giovedì, Settembre 21

LO STATO ASOCIALE DEL CAPITALE

Keynes e Friedman le due facce teoriche del massocapitalismo

Per una critica del neocorporativismo keynesiano

di Gianfranco Pala

Tratto da la Contraddizione, 31, Roma 1992

Ma l’uno non è essenzialmente se non riferimento a sé
come negazione riferente.
L’uno è pertanto un divenire molti uno.
Il riferimento negativo dell’uno a sé è repulsione.
Questa repulsione, in quanto è così il porre molti uno,
ma per opera dell’uno stesso,
è il proprio uscir fuori di sè dell’uno,
ma un uscire in tali, fuori di lui,
che non sono essi stessi altro che degli uno.
E’ questa la repulsione nel concetto, la repulsione in sé,
dalla quale si distingue la repulsione seconda.
Questa seconda repulsione è solo il reciproco tenersi lontani
di tali uno che vengon presupposti e presi come già presenti.
Si tratta di vedere in qual modo
la repulsione che è in sé si determini a repulsione estrinseca.
Gli uno son così presupposti uno a fronte dell’altro.
Così la pluralità appare come una determinazione
completamente esterna all’uno. La lor relazione è
determinata come una relazione che non è una relazione.
È il lor limite, ma un limite che è loro estrinseco,
un limite in cui non hanno da essere l’uno per l’altro.
La moltitudine degli uno è l’infinità, come contraddizione,
che, quasi neutrale, produce se stessa.

[G.F.W.Hegel, Scienza della logica, Uno e molto. Molti uno. Repulsione]


Hegel non parlava del capitale (e dei capitali), ma già presupponeva ciò che Keynes e tutti quanti
gli economisti borghesi non avrebbero mai capito e voluto capire. La pluralità dei capitali, “come
contraddizione che produce se stessa”, è ineliminabile dall’essenza stessa del modo di produzione
capitalistico. Cionondimeno tutti i tentativi teorici dell’economia politica sono sempre andati, al di là
delle apparenze e delle parole, in questa direzione, che brama l’armonia e la riduzione della
molteplicità dei capitali a un capitale unico autoreferenziale. Cosicché le pratiche del potere borghese
non hanno mancato mai di convergere, nel corso del tempo, verso la rappresentazione ideologica e
l’imposizione forzosa di siffatta armonia. Il corporativismo, vecchio e nuovo, è il necessario punto
d’approdo di codeste politiche. La maldestra costruzione keynesiana può essere considerata la più
cospicua esperienza concettuale e operativa per il perseguimento di tale obiettivo.
Il capitale è
Per capire come il keynesismo favorisca la deriva neo-corporativa, sarà opportuno chiarire dai
fondamenti l’equivoco dell’unicità del capitale. Il capitale è compiutamente definito come tale solo
quando abbia di fronte a sé altri capitali con cui scambiare. Se si supponesse un capitale universale,
unico, e per ciò stesso privo di molteplicità autocontraddittorie, si darebbe di esso ancora una
definizione manchevole, puramente nominale, assurda. Codesta manchevolezza che caratterizza la
teoria di Keynes e di tutti quanti ha la sola certezza sensibile che il capitale è! Si potrà vedere come
la soppressione logica della contraddittorietà dei capitali faccia sì che in tale teoria non sia mai
necessaria, per il suo funzionamento, l’ipotesi stessa della pluralità di capitali. Con il suo teorizzare –
di ciò qui si sta parlanado, non delle possibili ricadute spurie di empiria politica – Keynes si schierò a
completa difesa del capitale, anzi del Capitale così come è. Egli stesso, nel panorama accademico
dell’economia borghese, si paragonò da sé a uno “formato da cattolico nell’economia inglese, e anzi
un prete di quella fede”, che insoddisfatto della chiesa ortodossa polemicamente “diviene
protestante”: il suo riformismo fu solo uno scisma fondato sui medesimi principî di fede e di potere.
Altro è la rivoluzione, foss’anche teorica.
Lord Keynes non esitò a definire “moderatamente conservatrici” le implicazioni della sua teoria
generale. Tuttavia – come, dietro l’immagine di uomo sposato con prole, nascondeva la sua
omosessualità, al riparo dei suoi copains del collegio cantabrigense, Sraffa, Wittgenstein, et al. – egli
si mascherava continuamente anche da progressista, inducendo così un uso improprio delle sue
teorie in senso riformista. In barba ai “keynesocomunisti” (o come li si voglia chiamare) lo stesso
Keynes asserì che l’intervento pubblico da lui difeso andava considerato “come l’unico mezzo
praticabile per evitare la completa distruzione delle forme economiche esistenti e come condizione per
il successo dell’iniziativa individuale”. Egli era sicuro che “l’individualismo, emendato dei suoi difetti
e dei suoi abusi, è la miglior salvaguardia della libertà personale”. Quelle che immaginò come
“necessarie misure di socializzazione”, infatti, erano volte solo a salvaguardare il potere capitalistico
costituito senza “necessità alcuna di un sistema socialista” e “senza una rottura nelle tradizioni
generali della società”. Su tali idee esaltò il “socialismo anti-marxista” dell’austriaco Gesell.
