una delle conseguenze dei rinnovati legami tra Talebani e Stati europei: i funzionari del regime hanno discusso piani di espulsione e rimpatri con Germania e Svizzera già a luglio dello scorso anno e sono giunti fino alla Commissione europea lo scorso 23 giugno, undici giorni dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo per la migrazione e l’asilo.

“Con la nuova normativa ogni passaggio della procedura dopo la manifestazione della volontà avrà scadenze più ridotte, comprimendo notevolmente i diritti dei richiedenti, anche quelli provenienti da Paesi problematici -fa notare Sara Milazzo, avvocata dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) che si reca quasi ogni giorno alla questura di Udine perché molti dei suoi assistiti vivono in provincia-. Dal punto di vista istituzionale, invece, gli uffici sono già ora incredibilmente lenti perché sotto organico: il sistema era in crashgià da prima”. Milazzo spiega che le domande presentate dopo il 12 giugno potrebbero seguire un iter differente, ma al momento è ancora tutto in fase di definizione, complice anche il regime transitorio in cui si trovano le questure e la polizia di frontiera fino al 31 ottobre. Ciò che risulta evidente, comunque, è che questa decorrenza ha causato un ingolfamento della macchina, accumulando ritardi ancora maggiori.

La questura di Udine, interpellata da Altreconomia, dichiara solo di “agire nel pieno rispetto della normativa vigente”. Un funzionario interno all’istituzione, che preferisce rimanere anonimo, spiega che non si concedono più accessi perché mancano le risorse umane e strumentali per trattare le domande nei termini previsti dalla legge e che non si crea una lista d’attesa perché in passato era stato fatto e non veniva rispettata. A questo proposito il Tribunale amministrativo regionale del Veneto il 18 marzo scorso ha accolto per la prima volta due ricorsi collettivi contro l’inefficienza sistematica delle questure di Venezia e Vicenza, sentenziando che queste pratiche costituiscono una “disfunzione che incide sui diritti fondamentali della persona” e pertanto sono inaccettabili, a prescindere dalle motivazioni.

Anche Milazzo, pur riconoscendo la penuria di mezzi in cui si trova l’ufficio, sostiene che l’approccio rimanga passivo e attendentista: “È un gioco per far stancare le persone”. Bidassi e gli altri volontari concordano, evidenziando quanto sia conveniente non farsi carico del “problema”, auspicando che vada altrove nel silenzio. Tenere traccia tramite il monitoraggio serve proprio a disperdere questa cortina di elusione di responsabilità.

Sadar e gli altri, comunque, non possono che guardare da fuori un sistema che finge di non vederli e diventa progressivamente più escludente. Quando decidono di andarsene dalla questura possono passare alla scuola di italiano -competenza fondamentale da acquisire per un esito positivo alla domanda di protezione- organizzata dal 2015 due volte alla settimana da Ospiti in arrivo.

Alla scuola d’italiano, che si tiene nel circolo Arci MissKappa ed è gestita da Ospiti in arrivo, si parte da zero, talvolta dall’alfabetizzazione © Alessia Cesana

Anche la Stazione di posta, struttura nuova di zecca del Comune di Udine gestita da Fondazione centro Caritas, è un presidio importante per la città perché dalle 12 alle 19 permette di fare la doccia, parlare con operatori sociali e lavare i vestiti. Da inizio anno a fine maggio 907 individui hanno usufruito dei servizi, 530 dei quali non erano mai stati registrati negli anni precedenti, dato in linea con quello rilevato nei primi cinque mesi da Ospiti in arrivo. Il bisogno, inoltre, sembra in crescita perché in totale nel 2025 le persone erano 935. “Le conseguenze del dilatarsi dei tempi di attesa sono concrete e rappresentano un problema reale e urgente che noi registriamo quotidianamente -conclude Caritas-. Una gestione più rapida, oltre a rispondere a criteri di umanità e giustizia sociale, migliorerebbe sensibilmente anche la percezione della sicurezza in città, tema ormai da tempo al centro di un acceso dibattito”.

© riproduzione riservata

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