lunedì, Giugno 8

ALBATROSS, IL FILM: o della riscrittura della storia italiana attraverso la realizzazione di film falsificatori e mistificanti

di Claudia Cernigoi / luglio 2025

Premessa



Nel 2024 abbiamo dato alle stampe una “biografia non autorizzata ma documentata” di Almerigo Grilz, militante della destra estrema triestina prima di diventare inviato di guerra e rimasto ucciso in Mozambico mentre faceva da addetto stampa alla guerriglia anticomunista della Renamo. Il testo (Gli altri mondi di Almerigo Grilz) è scaricabile online a questo indirizzo https://www.diecifebbraio.info/2025/07/gli-altri-mondi-di-almerigo-grilz/

In questo articolo non parleremo diffusamente della figura di Grilz, dandola per nota a chi legge, però invitiamo chi
non la conoscesse a leggere il dossier sopra linkato per comprendere appieno la recensione che segue.

Al centro della foto un Grilz ventenne, appena nominato segretario del Fronte della Gioventù
dopo essere uscito da Avanguardia nazionale

Per amore dei nostri lettori, siamo andati a vedere il film Albatross (regia di Giulio Base), nella consapevolezza che veniva presentato in modo piuttosto schizofrenico: in alcuni siti di cinema (Filmitalia, Eagle Pictures) si legge che il film racconta la “vera storia” di Almerigo Grilz, in altri siti (la pagina di FVG Film Commission, ad esempio, che dovrebbe essere tra coloro che il film lo hanno finanziato) si legge invece che sarebbe semplicemente “ispirato” a Grilz.

Quindi il primo pensiero, ancora da prima della visione, è stato “si mettessero d’accordo”… non crediamo di spoilerare se diciamo che la “ispirazione” consiste sostanzialmente nel fatto che il protagonista è un neofascista triestino che finisce col fare l’inviato di guerra, ma le somiglianze con il vero Grilz finiscono qui.

Severo ma giusto il commento del giornalista Marjan Kemperle, che sul Primorski Dnevnik dell’11 luglio ha scritto che il sottotitolo del film dovrebbe essere “come innalzare un rissaiolo fascista ad eroe del giornalismo”. E come dargli torto… Prima di andare a vederlo di persona, ci siamo ovviamente preparati, ed abbiamo trovato un articolo del Secolo d’Italia (7 luglio), in cui la giornalista Gloria Sabatini se la prende con il PD triestino che aveva (giustamente) criticato il film.

Lo scritto è redatto nello stile dei volantini del vecchio MSI, in cui pensando di essere spiritosi fanno delle battute che solo un fascista può trovare divertenti, e Sabatini esordisce con un «patetični ste», perché secondo lei «ve lo diciamo in slavo che vi piace tanto». Premesso che non si comprende in quale lingua slava (lo “slavo” come lingua non esiste, anche se questo i fascisti continuano ad “ignorarlo”) la camerata-giornalista abbia tradotto la frase “siete patetici”, se voleva essere sloveno (la “lingua slava” parlata a Trieste storicamente) la traduzione è quantomeno maccheronica, volendo essere pacati nella critica.

Ma nel concreto Sabatini spiega in modo decisamente interessante l’incipit del film. «Il film inizia proprio con uno scontro di piazza tra rossi e neri con Grilz da una parte e un giovane giornalista di Radio popolare dall’altra (probabilmente Toni Capuozzo che da adulto è interpretato da Giannini)». Come prima cosa bisogna dire che quello che viene descritto come “scontro di piazza”, nel film viene ridotto ad una scena più adatta alla riduzione cinematografica dei Ragazzi della via Pal, o una rielaborazione distopica degli Orazi e Curiazi, dato che gli scontri di piazza all’epoca non erano fatti da manipoli di una trentina di persone che giravano gridando slogan e agitando bandiere fino a trovare i “nemici” con cui mettersi a fare un corpo a corpo ridicolo da ogni punto di vista: le aggressioni dei fascisti avvenivano in gruppi di squadristi carichi di bastoni e pugni di ferro, non corteo contro corteo ma a freddo, con lanci di oggetti (una volta anche una bomba carta) contro cortei di sinistra; lanci di bottiglie nel bar dell’Università, e cariche gratuite alla Casa dello Studente, o nottetempo contro i “rossi” che si trovavano in giro da soli.

A questo bisogna aggiungere che a Trieste Radio Popolare non è mai esistita, ma negli anni degli “scontri di piazza tra rossi e neri” c’era Radio Città Trieste-Canale 89, e preme ribadire che i “giovani giornalisti” di questa emittente (peraltro nessuno di chi prestava lavoro volontario era iscritto all’Ordine, al tempo non ci si pensava proprio) non erano persone use a fare scontri di piazza, e ci riferiamo nello specifico ai pochi che diventarono veramente giornalisti dopo l’esperienza della prima radio libera ma libera veramente (grazie Finardi) triestina.