A coronamento di ciò, anzi – il 7 settembre del 1936, quando il nazismo dominava apertamente da
più di tre anni e quando il dr. Schacht, anello di congiunzione con Weimar, guidava l’economia
germanica da ancor più tempo – Keynes offrì la sua opera agli economisti tedeschi “affamati e
assetati” di teoria: asserendo molto candidamente che la sua teoria generale “si adatta assai più
facilmente alle condizioni di uno stato totalitario”. La chiarezza dei tempi e dei modi del suo dire
dovrebbero togliere qualunque dubbio interpretativo. Ma si sa che così non è. Pure istruttivo è
ricordare in proprosito un suo accorato appello ai giovani: “è duro per un figlio dell’Europa
occidentale, istruito, perbene, intelligente, ritrovare i suoi ideali nella confusa paccottiglia delle
librerie rosse. A meno che non abbia precedentemente subìto qualche strano e orribile processo di
conversione, che abbia sconvolto tutto il suo ordine di valori”.
D’altronde, a conferma indiretta di ciò, basti ricordare quale fosse il giudizio di Keynes sul
comunismo e sul marxismo. Pur considerando, bontà sua, “non tutti idioti” i seguaci del Capitale
marxiano, Keynes considerò quel libro – la cui conoscenza per lui non fu mai diretta, ma assunta
solo a livello di “bignami” – alla stregua fideistica del Corano, sotto forma di “una dottrina illogica e
noiosa”, scritto “in maniera spregevole”, dunque “non solo scientificamente errato, ma privo di
interesse e possibilità di applicazione nel mondo moderno. Un credo che esalta il rozzo proletariato al
di sopra della borghesia e dell’intellighenzia, le quali, per quanti siano i loro difetti, sono l’essenza
della vita, e portano sicuramente in sé il seme di ogni progresso umano”.
Non sufficientemente pago della sua opera a favore della borghesia, Keynes non mancò di rincarare
la dose in termini politici e ideologici. Sorvolando qui sul suo giudizio personale su Lenin, Keynes
reputava i comunisti “pronti a sacrificare le libertà politiche individuali al fine di cambiare l’ordine
economico esistente, come i fascisti e i nazisti”. Cosicché, insieme al collega Wicksteed, poté
stigmatizzare l’azione sindacale come “microbo del malessere della civilizzazione”. Non sorprende, di
conseguenza, che egli considerasse quanti lottavano per il socialismo persone “terribilmente di
seconda scelta”, “istupiditi dagli errori intellettuali di slavi ed ebrei”, i quali ultimi “nel fondo del loro
cuore sono nazisti o comunisti, e dunque non hanno neppure alcuna nozione di come fu costruito o è
sostenuto il Commonwealth” [sic – qual orribil colpa!].
Fatta questa necessaria premessa, non occorre aggiungere nulla alle parole autentiche di Keynes:
basta leggerle. L’adorazione del Capitale come puro Essere balza evidente a ogni riga. Si tratta perciò
di precisarne il significato, non tanto per discutere o criticare le sue tesi, ma semplicemente per
mostrare da che parte egli stia. Si può condividere il conservatorismo corporativo di Keynes o lo si
può combattere, non lo si può mistificare. Non lo si può in alcun modo, come invece fanno cospicui
economisti e politici progressisti, tirarlo a “sinistra”. Questo è certo, e solo questo qui si vuole
motivare. Anche se i capitalisti e i loro scribacchini non riescono ad accettare “nemmeno Keynes”
(per parafrasare Lunghini), che cosa c’entrino, con la teoria keynesiana, le riforme e lo stato sociale
rimane ugualmente un mistero insolubile – che si proverà a svelare.
Il capitale è uno
L’assurda fantasia del capitale unico – immagine autoreferenziale, aconflittuale e pertanto salvifica
della società moderna – appare come ipotesi teorica ben nascosta sotto le suadenti argomentazioni di
senso e linguaggio comune. Ma è propria da essa che deriva la falsa denotazione della concorrenza
secondo l’economia politica. Il continuo parlare di concorrenza e competitività da parte dell’ideologia
borghese non deve trarre in inganno. La concezione dominante di “concorrenza”, infatti, esprime il
perseguimento, invisibile o visibile, dell’identità di interessi del singolo capitalista con quelli
dell’unico capitale come classe, in vista del raggiungimento dell’equilibrio e dell’armonia. Ciò che si
occulta, in codesta rappresentazione, è che il capitale in riferimento se stesso è negativo, che agisce
come sua repulsione ponendo fuori di sé i molti capitali individuali, e che ciò avviene proprio per
opera di esso stesso come classe.
