venerdì, Maggio 1

ALLOGGI ERP. VINCE IL BISOGNO SULLA DISCRIMINAZIONE, LA CONSULTA BOCCIA LA LEGGE REGIONALE TOSCANA

di perUnaltracittà https://www.perunaltracitta.org/homepage/2026/01/13/alloggi-erp-vince-il-bisogno-sulla-discriminazione/

Aprile 2017. Il sindaco Nardella acclamato dai consiglieri di Forza Italia

È incostituzionale assegnare gli alloggi pubblici in base alla durata della residenza anziché in base al bisogno: la Consulta boccia la legge regionale toscana, dando ragione alle associazioni ASGI e L’Altro diritto O.D.V che avevano contestato questa impostazione discriminatoria. La vicenda nasce da un ricorso proposto avanti il Tribunale di Firenze contro un bando del Comune di Arezzo e contro la legge regionale toscana che prevedevano l’attribuzione di un punteggio per la residenza pregressa di gran lunga superiore al punteggio attribuibile in base a situazioni di bisogno effettivo: presenza di disabili, numero di minori o anziani presenti nel nucleo, livello di povertà.

Il ricorso si basava sulla constatazione che criteri come quelli indicati vanno a danno di chiunque si sposti sul territorio nazionale, e discriminano soprattutto le persone straniere che hanno una mobilità più elevata e che dunque hanno maggiore difficoltà a maturare requisiti di lungo-residenza. Secondo la Corte, le previsioni regionali violano il principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione, imponendo una differenza tra chi può o meno vantare una condizione come quella della prolungata residenza nel territorio, del tutto dissociata dallo stato di bisogno. La Consulta ricorda che “proprio chi versa in stato di bisogno si trasferisce di frequente da un luogo all’altro in cerca di opportunità di lavoro”.

Questa sentenza assume un significato ancora più rilevante se la si legge alla luce del clima politico che, già nel 2017, avevamo denunciato sulle colonne de La Città Invisibile. All’epoca il sindaco di Firenze Nardella si era distinto per dichiarazioni a dir poco sorprendenti sul tema delle case popolari, individuando il problema nei “troppi immigrati” inseriti in graduatoria o che già beneficiavano dell’alloggio.

Le sue parole a Lady Radio furono esplicite: “finiamo per avere due terzi di immigrati e un terzo di italiani. Così non funziona, lo dico da politico di sinistra, perché significa trasformare i nostri complessi immobiliari in ghetti”. Peccato che i dati, come gli ricordò prontamente l’assessore regionale Vincenzo Ceccarelli, raccontassero tutt’altra storia: solo poco più dell’8 per cento di alloggi popolari venivano assegnati a famiglie immigrate. Altro che “due terzi”.

Ma Nardella non si fermò lì, arrivando a proporre: “Il vincolo dei 5 anni di residenza è troppo poco, bisogna aumentarlo […] credo si possa arrivare a 10 anni. Vuoi avere un alloggio popolare? Bene, devi essere residente da almeno 10 anni in Italia”. Una proposta identica a quella della Lega Nord, espressa dal consigliere regionale Jacopo Alberti.

Come già scrivevamo allora nell’articolo di Alessandro De Angeli, il problema vero non erano e non sono gli immigrati, ma la drammatica carenza di politiche abitative adeguate: quel paio di centinaia o poco più di alloggi assegnati ogni anno, a fronte di quasi tre migliaia di nuclei familiari in graduatoria. Le svendite di edifici pubblici ai costruttori, la vendita di case popolari a beneficio della speculazione immobiliare restringono ulteriormente la capacità di assorbire le necessità di chi attende da anni un’assegnazione.

La sentenza della Consulta smonta definitivamente questa “fuffa propagandistica”, come la definimmo. Si era inseguito un tema xenofobo facendo finta di non farlo, si giocava a fare il poliziotto cattivo con le vite umane, mentre si celebrava ipocritamente il “dialogo fra culture diverse”.

La Corte Costituzionale ci ricorda che le politiche sociali devono essere guidate dalla considerazione del bisogno, non da logiche discriminatorie mascherate da requisiti di “radicamento territoriale”. Chi versa in stato di bisogno si sposta in cerca di lavoro e opportunità: punirlo per questo significa violare il principio di uguaglianza costituzionale.

Alla fine, nel testo unico approvato dalla Regione Toscana il requisito dei 5 anni di residenza per i migranti era rimasto tale. Oggi, la sentenza della Consulta non è solo una vittoria giuridica, ma un argine contro derive populiste che sacrificano i diritti dei più deboli per inseguire le destre alla ricerca di un facile consenso.

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