Che c’entra Capuozzo, che non è mai vissuto a Trieste, e non risulta avere iniziato la propria carriera a Radio Popolare (milanese), lo sa solo chi ha scritto un tanto. Bisogna invece dire (ma questo non lo vedrete nel film) che nel 1977 la sede da dove trasmetteva radio Canale 89 fu oggetto di un attentati con molotov, e un paio di collaboratori furono aggrediti dai neofascisti… aggrediti mentre camminavano per strada, non durante scontri di piazza. Altro giornalista (articolo non firmato) sul Piccolo del 4 luglio ha scritto: «come racconta il film, nel 1977 qualcosa cambia»,

Grilz avrebbe consumato «una rottura profonda con la logica del conflitto ideologico violento». Precisiamo subito che questa lettura è del tutto personale, perché dal film non emerge alcuna “scelta non violenta” del protagonista, ma a questo punto entriamo nel merito dell’opera. Nella sceneggiatura di Albatross (detto tra parentesi, abbiamo visto sceneggiature migliori nelle recite di fine anno nelle scuole materne) troviamo quella mai esistita figura di “giornalista” (nel film col nome, tipicamente “non” triestino, di Vito Ferrari) che vorrebbe, a distanza di molti anni, riabilitare la figura del suo ex “nemico di piazza”; questo perché, stando al plot, dopo avere fatto finta di menarsi, Grilz e Ferrari scappano perché sta arrivando la polizia, Grilz aiuta Ferrari ad arrampicarsi oltre un muretto ma lui non ce la fa, rimane nelle mani delle forze dell’ordine e finisce in prigione.

A questo punto chi scrive avrebbe già voluto prendere ed andarsene, perché (come detto all’amico che ha condiviso la sofferenza cinematografica) questo non è un film di destra o di sinistra, è semplicemente mona, come si dice dalle nostre parti. È necessario dire che Grilz non avrebbe mai fatto “scappare” un “nemico”? Bisogna proprio ricordare che Grilz non ha mai fatto un solo giorno di galera, nonostante tutte le denunce presentate contro di lui (e quasi tutte conclusesi con un nulla di fatto per la “morte del reo)? Che la successiva amicizia col “nemico” politico al punto da portarlo a visitare la sede del Fronte della Gioventù è cosa da fantascienza pura e semplice? (chi ha vissuto quegli anni, a destra come a sinistra, lo sa bene). Del resto nessuno di coloro che è passato per Radio Città Trieste ed ha poi proseguito l’attività giornalistica, restando coerente con i propri sentimenti antifascisti, ha mai pensato, dopo la morte di Grilz, di lavorare per glorificarlo.

A questo punto chi scrive avrebbe già voluto prendere ed andarsene, perché (come detto all’amico che ha condiviso la sofferenza cinematografica) questo non è un film di destra o di sinistra, è semplicemente mona, come si dice dalle nostre parti. È necessario dire che Grilz non avrebbe mai fatto “scappare” un “nemico”? Bisogna proprio ricordare che Grilz non ha mai fatto un solo giorno di galera, nonostante tutte le denunce presentate contro di lui (e quasi tutte conclusesi con un nulla di fatto per la “morte del reo)? Che la successiva amicizia col “nemico” politico al punto da portarlo a visitare la sede del Fronte della Gioventù è cosa da fantascienza pura e semplice? (chi ha vissuto quegli anni, a destra come a sinistra, lo sa bene). Del resto nessuno di coloro che è passato per Radio Città Trieste ed ha poi proseguito l’attività giornalistica, restando coerente con i propri sentimenti antifascisti, ha mai pensato, dopo la morte di Grilz, di lavorare per glorificarlo.

A Trieste chi ha militato a sinistra in quegli anni non può che ricordare la figura allampanata ed aggressiva di uno che prima di andare a cercare la “bella morte” facendo finta di fare l’inviato di guerra (mentre in realtà era l’addetto stampa della guerriglia razzista e criminale condotta dalla Renamo, ne abbiamo parlato diffusamente nel citato dossier Gli altri mondi di Almerigo Grilz) era quello che quando si presentava davanti alle scuole erano guai, ed era meglio mettersi al riparo, perché non veniva da solo, ma con altri squadristi, e di solito anche in compagnia di corpi contundenti come chiavi inglesi e tirapugni. Torniamo alla cosiddetta “scelta non violenta di Grilz” dopo il 1977. A parte che gli “scontri” così come descritti nel film non sono mai avvenuti (abbiamo prima accennato alle violenze della destra grilziana in quegli anni), ricordiamo che è al giugno del 1977 che risale la notissima foto di Claudio Erné, pubblicata in calce, che ritrae Grilz in una delle sue migliori pose militanti.