Marx, su questi fondamenti hegeliani, definisce perciò la concorrenza come contraddizione del
capitale con se stesso. Viceversa, quando l’economia politica discetta di concorrenza e competitività –
anche qui nei termini puramente teorici dell’accademia, e non in quelli pratici dei capitalisti operanti
come “fratelli nemici” – presuppone il reciproco concorso non conflittuale tra le molteplici,
ipoteticamente infinite, unità decisionali contemplate. Si postula, pertanto, che quella molteplicità
funzioni logicamente sempre e solo come unità. Secondo l’ideologia borghese, la mano del capitale,
invisibile o visibile, conduce fatalmente all’equilibrio e all’armonia.
La teoria keynesiana è interna a quella ideologia. Chiunque consulti la sua teoria generale non
incontrerà mai un luogo dove la concorrenza, al pari della molteplicità dei capitali, svolga un ruolo
logicamente necessario. Si imbatterà appena in quattro o cinque pagine dove la parola è
semplicemente scritta, come condizione definitoria. E quando attribuisce alla concorrenza la funzione
specifica di aggiustare l’equilibrio reale della domanda effettiva, per qualsiasi livello definito neutrale
di occupazione, ne conferma appieno la funzione armonica indistinta entro un capitale del tutto
omogeneo. Sono ovvie le conseguenze. La contesa tra i diversi capitali per accaparrarsi il massimo
profitto individuale è soppressa, nelle teorie borghesi. Al suo posto si presume che la “concorrenza”
armonica riesca a condurre il tasso di profitto all’equilibrio ideale, anziché capire che è la caduta
critica di esso a scatenare realmente quella. Alla stessa maniera scompare pure, quindi, la disputa
incessante tra profitto bancario (interesse monetario) e profitto industriale, rattrappita in una perenne
condizione di supposta uguaglianza.
Con l’unicità del capitale al posto della sua molteplicità effettuale, viene nascosto il reciproco tenersi
lontani dei capitali individuali, il loro non operare l’uno per l’altro, il loro reale porsi uno a fronte
dell’altro. Si ignora che, nelle varie fasi del ciclo, “la quiete è solo un caso limite della contesa” – per
dirla hegelianamente con Brecht – proprio per l’alterna supremazia ora dell’uno ora dell’altro.
Ideologicamente, l’eccezione diviene la regola. Il conflitto si trasforma in collusione. L’antagonismo è
soppiantato dall’armonia. La crisi cede il passo all’equilibrio. Il molteplice diventa uno. Ogni
contraddizione è soppressa. All’immagine del capitale che viene al mondo grondando sangue da ogni
poro – come scrivevano gli storici francesi del settecento – si sostituisce la rappresentazione dei
rapporti idilliaci voluta dall’economia politica. Si considera solo quella parte della realtà del rapporto
di capitale – quando le cose vanno bene per la borghesia – che Marx descriveva come l’azione di “una
vera massoneria nei confronti della classe operaia nel suo complesso”. Così facendo, si trascurano le
ragioni per cui i capitalisti, quando si fanno concorrenza, si comportano come dei falsi fratelli –
fratelli nemici fino alla morte.
Proprio in virtù della fantasia del capitale-uno, invece, equilibrio e squilibrio non sono
teoreticamente neppure dicibili. Ciò che è uno – per definizione, se posto al di fuori della propria
autocontraddittorietà dialettica – non può conoscere la pluralità, non sa neppure di che cosa si stia
parlando. E così è il capitale keynesiano. Non è possibile porre la questione dell’equilibrio – rispetto
a che altro? Essa è inesorabilmente presupposta. Ma neppure si pongono, per ciò stesso, le
condizioni del non equilibrio e della crisi. Tutto per la teoria procede regolarmente. Nessuna crisi
avrebbe luogo giacché l’equilibrio ipostatizzato nella teoria, sarebbe sempre possibile nella pratica, in
una maniera o nell’altra, differita o simultanea. Nell’ambito della logica dell’azione della cosiddetta
mano invisibile sul mercato libero, non si dà crisi poiché la sola forma possibile di squilibrio,
teoreticamente compatibile, rimanda alla accidentale sproporzione tra i diversi rami della produzione
o tra il consumo improduttivo dei capitalisti e la loro stessa accumulazione. [Moderne varianti sul
semplice differimento nel tempo tali sproporzioni – note come “aspettative razionali” – sono una
“trovata” che non cambia in nulla i fondamenti della teoria].
La caratteristica peculiare della teoria keynesiana – basata sull’aggregazione delle grandezze
economiche considerate, tra cui il capitale stesso – si mostra con ancora maggior chiarezza
dell’ideologia dominante da cui proviene. Le determinazioni teoriche fondamentali, sostenute da
quelle variabili aggregate, non richiedono,a maggior ragione, la molteplicità dei capitali individuali e
la loro concorrenza conflittuale. In un siffatto sistema teorico aggregato, l’insieme compatto del
capitale appare già direttamente come grandezza unitaria, in una sorta di monopolio. Gli intralci alla
regolazione sociale fondata sul capitale vengono perciò imputati solo all’inadeguatezza degli
interventi pratici. Si può capire ora perché il frequente parlare di analisi della crisi presso Keynes sia
frutto, anch’esso, di una confusione tra le categorie teoriche da lui impiegate – che non la prevedono
come necessaria – e le osservazioni dei fatti – che delineano quindi la rimediabilità degli errori. In tale
contesto empirico, non c’è più nulla che abbia basi scientificamente fondate. [È significativamente
conseguente che, nelle interpretazioni pratiche che rimandano a casi di oligopolio, si ipotizzino
soltanto soluzioni che prevedono la collusione delle parti in causa].
Il capitale è moneta
Per procedere nella ricostruzione della deriva neo-corporativa, è necessario mostrare l’erroneità
scientifica del fondamento monetarista della teoria keynesiana. Marx riteneva un desiderio pio quanto
sciocco che il prodotto non si trasformasse in merce e la merce in denaro, che il valore di scambio
rappresentato dal denaro non si sviluppasse in capitale e il lavoro in lavoro salariato. Questo
desiderio – il desiderio che il capitale non sia capitale, ossia che si eviti prudentemente, per
quiescenza ideologica, di considerarlo come tale – è sempre stato il desiderio di tutta l’economia
politica. Su ciò ora conviene richiamare l’attenzione, per mostrare l’incongruenza della teoria
keynesiana con le finalità del riformismo.
L’ineffabile lord Keynes prese a prestito il suo “bignami” di Marx dal modesto Mc Cracken, il
quale riassunse alcune pagine sulla circolazione del capitale nella sua teoria del valore e dei cicli.
Chissà perché Keynes annotò da lì, e non dall’originale marxiano, le osservazioni che scrisse nel
supplemento alla teoria generale. Ne trasse la convinzione formale che la produzione nel mondo
reale non rientra – come gli economisti sembrano supporre, assumendo il punto di vista dei
consumatori – nello scambio di merci o servizi contro denaro al fine di ottenere altre merci o servizi,
ma che invece l’atteggiamento del mondo degli affari è di pagare con denaro merci o servizi al fine di
ottenere più denaro. Dalla semplice esposizione della circolazione si capisce come la convinzione di
Keynes si arresti al lato formale della questione, perché cerca di spiegare il nesso dei cicli dei capitali
solo col puro e semplice scambio tra denaro e merci.
Sotto la superficie della sua descrizione non vi è altro che atti di scambio, posti solo in ordine
inverso: ciò che mostra come egli ignorasse o occultasse la sostanza che sta in agguato dietro quel
semplice mutamento di forma. In omaggio al “desiderio pio e sciocco”, i rapporti economici più
sviluppati vengono così rattrappiti nelle categorie antecedenti semplici, dando a queste ultime solo
nomi diversi e adeguati alla parvenza capitalistica, ma senza le qualità peculiari. Non è un caso che il
fine dichiarato dell’accrescimento di denaro fosse attribuito da Keynes alla generica conclusione di
affari: “del resto corrisponde all’orizzonte borghese, in cui il concludere affarucci occupa tutta la
mente, di non vedere nel carattere del modo di produzione il fondamento del modo di traffico a esso
corrispondente, ma viceversa” – commentò con grande anticipo Marx, concludendo l’analisi del ciclo
di metamorfosi del capitale.
Del resto, Marx aveva avvertito – fin dagli originari studi per la critica dell’economia politica –
quali fossero i punti caratteristici del metodo dall’apologetica economicistica: il tentativo disperato di
risolvere la peculiarità dei rapporti degli agenti della produzione capitalistica (ignorando le loro
contraddizioni) nelle relazioni semplici che sorgono dalla circolazione delle merci, se non addirittura
dello scambio immediato dei prodotti. Così, oggi si può dire con cognizione di causa che pure
Keynes, come tutti quanti, “lascia cadere a piacere ora questo ora quel lato del rapporto specifico”,
che – aggiungeva successivamente Marx nella prima stesura dei Lineamenti fondamentali – “viene
ridotto alle determinazioni astratte della circolazione semplice, così dimostrando che le relazioni
economiche, entro le quali gli individui si incontrano in quelle sfere più sviluppate del processo di
produzione, sono soltanto le relazioni della circolazione semplice, e così via”.