E si svolsero nel 1983 gli scontri di Longera in cui lui fece da capomanipolo sventolando megafoni contro le teste degli abitanti del villaggio, e “qualcuno” non identificato sferrò un cric contro una signora che da ragazza era stata torturata dai nazifascisti e finì all’ospedale con diversi giorni di prognosi (la foto sotto è tratta dagli atti giudiziari, RGNR Procura di Trieste 3798/83).

A parte questi eventi “pubblici”, citiamo da un Appunto del SISDE, redatto in data 8/6/1981, (il documento fa parte degli atti dell’Istruttoria RGNR 344/80 strage di Bologna), nel contesto delle indagini sui viaggi in Libano effettuati dalla fine degli anni ’70 da diversi militanti del FdG triestino (tra i quali i fratelli Ciro e Livio Lai, Fausto Biloslavo, Roberto Cettin). In questo “appunto” si parla dei viaggi in Libano dei futuri reporter di guerra Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo e del futuro vicesindaco di Trieste Gilberto Paris Lippi; ed anche della proiezione di un filmato sul Libano, in cui si vedono nostri concittadini armati non di macchine fotografiche o cineprese, guest star Antonio Azzano che si vede avanzare “cautamente” con un kalashnikov in mano tra le rovine di un quartiere di Beirut assieme a militanti falangisti dopo un rastrellamento da essi attuato.

Tale proiezione si sarebbe svolta nella sede del Fronte della Gioventù in via Paduina (presenti tra gli altri il futuro parlamentare e sottosegretario Roberto Menia ed il futuro rissoso a Longera e poi giornalista del Piccolo Francesco Cardella) nel corso di una riunione “a porte chiuse” (ma in qualche modo il SISDE era riuscito ad entrare… o ad avere una “fonte” all’interno) in cui il laureando in giurisprudenza Grilz aveva, trale altre cose, dichiarato che «se uno va in un paese straniero ed ivi si arruola in un esercito, non è per questo perseguibile in Italia» (interpretazione molto sui generis degli articoli 244 e 288 del Codice Penale), quasi a suggerire che per i presenti poteva essere una cosa del tutto normale andare a fare i mercenari all’estero.

Gli adulatori di Grilz ed i negatori della pericolosità del fascismo continuino pure a pensare che questi reporter erano spinti soltanto dal desiderio di rivelare la verità sui conflitti in corso. Ma se qualcosa era cambiato, in Grilz, dopo il 1977, ci sembra che sia stata l’idea di andare all’estero, non tanto per viaggiare da turista fotografo che si autofinanziava vendendo i propri disegnini, come ce lo descrive il film, ma per recarsi in luoghi dove la lotta non erapiù politica ma armata.

È peraltro interessante che nel periodo 1980-81 il nome di Grilz si trovasse (unico contatto triestino) nella rubrica di Amos Spiazzi (l’ufficiale veronese che fu indagato, ma sempre prosciolto, praticamente per ogni evento della strategia della tensione) assieme ai nomi di Camille Tawil, rappresentante in Italia della Forze armate libanesi (colui che organizzava i “volontari” che venivano da altri paesi, Italia compresa, per partecipare ai campi di addestramento), ed a quelli eccellenti del principe massone (e golpista) Alliata di Montereale ed Adamo Degli Occhi (Maggioranza silenziosa), degli ordinovisti Pino Rauti, Marcantonio Bezicheri, Elio Massagrande (all’epoca latitante in Paraguay), Carlo Maria Maggi e Marcello Soffiati; ed ancora della rivista filonazista Sentinella d’Italia di Monfalcone, diretta da Antonio Guerin.

Torniamo al film, nel quale sono inoltre inserite un sacco di fandonie e di anacronismi: Grilz non fu indagato per la strage di Bologna (chi fu indagato, e trattenuto in arresto per falsa testimonianza e reticenza, furono i suoi camerati Biloslavo, Azzano e Lippi, poi prosciolti), la Radio “nera” Onda Europa iniziò a trasmettere nel 1982, nei primi anni ‘80 era difficile che si parlasse della struttura Gladio, la cui esistenza verrà svelata appena nel 1991… a meno che non si tratti di un messaggio subliminale inserito nel copione.