In effetti sarebbe vano sforzo cercare, anche in Keynes, la motivazione dell’accrescimento di denaro
in quella che è la peculiarità capitalistica del processo immediato di produzione di plusvalore,
misconosciuta dagli apologeti. Coerentemente con il rabbassamento della sua analisi, dunque,
Keynes ritenne che l’eccesso di denaro derivante dal processo di valorizzazione fosse “per Marx la
fonte del plusvalore”. Per l’appunto, l’occultamento del fondamento produttivo, a favore del semplice
scambio, fa invertire causa e effetto. Cosicché il risultato dell’accrescimento di denaro venne letto da
Keynes sul suo “bignami” come la fonte del plusvalore medesimo: sotto il denaro, niente!
Il fatto che l’eccesso di denaro fosse reputato da Keynes soltanto possibile evidenzia il carattere
puramente formale della sua rappresentazione. A suo dire, l’errore di Marx sarebbe stato di ritenere
che – a causa del carattere di sfruttamento del sistema capitalistico – la quantità di denaro al termine
del ciclo del capitale fosse sempre e necessariamente in eccesso sull’ammontare iniziale. Per Keynes,
invece, sarebbe ugualmente ammissibile che il denaro anticipato fosse maggiore della somma finale.
La sua superficialità teorica categoriale è disarmante. Il denaro valorizzato – prima della sua
realizzazione, e questa è la categoria concettuale da prendere in esame considerando la decisione di
investimento di qualsiasi agente del capitale – non può che essere maggiore di quello anticipato, per
definizione.
Altra questione – assolutamente empirica – è l’erroneità della decisione assunta dal singolo agente.
Ed è talmente vero tutto ciò, in generale, che anche in caso di crisi, di norma, si ha comunque un
eccesso di valore, tuttavia in misura minore di quello atteso. L’affermazione keynesiana sembra fatta
in totale ignoranza della storia del capitalismo, dove non si capisce come sia possibile non vedere
l’ineluttabile sistematico enorme accrescimento del denaro che si è trasformato in capitale negli anni e
nei secoli, nel tempo e nello spazio. I casi di contrazione del valore della produzione, nell’intera epoca
del capitale, si contano in pratica sulle dita della mano, vanificando appieno la pretesa simmetria
keynesiana tra guadagno o perdita possibili.
Il nome di capitale è dunque usato in maniera surrettizia anche da Keynes – che, al pari di tutti
quanti si aggirano nei luoghi comuni elementari dell’economia politica, mostra confusione nel
capovolgimento dei nessi formali e conseguente mancanza di proprietà del linguaggio. Quello che
opera sotto falso nome nel suo sistema teorico, come denaro, è solo reddito monetario speculativo.
[Va detto che ciò è in ammirevole sintonia con l’indole, l’esperienza pratica personale e gli interessi
costituiti, che vengono ben prima delle sue idee, del lord suddetto. Le sue prime biografie ufficiali,
come quella di Harrod, spostarono a cinque anni dopo la data di inizio della sua collaborazione col
ministero del tesoro, per nascondere le vantaggiose speculazioni di borsa che Keynes, infame, fece
arricchendosi, proprio in quegli anni (erano, quelli, gli anni della prima guerra mondiale
imperialistica), grazie al cosiddetto insider trading, volgarmente aggiotaggio!. D’altronde proprio
Keynes scagliò i suoi anatemi contro coloro che criticavano i “giovani rispettabili” ansiosi di
intraprendere “la carriera del fare quattrini”, còlti dall’“ammirevole amore del denaro” (sic – senza
ironia)].
Tutta la rappresentazione monetarista con cui Keynes cerca di accreditare una sua teoria del capitale strizzando l’occhio al ciclo marxiano – si riduce a fumisteria. Quel denaro anticipato, dunque, non
opera mai come capitale. Si tratta semplicemente di moneta – mero segno formale del denaro
medesimo – che aggiunge solo, alla sua funzione di intermediario degli scambi e di conservazione del
valore, quella di anticipazione speculativa nella circolazione del reddito di quei consumatori
risparmiatori che si improvvisano affaristi. Tutto ciò, col capitale come modo di produzione, non ha
assolutamente nulla a che fare. Ovviamente, in quanto non si consideri la circolazione del capitale, la
realtà idealizzata conduce a una teoria che, facendo astrazione dalle contraddizioni che si incontrano a
ogni passo nella realtà stessa, non dà luogo a difficoltà e crisi. Non vi sarebbero difficoltà e crisi se
non vi fossero contraddizioni!
Il capitale è senza lavoro
Per avere qualche elemento in più per capire il senso delle contraddizioni del capitale e il disperato
tentativo di occultamento che esso continuamente ricerca, è rivelatore il divaricarsi delle opinioni che
i capitalisti hanno di loro stessi come singoli rispetto alla classe, nei confronti dei lavoratori.
Chiunque sa che per realizzare il profitto, il capitale deve necessariamente scambiare con un
equivalente i valori-merce che ne costituiscono la base. Questo scambio costituisce quel processo che
Marx, hegelianamente, connotava come “movimento di repulsione da se stesso”, repulsione
reciproca dei capitali che è già implicita nel capitale in quanto valore di scambio realizzato. Per il
capitale – in quanto specificamente distinto dalla merce semplice – non si tratta di soddisfare lo stato
della domanda reale di consumo immediato. Esso deve bensì ristabilire ogni volta la domanda
effettuale di pagamento – attraverso lo scambio di capitale con capitale, di capitale-merce con
capitale-denaro, nel proprio processo di autoriproduzione, vòlto a evitare lo scoppio della crisi – per
realizzare il profitto.
Questa contraddizione specifica, allora, si mostra in tutta la sua forza nella seguente circostanza, per
ciascun capitalista: i propri lavoratori gli stanno di fronte come elementi del costo di produzione, che
egli desidera restringere, mentre i lavoratori degli altri capitalisti sono considerati come consumatori
delle sue merci, il cui salario da spendere deve essere per lui il più grande possibile. Che ciò
rappresenti un’illusione, cui però tende realmente il singolo capitalista in confronto a tutti gli altri, è
ovvio guardando al sistema come totalità. Di qui emerge chiara la contraddizione immanente della
molteplicità dei capitali irriducibili all’uno. Essa – mostrando ancora una volta la differenza specifica
tra scambio semplice e accumulazione, mediante cui si evidenzia la pochezza teorica della legge
keynesiana della domanda effettiva e della confusione tra sottoconsumo e sovraproduzione – svela le
radici pratiche dell’annullamento nominalistico della categoria di lavoro salariato, in quanto tale, e
del passaggio ideologico a quella aclassista di consumatori.
Con la formale scomparsa dell’articolazione contraddittoria tra molti capitali, dunque, vien fatta
dileguare anche la tendenza del capitale all’incessante produzione per l’accumulazione, anziché per il
consumo immediato e il godimento, e la sua stessa contrapposizione al lavoro salariato dipendente.
Altrimenti, per spiegare l’autovalorizzazione del capitale, occorrerebbe prendere in esame il processo
produttivo messo in moto attraverso il comando sul lavoro altrui. In tutta l’analisi borghese dello
sviluppo del processo sociale di produzione – e dei corrispondenti rapporti economici capitalistici,
più sviluppati di quelli del semplice scambio – non si scende mai dalla superficie più in profondità,
rimanendo alla mera apparenza. Così, l’economia dominante da oltre un secolo afferma
semplicemente che tutti i rapporti economici del capitale sono soltanto nomi diversi per i medesimi
rapporti sempre esistiti.
Con un’astrazione molto a buon mercato, si confondono in un magma indistinto prodotto e merce,
moneta e denaro, scambio e capitale, lavoro e lavoro salariato, catalogando insieme salario, profitto,
interesse e rendita – come se nulla mutasse. Per la teoresi dell’economia politica, nei rapporti
economici tra Agnelli e Cipputi non fa alcuna differenza la compravendita di prestazioni di lavoro tra
i due rispetto all’acquisto, rispettivo, di una pressa o di un frigorifero; come è considerato
perfettamente uguale, concettualmente, l’acquisto della Stampa da parte dell’avvocato (quando ne
compra la testata) o del suo operaio (quando ne prende una copia). In quella concezione dominante
scompare la specificità capitalistica dello scambio ineguale tra capitale e lavoro – specificità mediata
dallo scambio eguale tra capitale variabile e forza-lavoro, tra lavoro morto e la peculiare merce
portatrice di lavoro vivo. [Non si creda che sia un caso se Marx stesso disse che la sua sola grande
nuova scoperta scientifica nella storia del pensiero economico fosse appunto la forza-lavoro come
merce].
Ora, Keynes rientra appieno nell’apologetica dominante. Nella cosiddetta funzione di produzione
neoclassica, da lui mutuata, ciò che appare funzionale al sistema è la presenza di lavoro senza altra
qualificazione in mezzo a una moltitudine di altri fattori e “servizi” produttivi [l’insulsa metafora delle
“robinsonate” del XVIII secolo, infatti, prosegue indisturbata per la sua strada]. La forma sociale
della dipendenza dal capitale non conta nulla, talché non si comprende di che capitale si stia
parlando, riuscendo così a confondere anche quelle poche idee non sbagliate che le persone si sono
fatte a fatica nella vita pratica. Affidandosi unicamente alla convinzione di un capitalista pratico, o al
buon senso di qualsiasi agente della produzione capitalistica, ciò che da chiunque viene ritenuto
elemento di distinzione sufficiente tra un capitalista e un comune mortale è che il primo si caratterizza
per avere alle sue dipendenze dei lavoratori, operai o impiegati, fissi o giornalieri. Rintracci, chi ne è
capace, la necessità di tale ipotesi per il funzionamento dello schema di circolazione keynesiano.