Inoltre appare del tutto incongruo il personaggio della “fidanzata” di Grilz (che era tutt’altro tipo di ragazza), anacronistico anche questo, perché nella Trieste degli anni ’70 nessuna ragazza maggiorenne si sarebbe adeguata al diktat del padrepadrone (ovviamente di sinistra) che non voleva che la figlia frequentasse un fascista. E, ciliegina sulla torta, alla fine, mentre il finto Grilz se ne va in giro per il mondo a fare il turista per caso, la ragazza lo molla per… mettersi con il suo rivale in politica, che alla fine diventa anche il suo rivale in amore. Gli autori della collana Harmony non avrebbero potuto fare di meglio.

Terribile anche l’interpretazione dell’attore protagonista, che sembra essersi ispirato, per la sua parte, non tanto al vero Grilz quanto al Claudio Gioè della serie Makari, che interpreta un giornalista (anche lui!) particolarmente imbranato ed allucinato, sempre con gli occhioni spalancati ed un leggero sorriso a labbra aperte da perenne sbigottimento di fronte a qualsiasi cosa, dalla fidanzata che lo molla alle sparatorie in Africa passando attraverso i viaggi a Londra e le riunioni in sede. E sorvoliamo sulla patetica scena in cui si mette a far finta di volare come un albatros (per dare il nome all’agenzia di stampa che fonderà assieme a Biloslavo e Micalessin, citando Coleridge), e sembra un momento di vojo ma no posso, volessi un albatros ma più de un cocal (gabbiano in triestino, n.d.r.) no ghe rivo.

Vediamo i due Grilz (il falso ed il vero) a confronto: non c’è storia, effettivamente, per il primo.

Il momento più interessante è quando, dopo che il mai esistito giornalista Vito Ferrari, interpretato da Giannini, ha fatto un’arringa in supporto alla proposta di mettere una targa a Grilz sulla sede di una non meglio identificata associazione di giornalisti (non l’ordine dei giornalisti, né l’Assostampa, probabilmente per ottemperare alla clausola “ogni riferimento” eccetera), entra in scena il regista stesso, nella parte di un giornalista particolarmente incazzato contro Grilz. Base esordisce dicendo che lui sa un’altra storia su Grilz, e cita alcune delle cose che si trovano nel prima citato dossier sulla presenza del “cronista di guerra” in Mozambico come press agent della guerriglia e anche l’articolo del 1983 (riesumato da Pierpaolo Brovedani) in cui Grilz fa l’apologia di Mussolini.

Sembrerebbe quindi che Base si sia informato, il che però, a parere nostro, peggiora la situazione. Questo cameo (che tra l’altro è l’unica interpretazione decente nel film, ci perdoni Giannini, ma ha recitato davvero male, senza un briciolo di naturalezza) però è inserito in un brodo generale di magnificat del personaggio; l’impressione è che il regista si sia adeguato alla moda del “contraddittorio”, per cui (facciamo un esempio…) se in un servizio contro la pedofilia non fai parlare anche un pedofilo non c’è il “politicamente corretto”.
D’altra parte, la risposta di Giannini è definitiva: lui è morto facendo il nostro mestiere, mentre noi siamo vivi, quindi la targa se la merita.

Concludendo, possiamo dire che questo film è in sostanza una angelicazione della figura di un estremista nero, violento ed aggressivo, che mitizzava lo scontro fisico armato; angelicazione (che tra l’altro non rende neppure giustizia al vero Grilz, che immaginiamo non avrebbe voluto essere descritto in questo modo) veicolata non solo attraverso lo stravolgimento dei fatti storici, ma anche tramite la creazione di un personaggio inesistente, il giornalista “rosso” che però era amico di Grilz negli anni degli scontri di piazza e poi volle riabilitare la sua figura post mortem.

Questo è uno dei più vergognosi modi di riscrivere la storia, si nega la realtà dei fatti, si ricostruiscono falsamente eventi storici creando una realtà parallela nella quale si trasformano in eroi positivi personaggi che erano ben al di là della legge e della Costituzione. Un prodotto dei nostri tempi, tempi in cui dobbiamo quasi vergognarci di essere coerenti con i dettami della Costituzione che vietano l’apologia del fascismo e la ricostituzione del partito fascista.


Infine facciamo nostra la recensione di Ciak.


Effettivamente ci vuole proprio una buona dose di coraggio per fare un’opera di manipolazione di tale livello, che va ad aggiungersi alla miriade di opere “di finzione” (romanzi, sceneggiati, film, non documentari, nei quali si dovrebbe comunque mantenere un minimo di contatto con la realtà) che negli ultimi vent’anni hanno riscritto la storia italiana, da quella del fascismo e della Resistenza, a quella degli anni ’60 e ’70, in modo da criminalizzare (o ridicolizzare) i movimenti ed i partiti antifascisti e di sinistra, e riabilitare il fascismo e i fascisti, i vecchi come i nuovi.

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