La parola salario, certo, la si trova: ma al di là del nome per un suo impiego meramente descrittivo,
la sua funzione economica specifica è del tutto assente e pertanto essa risulta affatto inessenziale alla
logica della teoria generale. Non è neppure importante ripetere che questo ha da essere lavoro altrui
non pagato. Qui non serve nemmeno parlare di teoria dello sfruttamento, giacché ci si ferma a un
livello ancora precedente. Il lavoro vien fatto apparire come partecipazione attiva alla produzione
sociale, la cui ricompensa – impropriamente denominata “salario” – altro non sembra essere che la
parallela partecipazione alla distribuzione del reddito nazionale. Ciò potrebbe configurare l’“idea” di
un assetto cooperativo ma – non essendovene la possibilità reale inerente la proprietà delle condizioni
della produzione sociale – quella pallida idea cede il passo alla brutale pratica del consociativismo, al
ricatto della partecipazione corporativa.
Perciò è curioso e preoccupante che troppo spesso, anche da sinistra, si accetti quella raffigurazione
che sottovaluta la contraddizione immanente del capitale (affidandosi quasi residualmente
all’antagonismo estrinseco del proletariato). Che un atteggiamento ideologico, come questo, centrato
sulla rappresentazione della potenza del capitale – unitaria e ridotta a mera capacità d’acquisto
monetaria – contraddistingua la volontà mistificatoria borghese, lo si capisce bene: è a un tempo
realistico e tragico. Diventa ridicolo e insensato quando lo si mutua a “sinistra”, tanto più che i
precedenti storici non mancano. Già Proudhon imitò il riformismo dell’economia borghese. Così, con
la sua teoria d’accatto, cadde nell’equivoco di far perdere alla società capitalistica – nel momento
stesso in cui la considerava in blocco, nella sua parvenza unitaria e semplicemente mercantile –
proprio il suo specifico carattere storico. Non è nuovo l’imbroglio di considerare una economia
capitalistica come qualcosa di armonico, il cui scopo sarebbe la produzione e il consumo finale di
valori d’uso, come una “famiglia” o bene che vada come una “azienda”: le premesse teoriche del
corporativismo sono tutte racchiuse in questa concezione.
Il capitale non è: è corporazione
I presupposti teorici keynesiani, fin qui appena scandagliati, si sono mostrati atti solo a mistificare il
rapporto di capitale come semplice rapporto di scambio, occultandolo sotto le mentite spoglie di una
circolazione monetaria storicamente indeterminata. Qualcuno dovrebbe spiegare, già su queste basi
soltanto, come si ritenga possibile torcere la teoria keynesiana, non le corrispondenti chiacchiere
politiche economiche, a sostegno di un riformismo “sociale”. Dal momento che le categorie utilizzate
non rispondono al vero – ipostatizzando esse una natura semplice degli scambi che non rispecchia la
specificità dei rapporti di capitale – l’oggetto da riformare, lo stato da rendere sociale, è già qualcosa
d’altro, sostituito da una sua metofora mistificata.
Su siffatte basi semplificate, l’economia del capitale viene presentata come qualcosa di armonico.
L’ideologia della Grande Corporazione segue l’esempio storico di Bastiat e Carey, preceduti dal
fantasma di Monsieur Say. Quest’ultimo – benché esorcizzato da Keynes troppo frettolosamente, dati
i presupposti epistemologici comuni – riappare semplicemente con una mano artificiale in più, quella
stessa che proprio Keynes ha reso visibile per riaggiustare il perduto equilibrio, non più automatico e
spontaneo, con la domanda dello stato creata surrettiziamente dall’offerta pletorica e strozzata.
Quindi, se oggi qualcosa non fila più liscio, come cento o duecento anni fa, è Keynes l’artefice del
tentativo di salvataggio del capitalismo, togliendo l’invisibilità a quella mano pubblica che Smith
poteva ancora saggiamente occultare nel mercato.
Tuttavia, se il tentativo di salvataggio non riesce, è facile spiegare il perché del fallimento delle
politiche economiche keynesiane e della retrocessione del cosiddetto stato sociale. Alla luce di
quanto brevemente esaminato, non fa meraviglia alcuna quanto accaduto: tutto era già scritto e
annunciato nell’analisi teorica. Sarebbe bastato che si fosse voluto capire che, con interventi dettati
dalla logica dello scambio semplice delle merci, nessuno avrebbe potuto mai credibilmente risolvere i
“disturbi” della sovraproduzione di capitale. Ma i riformisti keynesiani, non volendo ammettere tali
incongruenze e drammatizzando polemicamente con la perfidia del neo-monetarismo liberista,
ripetono perciò gli stessi errori dei liberoscambisti volgari. Così, dal versante “sinistro” keynesiano i
“disturbi” del mercato, anziché essere considerati immanenti al sistema stesso del capitale, sono visti
in concomitanza delle occasioni perdute e dei tentativi falliti per realizzare libertà e uguaglianza nella
loro “vera natura”.
Procedendo su quella via, non si percepisce che è la pervasività della merce a dettare codeste leggi
di libertà e uguaglianza, su scala crescente, sempre più vasta, mondiale. L’uguaglianza dei rapporti di
scambio implica realmente lo sviluppo libero della società: ma è uno sviluppo il cui massimo di
libertà possibile ha una base limitata, la base adeguata al capitale. Non si vede chi possa negare il
dominio assoluto della merce e, allo stesso tempo, la sostanziale ingiustizia che la sua limitatezza
comporta. Non è da oggi che ciò avviene, se già Marx riconosceva la base reale della (limitata)
attuale libertà nel processo di valore del capitale. Per questo attribuì all’utopismo dei riformisti
l’ingenuità di “non afferrare la differenza necessaria tra la forma reale e quella ideale della società
borghese, e perciò il farsi carico dell’impresa superflua di voler essi stessi, da parte loro, realizzare
l’espressione ideale, l’immagine luminosa trasfigurata e riflessa, gettata in quanto tale dalla realtà
stessa”.
La realizzazione di obiettivi di giustizia sociale, non solo formale, non è possibile che fuori dal
modo di produzione capitalistico, e perciò stesso fuori dal sistema keynesiano. Se le conseguenze
relative alle soluzioni di politica economica di intervento pubblico possono anche essere di non poco
conto, nulla o quasi cambia per quanto concerne invece i presupposti keynesiani riguardanti i
fondamenti teoretici ed epistemologici comuni all’economia marginalistica e neoclassica. E di
questo qui si è voluto soprattutto trattare. D’altra parte, è significativo considerare quelle osservazioni
critiche che provengono dal cuore del keynesismo. Già dopo l’esperienza del new deal rooseveltiano,
fu chiaro che la spesa pubblica, capace di sostenere l’iniziativa privata e le forme economiche
esistenti, non fu però sufficiente a portare miglioramenti sociali.
Dopo la grande depressione degli anni trenta, mise in movimento un processo con esiti di certo non
definibili come conquiste sociali. “Fu soltanto la spesa monetaria enormemente accresciuta per la
seconda guerra mondiale che finalmente curò la grande depressione” – scrive il keynesiano doc Abba
Lerner [ma, per chiunque avesse letto anche solo superficialmente il liberale Hobson
sull’imperialismo, ciò sarebbe più che ovvio]. Che codesto esito non costituisse un bel risultato lo
percepì Keynes stesso che “si pentì subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando
dichiarò che l’incremento di spesa non era idoneo” come vera e duratura soluzione dei problemi. Lo
stato a-sociale del capitale si mostra così in tutto la sua capacità di dominio imperialistico.
La storia mondiale ha ampiamente dimostrato (e chi affermasse il contrario dovrebbe motivarlo
compiutamente) che sulla base del sistema del capitale gli unici miglioramenti sociali – e nei secoli se
ne sono avuti di certo – sono solo quelli che il capitale stesso via via è costretto a consentire, sotto il
peso della dialettica dell’antagonismo e della lotta che lo trasforma, facendogli superare lo stadio
provvisoriamente raggiunto. Al di là di questo, viceversa, idee keynesiane di un “profitto non avulso
da considerazioni di indole sociale” o di una “economia-al-servizio-dell’uomo” sono sempre finite a
copertura ideologica di un potere desideroso di mostrare il volto osceno della sua democrazia.
Viene da chiedersi ancora una volta come si possa cercare di fondare un’idea di “stato sociale” su
simili basi, che concorrono tutte, teoreticamente, a organizzare gli interessi costituiti del capitale come
classe e a occultare il reale rapporto antagonistico di capitale nei confronti dei lavoratori. Per non
degenerare nello stato asociale, servono fondamenti teorici e strumenti d’intervento ben diversi dal
keynesismo. Soprattutto occorre la manifestazione pratica di una capacità di lotta sociale in grado di
imporre in maniera antagonistica tali obiettivi.
NOTA Per considerazioni più analitiche sulla critica teorica al keynesismo si rimanda allo scritto Il
sandalo e il mantello [in Saggi di politica economica in onore di Federico Caffè, Angeli, Milano
1992, vol.II]. In particolare – a partire dalla continuità dei suoi postulati teorici rispetto al
marginalismo, nei cui confronti non è lecito parlare di “rivoluzione keynesiana” – sono là mostrate in
dettaglio le truffe della legge della domanda effettiva in relazione alla cosiddetta “stagflazione”, le
ambiguità sul ciclo della circolazione monetaria, e le falsità sul sottoconsumo, in quanto accidentale,
rispetto alla crisi da sovraproduzione.

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